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Il futuro mancante nella manovra

Solo una quota della spesa pubblica prevista si tradurrà in consumi e quindi in Pil mentre la grande assente è la spesa per investimenti. Sia per le entrate sia per le uscite non risolve i problemi strutturali del Paese, anzi è rischiosa.

La manovra economica del governo che si sta discutendo in questi giorni sta subendo critiche da tutti i fronti, tanto da chi crede che si debba proseguire sul sentiero dell’austerità, quanto da chi ritiene che i vincoli di bilancio possano essere superati sebbene sotto alcune condizioni. Tali condizioni sono fondamentalmente quelle legate alla crescita del Pil, denominatore del rapporto debito/Pil, l’indicatore cardine per assicurare la solvibilità del debito pubblico.

Quanto emerge dalla lettura del Documento Programmatico di Bilancio (Dpb) inviato alla Commissione europea è invece un indebitamento che guarda al passato, alle promesse fatte per vincere le elezioni, e in un clima di perenne campagna elettorale continua a camminare voltato all’indietro, esultante, mentre si avvicina al precipizio.

Il conflitto principale tra il governo e le autorità indipendenti, la Commissione europea e le agenzie di rating, si basa essenzialmente sulle previsioni di crescita contenute nella Nota di Aggiornamento del Def (NADEF) considerate troppo ottimistiche (secondo il governo le misure previste porterebbero il tasso di crescita del Pil 2019 all’1,5%, mentre secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio questo si fermerebbe all’1,2%).

Non entriamo in questa sede nello specifico dalla modellistica macroeconomica e delle stime dei moltiplicatori (v. nota 1 a piè di pagina) , ma quando c’è convergenza tra i risultati di diverse autorità indipendenti che si discostano tutte dal governo – l’unico che ha un reale conflitto di interessi in materia – pensare che quest’ultimo stia gonfiando i conti non è mera dietrologia. Del resto se si guarda alle misure proposte non ce n’è nessuna che sia pensata per accrescere prodotto e lavoro.

Il fronte delle spese

La crescita cercata dal governo sta quasi tutta nella redistribuzione di risorse tra “reddito di cittadinanza” e cosiddetta “quota 100” pensionistica.

Il reddito “di cittadinanza” dovrebbe in larga parte andare a persone con entrate molto basse, oltre a una inevitabile quota di evasori e lavoratori in nero, per i quali dovrà essere messo in piedi un sistema di controllo “eccezionale”. Esso quindi si trasferirà in massima parte in consumi (in parte importati, a meno che vengano realizzate le inquietanti proposte da Stato etico di vincolare la spesa solo a alcuni prodotti).

Si tratta di una misura di certo necessaria per il contrasto della povertà, e che potrà avere ricadute sulla crescita della domanda interna, ma il cui finanziamento è circa un terzo di quanto ritenuto necessario per portare tutti i poveri ad un reddito di 780 euro, senza peraltro creare molti posti di lavoro.

Essa avrà effetto soprattutto nel Mezzogiorno, dove però il problema è solo in parte quello di un mismatch tra domanda e offerta di lavoro che può essere colmato tramite l’intervento dei centri per l’impiego (il cui potenziamento è intervento certamente necessario). Il Mezzogiorno ha (soprattutto) bisogno di investimenti per far nascere nuove imprese e per attrarre capitali. O anche solo di investimenti che creino direttamente lavoro: infrastrutture, piccole opere, messa in sicurezza del territorio.

“Quota 100” è invece una misura dedicata soprattutto agli operai maschi del Nord, che hanno iniziato a lavorare da giovani con contratti di lavoro formalizzati (e che decideranno di andare in pensione con una pensione ridotta, come spiega su questo sito Roberto Pizzuti). Anche in questo caso si tratta solo di distribuire soldi alle persone, ma in maniera meno efficace. Infatti le risorse andranno ai neo pensionati, i quali tuttavia già spendevano da lavoratori.

