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La ricchezza dei pochi non fa girare il mondo

Altro che flat tax, l’ Ocse certifica la necessità di un impianto impositivo a chiara vocazione redistributiva visto che la disuguaglianza risulta dannosa per la crescita di lungo periodo. Servirebbe una patrimoniale sulla ricchezza netta.

 

Il 10% più ricco della popolazione OCSE guadagna 9.5 volte il reddito del 10% più povero. Il rapporto negli anni ’80 era di 7 a 1.

I dati sulla crescita del reddito suggeriscono ulteriori aumenti di diseguaglianza. Piketty e Zucman hanno dimostrato che negli Stati Uniti tra 1980 e 2013 il reddito medio nazionale per adulto è cresciuto del 60% in termini reali, ma quello del 90% più povero è aumentato solo del 30% e per il 50% più povero non è cresciuto affatto: i redditi più alti crescono di più.

La ricchezza è ancor più iniquamente distribuita del reddito. In 18 paesi OCSE il 40% più svantaggiato detiene solo il 3% della ricchezza. Il 10% più in alto nella distribuzione detiene il 50% e l’1% più ricco ne detiene un quinto.

Sono i dati del rapporto OCSE “The role and Design of net wealth taxes in the OECD”(2018).

L’economia mainstream ha sempre sostenuto l’esistenza di un trade-off , una relazione inversa, tra crescita ed eguaglianza.

Per lasciar crescere l’economia bisognerebbe, almeno in un primo momento, accettare l’effetto collaterale dell’aumento della disparità per poi registrarne una diminuzione, grazie agli effetti positivi generalizzati dello sviluppo. Dopo un’effettiva riduzione tra gli anni ‘50 e ‘80, però, si registra un ritorno ai livelli di disuguaglianza di un secolo fa.

OCSE e FMI hanno a lungo raccomandato politiche di crescita affidate al ruolo dei mercati e alle “riforme strutturali” con una riduzione delle imposte e della spesa pubblica a sostegno della redistribuzione. Le politiche d’austerità adottate in risposta alla crisi del 2008 – limiti al deficit del bilancio pubblico, attenuazione della tassazione di attività finanziarie e ricchezza, privatizzazioni – hanno però ottenuto come risultato un aumento della disuguaglianza ed anche una stagnazione prolungata.

Secondo l’Economic Outlook dell’OCSE (2017) la crescita dell’economia mondiale sta aumentando leggermente ma resta sotto i livelli pre-crisi.

L’Italia in particolare, nonostante la riduzione di deficit e indebitamento e il rispetto dei vincoli strutturali, registra una crescita del PIL inchiodata al di sotto dell’1,5%, ben inferiore alla media europea.

D’altra parte, l’evidenza delle disparità distributive sta riacquistando centralità, dando spinta a un rinato interesse verso progressività e imposte patrimoniali.

L’OCSE stessa ha recentemente riconosciuto che la disuguaglianza risulta dannosa per la crescita di lungo periodo e che le politiche strutturali devono essere accompagnate da misure che distribuiscano in modo più equo i dividendi della crescita.

I principali fattori alla base della crescente iniquità indicati dal rapporto sono globalizzazione, liberalizzazione dei mercati, cambiamento tecnologico, concentrazione di impresa, declino delle occupazioni medio basse, innalzamento del potere contrattuale dei soggetti ad alto reddito, abbassamento dell’aliquota marginale sui redditi più elevati, sistema fiscale generalmente meno progressivo.

Secondo Piketty un fattore centrale è costituito da rendimenti del capitale superiori al tasso crescita del PIL e al conseguente aumento del rapporto capitale/lavoro. Fondamentale, quindi, il ruolo della ricchezza. Con il crescente ruolo assunto dalla finanza e le frequenti bolle speculative dei mercati finanziari e immobiliari, infatti, il valore della ricchezza è aumentato più velocemente della crescita del PIL favorendo l’aumento dei redditi più alti.

Nonostante i dati abbiano registrato una crescente diseguaglianza nelle distribuzioni del reddito e della ricchezza a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, tra gli anni ‘90 e ‘00 molti paesi hanno abrogato l’imposta patrimoniale sulla ricchezza netta e si è verificata una generale diminuzione dell’aliquota fiscale applicata alle fasce di reddito più elevate e ai redditi da capitale.

In particolare, secondo il rapporto, il valore medio non ponderato dell’aliquota dell’imposta sul reddito delle società è diminuita dal 47% al 24% tra il 1981 e il 2017. Quello dell’aliquota applicata ai dividendi dal 75 al 42%. Inoltre, nonostante i redditi crescano a un ritmo più elevato nella parte più alta della distribuzione rispetto a quanto accade nella parte bassa, si registra un abbassamento consistente dell’aliquota media IRPEF dei soggetti ad alto reddito: dal 65,7% nell’81 al 41,4% nel 2008.

Come dimostrato dal caso norvegese la tassazione della ricchezza può aumentare la progressività complessiva del sistema fiscale e, data la forte concentrazione nella parte più alta della distribuzione, anche un prelievo relativamente modesto potrebbe già risultare efficace.

