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Il cono Sud e l’economista cileno

Il ruolo delle agenzie di rating e delle banche estere ai tempi di Pinochet, il ruolo dello Stato nell’economia allora e oggi, in una intervista all’economista cileno Ricardo Ffrench-Davis di due dottorandi italiani.

Ci troviamo a Santiago del Cile, alla Cepal, la commissione delle Nazioni Unite che si occupa di affari economici per l’America Latina e Caraibi, abbiamo l’occasione di intervistare uno dei maggiori economisti del paese, Ricardo Ffrench-Davis. Il direttore della scuola Cepal, Gabriel Porcile, un uruguayo con due occhi luminosi e grande appassionato di Enrico Berlinguer, lo presenta come la prova ontologica dell’esistenza di Dio, dopo quelle fornite da Sant’Anselmo. Il miracolo sta nel fatto che Ffrench-Davis sarebbe dovuto diventare uno dei Chicago Boys, avendo studiato in quella università negli anni ’50-’60. Ha invece mantenuto uno spirito critico rispetto all’idea che “el mercado lo soluciona todo“. Non ha seguito i suoi connazionali allievi di Friedman nella definizione dell’esperimento liberista svoltosi in Cile dopo il golpe del 1973. E oggi pubblica una nuova versione del suo libro, “Reformas Económicas En Chile (1973-2017)”, un’analisi dell’evoluzione economica del paese. Cominciamo la nostra intervista proprio da qui.

  1. Riferendosi agli anni della dittatura militare, si parla dell’economia cilena come di una storia di successo, Milton Friedman lo ha definito un miracolo, un’economia moderna in crescita, con alcuni settori dinamici, soprattutto quelli legati all’export, sebbene con performance negative in termini di povertà e disuguaglianza. Friedman aveva ragione, almeno per i settori più innovativi?

La dittatura fece riforme profonde, basate sull’idea che il mercato, liberato dal ruolo dello Stato, avrebbe guidato bene l’economia. Fu quindi creato uno Stato piccolo, riducendo le tasse sul capitale e non sul lavoro. La struttura sociale cilena però era, ed è ancora, molto eterogenea, con poche persone molto ricche e alti titoli di studio e molte che si trovano nella situazione opposta. Si è fatto abuso della ragione dei pochi. Alla fine della dittatura, nel 1989, la redistribuzione del reddito era più concentrata rispetto al 1973. Nei sedici anni di Pinochet il 10% della popolazione ha accresciuto la propria ricchezza, il 90% l’ha visto ridursi. È un miracolo al contrario, il regime ha fallito in un dei terreni più importante della politica economia, la distribuzione della ricchezza.

Dopo il golpe, i sindacati furono aboliti, i loro capi uccisi o imprigionati, i professori che non insegnavano teorie neoliberali all’Università furono espulsi. E fecero questo in nome della libertà, ma fu l’opposto della libertà. La libertà dev’essere distribuita, libertà concentrata tra pochi è schiavitù per i molti. Qualcuno potrebbe obiettare che però la ricchezza è aumentata, la produttività è cresciuta. Non è vero. Nel decennio precedente il golpe, il PIL è cresciuto del 4% annuo, con due governi democraticamente eletti. È cresciuto il 2.9% in 16 anni di dittatura, e avevano il potere assoluto, potevano fare ciò che volevano senza ostacoli, senza opposizione. Questo dimostra che la politica economica della dittatura fu peggiore di quella democratica.

  1. L’eredità principale dell’era Pinochet è la Costituzione del 1980 e la prescrizione di un ruolo limitato dello Stato in campo economico. In una recente intervista, citando Fukuyama, lei ha detto che non c’è sviluppo economico senza uno Stato forte. Come può il suo paese svilupparsi in campo economico senza risolvere questa contraddizione?

Lo Stato di Pinochet era forte nella limitazione di libertà e debole in economia. Le idee non potevano circolare e i capitali potevano farlo liberamente. Oggi molti economisti ci dicono che la circolazione di capitali finanziari, il raggio d’azione delle banche, deve essere regolamentato, a vantaggio della produzione di beni pubblici: scuole, strade, ospedali.

Lo Stato cileno è debole ancora oggi, il peso delle tasse sul PIL era del 15% e siamo con fatica arrivati al 21%. Siamo molto lontani dagli standard dell’Europa occidentale, dov’è circa il doppio. Queste risorse permetterebbero allo Stato di creare molti servizi per i cittadini. Servono governi forti, non perché hanno la pancia grossa ma perché hanno buoni muscoli per guidare la società, per armonizzare gli interessi. Questa è l’idea di Fukuyama, che ha inteso rettificare la sua tesi sulla fine della storia del 1992, riconoscendo il suo errore e affermando che per questi tempi confusi deve tornare centrale il ruolo dello Stato.

  1. Quest’anno la CEPAL festeggia 70 anni dalla sua istituzione; quali sono i suoi principali successi? Più in generale, il Continente è riuscito a ridurre il gap con i paesi sviluppati, nel corso di questo periodo?

