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“Non è sufficiente chiedere più flessibilità”

Il mesto semestre/“La disoccupazione era un problema già prima della crisi, e oggi la situazione è peggiorata”. Intervista al commissario Ue László Andor

Si susseguono ormai gli studi che dimostrano che le politiche di austerità e di svalutazione interna sono socialmente molto dannose ed economicamente controproducenti. Qual è la sua opinione in merito?

L’ultimo rapporto della Commissione Ue sul lavoro e il welfare in Europa, l’Esde, contiene molti dati sugli effetti sociali della crisi. Da esso emerge che negli ultimi anni le divergenze sono aumentate drammaticamente, e che il problema della povertà lavorativa ha ormai raggiunto livelli allarmanti.

Questo è in parte imputabile alla politica di svalutazione interna perseguita in Europa in seguito alla crisi, e in parte alla politica di moderazione salariale perseguita da alcuni paesi (in particolare la Germania) negli anni precedenti. Disoccupazione e povertà rappresentavano già un serio problema prima dello scoppio della crisi. Ma oggi la situazione è peggiorata drasticamente.

Olli Rehn, il Commissario per gli Affari economici e monetari, ha recentemente dichiarato che rigore e austerità non possono essere abbandonati. Perché, a fronte di una situazione così drammatica, il braccio economico della Commissione (e la Bce) continuano a insistere sulla strada dell’austerità?

In teoria le riforme dovrebbero aumentare il potenziale di crescita degli stati membri. Una riforma pensionistica, per esempio, può contribuire alla solvibilità di uno stato e allo stesso tempo alla risoluzione del problema della povertà in età avanzata. Ma in alcuni settori, come il mercato del lavoro, è necessario negoziare con le parti sociali se si vogliono individuare misure giuste e sostenibili.

E comunque non esistono solo le politiche fiscali e le riforme strutturali. La capacità di uno stato di riprendersi da una recessione dipende anche da altri fattori, tra cui le misure scelte dalla Bce per combattere la deflazione e la disponibilità della Banca europea per gli investimenti (Bei) e degli istituti privati a concedere prestiti. Ultimamente la Commissione ha dimostrato maggiore flessibilità nell’applicazione delle regole di bilancio, offrendo agli stati più tempo per raggiungere gli obiettivi di consolidamento fiscale.

Renzi sembra intenzionato a sfruttare la presidenza italiana del semestre europea per ottenere un «allentamento» dei vincoli di bilancio. Secondo lei ha qualche chances di successo?

È chiaro che serve un cambio di rotta se vogliamo rimettere veramente l’Europa sulla strada della crescita e di una ripresa reale. Penso però che sarà difficile, anche se non impossibile, ottenere una maggiore flessibilità nell’applicazione delle regole sul deficit. Ma soprattutto, c’è il rischio che non sia sufficiente. Detto questo, sarebbe già qualcosa. Ma allo stesso tempo dovremmo continuare a lavorare per una riforma più profonda dell’unione monetaria. L’Unione bancaria è un primo passo. Ora dovremmo continuare su quella strada, per esempio introducendo un sussidio di disoccupazione europeo. Invece di accontentarci di soluzioni improvvisate e di breve respiro, dovremmo puntare a riforme che rendano l’eurozona sostenibile nel lungo termine.

Lei ha dichiarato che l’architettura attuale dell’eurozona rende praticamente impossibile raggiungere gli obiettivi della strategia Europa 2020 e anzi acuisce le divergenze interne all’Unione. Ha definito questo problema il «paradosso di Delors».

L’attuale struttura economica dell’Ue è di fatto la fusione di due progetti lanciati da Jacques Delors a fine anni ’80 e inizio ’90: il mercato unico e l’unione economica e monetaria. Delors si interessò molto alla dimensione sociale del mercato unico, ma poco alla dimensione sociale dell’unione monetaria, immaginando forse che gli elementi mancanti sarebbero stati aggiunti in seguito (cosa che non è successa). Oggici ritroviamo con un’unione – quella di Maastricht – che è molto «economica» e per nulla «sociale». Questo richiede l’introduzione di stabilizzatori automatici a livello europeo. Ma anche la revisione del mandato della Bce da parte dei rappresentanti eletti.

Tra le riforme che lei propone vi è l’introduzione di un sussidio di disoccupazione europeo…

È una delle tante. È dal 2012 che la Commissione Europea, il Consiglio, l’Eurogruppo e la Bce discutono di riforme. Queste saranno probabilmente il risultato di un processo lento e lungo, piuttosto che di una grande conferenza in stile Bretton Woods, anche se non escludo questa ipotesi. Un sussidio di disoccupazione comune (equivalente a una parziale «messa in comune» delle risorse) è lo stabilizzatore automatico più indicato per un’unione monetaria poiché riduce gli squilibri economici e protegge le vittime innocenti delle recessioni e dell’instabilità finanziaria. Un sistema studiato per rispondere alla disoccupazione ciclica sarebbe sufficiente a proteggere la domanda interna in quei paesi che attraversano difficoltà economiche.

Quanto sarà influenzata dai risultati delle recenti elezioni la prossima Commissione?

Le ultime elezioni non hanno cambiato le regole in base alle quali si forma la Commissione. L’iter è praticamente lo stesso di sempre: i primi ministri nomineranno i commissari, a cui poi saranno assegnati i diversi portafogli dal nuovo presidente. L’unica differenza è che in questo caso dovranno consultarsi con il Parlamento Europeo. Ad ogni modo, la prossima Commissione sarà politicamente più bilanciata dell’ultima, a causa dei mutati equilibri politici nazionali rispetto al 2009.

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