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“Le strade saranno nostre”. Il referendum catalano

Il referendum catalano viene da una lunga mobilitazione di cittadini e organizzazioni, non è solo l’operazione di un’élite politica. E la repressione di Madrid non può cancellare la questione dell’autodeterminazione catalana

Gli effetti della grande partecipazione al voto in Catalogna di domenica scorsa e della sua violenta repressione da parte delle autorità spagnole continuano a riverberarsi in tutta Europa. Anche se ha colto di sorpresa molti osservatori esterni, lo scontro stava maturando da tempo. Il voto ha confermato il rilancio dell’impegno dal basso nel recente ciclo di mobilitazione per l’autodeterminazione in Catalogna. E rappresenta un altro esempio di politica di massa che trascende i partiti e le istituzioni.

Dalle ultime elezioni regionali del 2015, la coalizione pro-indipendenza al governo in Catalogna è ferma nella promessa di organizzare un referendum vincolante sull’indipendenza e nell’impegno a compiere una dichiarazione unilaterale di indipendenza nel caso di un 50% dei voti a favore. Tuttavia, secondo recenti sondaggi, il sostegno all’indipendenza era in diminuzione e tra i leader autonomisti stavano emergendo divisioni sulla strategia da adottare. Inoltre, la capacità di mobilitazione delle forze pro-indipendenza era diminuita perché mantenere l’intensità dell’impegno dal basso di questi anni era emotivamente estenuante e logisticamente insostenibile.

Gli eventi delle settimane precedenti il ​​referendum hanno però provocato una rinnovata mobilitazione dal basso. Il 20 settembre, in un’operazione per impedire il referendum, la Guardia Civil ha fatto irruzione in diversi uffici del governo regionale catalano, arrestato 14 alti funzionari e confiscato 9,6 milioni di schede elettorali. Le autorità spagnole hanno minacciato misure giudiziarie contro gli organizzatori del referendum, oscurato siti web, congelato il patrimonio finanziario regionale, limitato il credito e imposto la vigilanza centrale sui pagamenti per i servizi non essenziali erogati dalla Generalitat e da altre istituzioni pubbliche.

In risposta a questo intervento de facto nei poteri dell’autonomia catalana, migliaia di persone si sono riversate nelle strade di Barcellona per bloccare le principali strade della città cantando gli slogan “no tinc por” (non ho paura) e “fora les forces de la ocupació” (fuori le forza d’occupazione). Subito dopo la repressione delle autorità spagnole finalizzata ad impedire al governo catalano di prepararsi logisticamente al voto, l’onere organizzativo è stato preso in carico dai cittadini. La gente si è  organizzata attraverso Comités de Defensa del Referendum locali (Comitati di difesa del referendum) che si coordinavano via Twitter, WhatsApp e Telegram.
Anche se alcuni pensano ancora che il voto organizzato il 1° ottobre sia stata un’operazione guidata da un’avanguardia pro-indipendenza (le élite politiche di PDeCAT, ERC o Generalitat), guardare alle sole élite non basta per spiegare la tenuta della partecipazione di gran parte della società civile catalana. Ciò significa trascurare l’estensione della contestazione avvenuta, minimizzare il fatto che 2,3 milioni di persone hanno simbolicamente votato in un referendum non vincolante organizzato dalla società civile nel novembre 2014, trascurare le centinaia di plebisciti simbolici municipali sull’indipendenza svoltisi a partire dal 2009 o i milioni di persone che sono scese in piazza dal 2010.
Il 1° ottobre 2,2 milioni di persone hanno sfidato la violenza statale per votare (violenza che includeva anche l’uso di proiettili di gomma). L’azione della gente comune ha fatto sì che la polizia spagnola abbia potuto chiudere solo 400 seggi su 2.315. La gente non solo ha votato ma, nelle settimane precedenti il ​​referendum, ha nascosto le urne e le schede alle autorità spagnole. Ha occupato i seggi elettorali, impedendo che venissero sigillati dalla polizia il venerdì prima del referendum. I trattori degli agricoltori sono stati utilizzati in centinaia di seggi elettorali come barriere protettive. Un ordine giudiziario ha portato alla chiusura della pagina web ufficiale (referendum.cat), che aveva fornito alle persone informazioni sul referendum; i singoli cittadini hanno iniziato a lanciare pagine web uguali con domini diversi, alla stessa velocità con cui la polizia provava ad eliminarle.

Il giorno della votazione, migliaia di volontari si sono riuniti per consentire il voto; giovani e adulti si sono barricati all’esterno dei seggi per bloccare pacificamente l’accesso della polizia, mentre anziani e i bambini si sono raccolti all’interno. La mattinata del voto, l’accesso a Internet in molti seggi elettorali è stato interrotto, con problemi significativi perché ha disattivato il sistema di identificazione degli elettori che aveva bisogno della rete. Durante tutta la giornata, i messaggi comunicati in tutte le reti del movimento erano tranquillità e neutralità. La neutralità serviva ad assicurare che la propaganda pro-indipendenza fosse proibita così da garantire che le persone non fossero influenzate durante la votazione.