I nuovi redditi saranno quelli dei giovani che, in parte, occuperanno i posti vacanti. È ovvio che solo una parte dei posti liberati verrà rimpiazzato. Chi rimpiazzerà, quasi sicuramente deciderà di non spendere tutte le risorse liberate. Molte imprese decideranno di mantenere i livelli di produzione senza assumere, trasformando i minori costi in profitti (o minori perdite, se l’impresa è in difficoltà). Altre imprese, anche volendo, non riusciranno a colmare i posti vacanti visto che la disoccupazione è soprattutto al Mezzogiorno, mentre i posti si libereranno soprattutto al Nord.
Infine i giovani che saranno assunti non proverranno necessariamente dai ceti più deboli, bensì da tutte le classi di reddito, con propensioni al consumo diversificate. Solo una quota della spesa pubblica, piuttosto difficile da quantificare, si tradurrà in consumi e quindi in Pil.

Un’ulteriore considerazione si può fare guardando al futuro: si tratta di una riforma del sistema pensionistico che non si pone minimamente il problema di come creare le condizioni per garantire una pensione decorosa anche ai giovani d’oggi che il precariato ha condannato a non versare contributi.

Oltre 10 miliardi verranno spesi per evitare l’aumento dell’IVA, che avrebbe altrimenti effetti depressivi dell’economia reale. L’aumento dell’IVA avrebbe però anche effetti inflazionistici che farebbero aumentare il Pil nominale, il denominatore debito/Pil. L’effetto in termini di prospettive future non sarà quindi complessivamente rilevante.

La grande assente è la spesa per investimenti. Ci sono circa 2 miliardi l’anno per “favorire gli investimenti e la messa in sicurezza del territorio”, ma non si ha idea di quali misure si tratti, e rispetto ai 37 miliardi complessivi della manovra si tratta di una somma risibile.

La tassazione agevolata alle imprese per il reinvestimento degli utili viene fatta abrogando la misura pre-esistente – l’ACE – e il risultato sono 160 milioni di maggiori entrate. Quindi il governo invece che spendere, incassa.

Sul fronte investimenti si inserisce inoltre negativamente il tema dei tassi d’interesse. Il rialzo dei tassi ha un effetto diretto sulla capacità di indebitamento e quindi di investimento di imprese e famiglie. Lo spread non solo vuol dire maggiori spese pubbliche per interessi in futuro, ma anche maggiori costi degli investimenti, in questo modo disincentivati. Inoltre il rialzo dei tassi comporta una perdita di valore dei titoli posseduti dalle banche, le quali potrebbero essere costrette a ricapitalizzarsi e quindi a stringere le maglie del credito, rendendo gli investimenti privati ancora più difficili.

Il governo si rende conto della mancanza e prova a risolvere scrivendo nel Dpb (p. 4): “Il Governo intende utilizzare eventuali spazi di bilancio aggiuntivi derivanti da maggior crescita o minori pagamenti per interessi per spostare ulteriori risorse verso gli investimenti pubblici e l’incentivazione di quelli privati”.

Maggiore crescita? Le previsioni sono esageratamente ottimistiche, ma si spera che siano sottostimate. Minori pagamenti per interesse? Si spera che lo spread rientri fino ai livelli della scorsa primavera nonostante il continuo disprezzo per le regole e il clima di sfida a Europa e mercati che mostrano i leader di questo governo. Considerando anche che flat tax e reddito di cittadinanza sono sottofinanziate rispetto alle promesse, è difficile credere che anche in caso di miracoli le risorse andranno agli investimenti. Tanto valeva scrivere che gli investimenti li chiederemo a Babbo Natale.

Se poi volessimo guardare poco più in là del breve periodo (o delle elezioni europee di maggio 2019) ci aspetteremmo maggiore spesa/investimenti in istruzione, formazione, ricerca e innovazione. Cioè non solo investimenti in capitale fisico ma anche in capitale umano, una delle grandi criticità del nostro Paese. La spesa per istruzione che negli ultimi anni si attesta in media al 3,6% del Pil, è prevista nel 2019 al 3,5%: 1,6 miliardi in meno! Tutte le altre voci alla base della costruzione delle competenze per affrontare il futuro semplicemente non sono state prese in considerazione.

