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La scomparsa di Marcus Raskin

Marcus Raskin, uno dei maggiori personaggi della sinistra americana, è scomparso alla vigilia di Natale a 83 anni. È stato per cinquant’anni un protagonista della politica e dei movimenti degli Stati Uniti

Marcus Raskin, uno dei maggiori personaggi della sinistra americana, è scomparso alla vigilia di Natale a 83 anni. È stato per cinquant’anni un protagonista della politica e dei movimenti degli Stati Uniti, la sua traiettoria è stata ricordata dal New York Times (https://www.nytimes.com/2017/12/28/obituaries/marcus-raskin-progressive-think-tanks-co-founder-dies-at-83.html). Esperto di disarmo alla Casa Bianca con Kennedy, poi fondatore dell’Institute for Policy Studies, il think tank progressista di Washington, sotto processo per istigazione alla renitenza alla leva durante la guerra del Vietnam, poi presidente del Sane Freeze, la principale organizzazione pacifista Usa, professore alla George Washington University e autore di libri importanti come The common good, Liberalism, In democracy’s shadow. The secret world of national security, The four freedoms. Era venuto in Italia più volte, nel 2000 e nel 2006 aveva partecipato a numerosi incontri al Senato a Roma, alla Regione Toscana a Firenze, alla Fondazione Feltrinelli di Milano, all’Università di Urbino.

Pochi giorni dopo l’attacco terroristico alle Torri gemelle di New York, in una mia intervista pubblicata dal Manifesto il 14 settembre 2001, rifletteva sulle cause e conseguenze di quell’azione e sulle prospettive della politica degli Stati uniti; eccone una parte, ancora attualissima.

Questa tragedia non nasce dal nulla. Nasce dai conflitti, dai problemi del mondo che sono entrati di prepotenza sulla scena americana. Problemi che gli Usa pensavamo di tenere sotto controllo col proprio potere militare e con la propria superiorità tecnologica. Abbiamo visto che la tecnologia avanzata non è una risposta all’insicurezza, non offre protezione contro attacchi come questo, non permette di imporre su altri paesi, su altre società, i desideri del governo americano.

Quanto alle reazioni americane che possono venire dopo quest’attacco, la partita si gioca tutta in casa Bush, tra la linea del padre, sperimentata durante la guerra del Golfo, dieci anni fa, e quella del figlio, in carica da otto mesi. La prima ha visto gli Stati uniti organizzare il resto del mondo, saper imporre la propria strategia attraverso consultazioni e costruire un’alleanza molto ampia, usando le Nazioni unite come foglia di fico. Il giovane Bush ha scelto invece la strada di un’America che fa da sola, che non ha bisogno di nessuno, che non sa negoziare e non vuole rispettare trattati, che non costruisce alleanze, ma fa soltanto pesare la propria forza. E’ un modello di vero e proprio “stato di sicurezza nazionale” in cui gli Stati uniti dovrebbero ottenere i risultati desiderati grazie alla sola potenza militare, economica e culturale.

Tra queste due tendenze ci sarà una mediazione, entrambe utilizzeranno l’attacco di New York per alimentare un ritorno di nazionalismo, di interventismo militare a piacimento degli Stati uniti. Il risultato sarà, prevedibilmente, quello di spendere ancora di più per armamenti, di mandare più forze militari in giro per il mondo, di infiltrare agenti della Cia ovunqe, di svolgere più operazioni segrete all’estero. Ma questo porterà a una spirale di nuove minacce e nuovi attentati suicidi.

Si potrebbe dire che quando si costruisce l’immagine di un nemico, e lo si evoca di continuo, questo, in qualche modo finisce per materializzarsi. Anche se non prende più le forme di un conflitto tra stati, il modo di fare la guerra consolidato da almeno cinque secoli, ma le forme meno afferrabili, e proprio per questo più inquietanti, di minacce che vengono da reti terroristiche internazionali clandestine. Uno sviluppo che rischia di indirizzare il controllo politico, la potenza militare e la repressione poliziesca della superpotenza Usa, ma anche degli altri paesi ricchi, non più contro un altro stato, ma contro settori della società, sia all’interno che all’estero.

Ma dallo stesso senso di vulnerabilità di questi giorni potrebbe nascere un altro percorso. Se il mondo è entrato in casa nostra con gli squarci nelle torri gemelle, possiamo iniziare a vedere i problemi che ci sono nel mondo, possiamo metterci nei panni degli altri, smettere con l’amnesia per le consequenze delle nostre azioni, pensare a un sistema commerciale più equo, a un disarmo radicale, al divario crescente tra ricchi e poveri. Ma per questo occorre un cambiamento profondo nel nostro modo di pensare. Dovremmo abbandonare un modo di vivere basato sul principio che noi sappiamo fare meglio di chiunque altro. Dovremmo smetterla di imporre al resto del mondo le nostre idee e le nostre politiche. È un percorso che si deve fare fuori dal governo, dal sistema politico, nella società civile e nelle reti transnazionali, in sedi come le Nazioni unite, e da qui si può fare pressione sulla politica del governo americano.

 

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