Anche se nel ciclo di mobilitazione catalano i confini tra attori istituzionali e di base sono divenuti sfumati (ad esempio, l’ex leader dell’ANC è ora presidente del parlamento catalano), non è possibile comprendere i processi catalani senza riconoscere il ruolo svolto dalla pressione “dal basso”. Insieme ad attori più tradizionali come i partiti politici e le reti istituzionali (ad esempio l’Associació de Municipis per la Independència), i primi a mettere in moto la mobilitazione referendaria sono stati la Plataform pel Dret de Decidir e poi le organizzazioni come l’Òmnium Cultural, l’Assemblea Nacional Catalana (ANC), le piattaforme civiche (come Súmate e Ciemen), centinaia di assemblee di quartiere, i collettivi autonomi e i singoli cittadini. Ciò è in linea con la tendenza internazionale a tenere “referendum dal basso”: referendum che non sono più dispositivi utilizzati dagli attori istituzionali per legittimare retroattivamente le proprie decisioni tecnocratiche, ma sono piuttosto processi partecipativi generati dalle mobilitazioni dal basso, che prima del voto hanno portato ad anni di agitazione della società civile.

È importante sottolineare però che non tutti i referendum contemporanei possono essere considerati “referendum dal basso”. Il recente voto nel Kurdistan in Iraq non è stato un risultato della mobilitazione non istituzionale, ma altri casi come il referendum sull’acqua avvenuto in Italia nel 2011, l’Icesave svoltosi in Islanda nel 2010 e in notevole misura il referendum scozzese, sono stati il ​​risultato della mobilitazione di movimenti.
Per comprendere il contesto che ha innescato la crescita della domanda di indipendenza da parte dei catalani bisogna guardare oltre i confini della Spagna. Da parte dei movimenti sociali, al di là delle questioni riguardanti l’autodeterminazione nazionale, c’è stato un crescente uso degli strumenti di democrazia diretta, in particolare per contrastare le politiche di austerità sostenute dall’Unione Europea. I tagli della spesa pubblica e del welfare sono stati imposti per tenere sotto controllo i deficit nazionali, mentre nell’Europa meridionale aumentavano le disuguaglianze e peggioravano le condizioni di vita. Movimenti come Occupy e quello degli indignados hanno incanalato il malcontento contro l’assenza di legittimità delle istituzioni politiche nazionali. Alcune di queste mobilitazioni hanno portato ad una profonda trasformazione del contesto politico, attraverso la creazione di nuovi partiti di movimento come Podemos, Barcelona en Comú e Ahora Madrid e la nascita in Portogallo e in Grecia di governi di sinistra, pur con vari gradi di successo nell’effettiva capacità di opporsi all’austerità. Questo tumulto politico diffuso ha offerto ai movimenti la possibilità di ricorrere a strumenti di democrazia diretta, caratterizzati da iniziative politiche dal basso.
Certamente i referendum, al di là della loro capacità di incoraggiare l’impegno politico del cittadino, operano con una logica maggioritaria, dal momento che la volontà della (potenzialmente notevole) minoranza è esclusa. Inoltre, i referendum e i suoi risultati sono molto sensibili a contesti politici più generali, come hanno mostrato i recenti episodi di voto sulla Brexit e sull’accordo di pace con i guerriglieri delle FARC in Colombia. I referendum devono quindi essere utilizzati con cura.
Molte  ricerche ed esempi recenti hanno confermato che, nel momento in cui più sarebbe necessaria la trattativa, l’indiscriminata repressione statale nei confronti di movimenti mobilitatisi pacificamente può facilmente radicalizzare le posizioni. Purtroppo, i provocatori commenti del re spagnolo, combinati con le continue frasi belligeranti di Rajoy, sembrano suggerire che lo Stato spagnolo sia inconsapevole dei pericoli del suo comportamento. Il referendum di domenica scorsa non era solo un mezzo tecnico per esprimere le preferenze politiche e istituzionali degli elettori catalani, ma il culmine di anni di impegno diffuso. Gli sforzi per diminuire il suo significato rubricandolo come illegale non intimidiranno i milioni di catalani che l’hanno organizzato, che sono stati feriti per proteggerlo e che sono decisi a far riconoscere il loro diritto – se non necessariamente dell’indipendenza – all’autodeterminazione.

(L’articolo è apparso in inglese su opendemocracy.net, e in italiano su il manifesto, traduzione di Bruno Montesano)

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