Il fronte delle entrate

Ma gli effetti poco lungimiranti della manovra del governo provengono anche dal fronte delle entrate o delle minori spese. La flat tax (misura regressiva, che per questo dovrebbe essere rigettata), per stessa ammissione del ministro Giovanni Tria in audizione alla Camera, avrà un effetto contenuto sul tasso di variazione del Pil.

Sul condono è stato scritto molto. È una misura una tantum, quindi non guarda al futuro né permette di finanziare spese strutturali. Per di più potrebbe anche non portare risorse aggiuntive, perché le entrate verrebbero compensate dall’effetto annuncio che sta già facendo contrarre i versamenti.

Sulla maledetta pratica dei condoni il “governo del cambiamento” ha deciso di non cambiare. Continueremo a essere un Paese di evasori furbetti, di mercati distorti dai comportamenti illeciti di alcuni a scapito di altri, di una tassazione troppo alta: se tutti pagassero, le tasse sarebbero più basse a parità di pressione fiscale. E quando ci verranno a dire che la pressione fiscale (entrate/Pil) è diminuita bisognerà andare a vedere se per merito delle aliquote o per merito degli incentivi ad evadere determinati dal susseguirsi di condoni (v. nota 2 a piè di pagina).

L’altro grande capitolo sul fronte delle entrate proviene dagli interventi fiscali sulle banche e le assicurazioni. Ma visto che – da quel poco che è esplicitato – non si vanno a colpire i profitti ma si creano solo ulteriori costi, dove ricadranno molti di quei costi se non sui consumatori? In buona parte, quindi, si tratta di una tassazione occulta che andrà ulteriormente a colpire risparmi e investimenti.

Infine i circa 20 miliardi a deficit. È possibile sforare i criteri europei e chiedere altri soldi in prestito agli “odiosi mercati”, ma alla condizione che il nuovo debito sia utilizzato per far crescere “il denominatore”, il Pil.

Sull’entità del cosiddetto moltiplicatore non c’è convergenza, quindi nessuno sa esattamente quanta crescita produrranno gli investimenti. Allora, quando si sfora, è essenziale essere estremamente credibili e non buttare lì cifre irrealistiche che minano la fiducia delle altre istituzioni e dei mercati che stanno finanziando le misure in cantiere. In secondo luogo le misure adottate devono guardare fortemente allo sviluppo futuro di medio e lungo termine, cioè all’orizzonte temporale in cui il debito dovrà essere restituito.

Tirando le somme

La reazione a questa manovra in deficit sarebbe stata ben diversa se avesse previsto sul lato della spesa ingenti risorse nella messa in sicurezza del territorio e delle scuole, in un piano capillare di piccole opere e in alcune infrastrutture strategiche. Nel rilancio di politiche industriali concrete. In massicce risorse per la ricerca, per l’innovazione e per nuovi piani di rientro dei cervelli. In un’assistenza fatta non di mance, ma di servizi: risorse alla non-autosufficienza, asili nido, aiuti a supporto della natalità, incentivi all’occupazione femminile, integrazione dei migranti nel mercato del lavoro.

Invece che condoni odiosi, inutili, dannosi, sul fronte fiscale (anche a parità di gettito) si sarebbe dovuto pensare allo spostamento della tassazione dal lavoro al capitale: riduzione del cuneo fiscale in cambio di imposte patrimoniali, che significa usare le risorse accumulate per creare lavoro, aumentare i salari e ridurre i costi per le imprese. L’indebitamento è una strategia di medio/lungo periodo e come tale va trattata. Questo governo sta invece proponendo una strada molto rischiosa nel breve e fallimentare nel lungo periodo.

Note

1. Si vedano in proposito gli interventi di Roberto Romano su queste pagine e di Francesco Daveri

2. Nel medesimo articolo Roberto Romano mostra come l’insieme delle misure fiscali conduca a sette miliardi di maggiori entrate. 

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