Le sole tasse sui redditi da capitale non sembrano, invece, abbastanza per contrastare l’accumulazione della ricchezza, anche perché il rendimento residuo post tassazione generalmente non viene consumato dai contribuenti più ricchi, e viene invece reinvestito innescando un ulteriore processo di accumulazione della ricchezza.

Secondo il rapporto la ricchezza tende, quindi, ad auto-rigenerarsi. La propensione marginale al risparmio aumenta con il reddito. Maggiore risparmio consente maggiori investimenti, i cui rendimenti aumentano anch’essi all’aumentare della ricchezza. I contribuenti più ricchi hanno un assetto proprietario diversificato e possono più facilmente investire in attività maggiormente rischiose con tassi di rendimento più elevati. Inoltre, possono condurre una più appropriata gestione delle attività finanziarie e hanno maggiore accesso a servizi di pianificazione fiscale e a prestiti.

La ricchezza consolida il potere, e questo a sua volta consente di reinnescare il processo di accumulazione della ricchezza stessa. L’imposta sulla ricchezza netta è, però, la forma di tassazione meno ricorrente nei paesi OCSE. Vi fanno ricorso solo Canada, Francia, Lussemburgo, Norvegia, Spagna e Svizzera.

Più diffusa è l’imposta sulla proprietà immobiliare che ha un’ampia base imponibile, essendo la casa la principale forma di ricchezza nell’area OCSE. Molto diffuse anche le imposte su transazioni finanziarie, donazioni ed eredità – seppure l’Italia resta indietro su questo fronte, come spesso sottolineato da Sbilanciamoci!, sia in riferimento alla tassazione sulle transazioni finanziarie sia riguardo all’imposta sulle successioni.

Queste ultime, le imposte di successione, permettono di ridurre le disparità intergenerazionali e di aumentare l’eguaglianza di opportunità. Il rapporto riferisce che l’eredità cresce con reddito: gli anziani di oggi possiedono una maggiore ricchezza da lasciare in eredità rispetto ai loro predecessori. La ricchezza dei giovani dipende sempre di più dallo status dei genitori.

Differentemente dalle altre imposte sulla ricchezza personale, però, l’imposta sulla ricchezza netta colpisce la totalità dello stock di ricchezza – beni mobili, immobili, attività finanziarie – e riflette in modo più appropriato la capacità contributiva. Inoltre, risulta essere maggiormente progressiva di un’imposta applicata unicamente sugli immobili, poiché le attività finanziarie costituiscono una porzione molto ampia della ricchezza assorbita dalle fasce più alte di reddito.

L’imposta sulla ricchezza, diversamente dall’imposta sui redditi da capitale, viene determinata a prescindere dal rendimento effettivo ed equivale in linea teorica a tassare un presunto rendimento. In questo modo, dunque, si va implicitamente ad applicare un’imposta effettiva più bassa sulle attività ad alto rendimento rispetto a quella applicata alle attività basso rendimento che potrebbero essere dunque penalizzate.

E’ possibile, però, evitare effetti negativi sull’equità esentando alcune tipologie di depositi bancari, applicando soglie di esenzione che assicurino che solo le fasce più ricche della popolazione siano soggette all’imposizione, o modulando l’imposta con aliquote progressive.

In ogni caso vi sono due aspetti positivi legati alla tassazione degli asset anche in assenza di rendimento effettivo.

Il primo è l’incentivo ad una più produttiva gestione delle risorse, per cui la tassa patrimoniale sulla ricchezza netta potrebbe essere un efficiente sostituto della tassazione dei redditi da capitale. Il secondo è che la ricchezza procura dei vantaggi che vanno oltre al reddito derivante dalla ricchezza stessa. I contribuenti più ricchi hanno maggiori risorse a cui attingere e dovrebbero essere tassati con un’aliquota maggiore rispetto ai contribuenti con meno risorse, anche se guadagnano lo stesso reddito[1]. Infatti, oltre al reddito che genera senza sacrificio di tempo libero, la ricchezza può conferire status sociale, potere e maggiori opportunità.

Al di là degli aspetti più tecnici ciò che emerge dal rapporto è che, in assenza di un adeguato impianto impositivo a chiara vocazione redistributiva, la diseguaglianza tenderà a crescere pericolosamente. Questa è esattamente la tendenza a cui assistiamo da decenni nelle economie a capitalismo avanzato e in particolar modo a seguito dello scoppio della crisi del 2008. Emerge dunque la necessità di una patrimoniale strutturata che vada a contrastare e controbilanciare in modo deciso il processo di accumulazione della ricchezza.

[1] Riguardo all’Italia, Sbilanciamoci! si é ripetutamente espressa sulla necessità di valorizzare il principio della capacità contributiva e della progressività dell’imposizione fiscale sanciti dall’art.53 della Costituzione. Si veda il Bilancio di Fine Legislatura della Campagna Sbilanciamoci! – http://sbilanciamoci.info/un-bilancio-fine-legislatura/.