Ci sono state diverse fasi: all’inizio, negli anni 1950, c’era un vuoto di centri di ricerca in America Latina, e la Cepal ha rappresentato un punto di riferimento con un gruppo di forti pensatori. Raul Prebisch, innanzitutto, una mente davvero originale, nonché saggio, e poi Aníbal Pinto, Osvaldo Sunkel, Celso Furtado, per citare solo i principali. Fu l’età dell’oro della Cepal, che ha svolto bene il suo compito, aiutando l’America Latina per almeno tre decenni, dagli anni ’50 ai ‘70.

L’America Latina all’epoca crebbe ad un tasso medio del 5,5%, con l’eccezione negativa del Cile, come dicevo prima, e questa crescita deve molto alle idee sviluppate alla Cepal, tra le altre la politica di sostituzione delle importazioni. A partire dagli anni ‘80 c’è stato un forte rinnovamento di pensiero e una grande produzione di studi, incentrati sulla crisi del debito, in un’epoca in cui la Commissione era anche la fonte principale di dati macroeconomici della regione. Tuttavia negli anni ‘90, quando prevalsero le idee del Washington Consensus e del neoliberalismo, il dibattito economico divenne più settario. Il motto di quegli anni era: “the market knows”, mentre le idee Keynesiane venivano progressivamente abbandonate. La Cepal costituì una voce critica rilevante; ad esempio, le sue pubblicazioni tra il ’94, ’95, misero in guardia contro gli effetti di un’estrema liberalizzazione finanziaria.

In quel decennio, le idee qui elaborate trovarono spazio anche nei primi governi democratici cileni. L’economia crebbe ad un tasso medio di oltre il 7%, riducendo l’inflazione, la disoccupazione e la disuguaglianza, aumentando del 6/7% annuo il salario minimo e riducendo il gap di genere. Ciò avvenne anche perché la Commissione costituì per questo paese uno spazio di libertà durante la giunta militare. Dopo il golpe, molte persone, anche in ambito ONU, volevano trasferire la sede altrove, si pensò all’Argentina, ma due anni dopo anche lì arrivò la dittatura. Tempo fa, Enrique V. Iglesias, segretario esecutivo della Cepal nel 1972-1985, ci raccontò dei suoi sforzi per mantenere l’istituzione in Cile. Penso sia stato un atto davvero importante. A quell’epoca, invitò noi, esponenti dell’opposizione, alla Commissione per spiegare le nostre idee economiche e per incorporarle nei rapporti ufficiali, sfidando la repressione governativa. In definitiva, la Cepal, per la democrazia in questo paese è stata molto importante.

  1. Oggi la globalizzazione è in profondo cambiamento: i paesi fondatori del modello, Regno Unito e Stati Uniti, si muovono verso politiche nazionaliste e protezioniste, mentre una non-market economy (secondo la definizione WTO) come la Cina, si presenta come l’alfiere del libero commercio. Che cosa è cambiato nella struttura economica mondiale e nel pensiero economico?

Credo che oggi prevalga un senso di spiazzamento. Nella mia professione, tuttavia, la crisi ha portato alcuni benefici: mi capita spesso di menzionare un working paper dell’ufficio di ricerche del Fondo Monetario Internazionale, pubblicato durante il periodo di attività di Olivier Blanchard, in cui la tesi principale era “we were wrong”! E oggi molti dei più influenti economisti cercano nuove strade: sia premi Nobel come Stiglitz, il quale ha sempre mantenuto una visione non convenzionale, sia altri economisti che erano più moderati ora si stanno interrogando sul tema dello sviluppo e dell’inclusione, riconoscendo i rischi della crescente disuguaglianza dei redditi. Se è vero che da un lato c’è stata convergenza assoluta tra i singoli paesi, dall’altro la distribuzione è decisamente peggiorata all’interno dei paesi sviluppati, mentre la nostra regione è rimasta la più diseguale del mondo.

Tra due settimane uscirà il rapporto annuale della Cepal, che presenta un’interessante sezione sul perché l’America Latina investe così poco in termini reali. E non si può consumare troppo se si produce troppo poco, per questo necessitiamo di investimenti in innovazione, produttività, migliore educazione. Serve il sostegno mirato dello Stato a tutte queste attività, un sostegno che non può essere sostituito da donazioni private.

Tuttavia, la globalizzazione delle merci e dei servizi rappresenta solo un dollaro su quattro della produzione mondiale; ed è per questo che molti studiosi ora si stanno focalizzando di più sulla struttura interna, dato che vi è una forte esternalità tra questa e l’apertura commerciale. Non vogliamo enclavi che producano per l’estero, ma aziende in grado di trasmettere all’economia locale il proprio know-how. E anche per quanto riguarda la globalizzazione degli investimenti produttivi, un dollaro su dieci è rappresentato da investimenti diretti esteri, mentre il resto proviene da risorse nazionali. La globalizzazione più importante degli ultimi 30 anni è stata quella della finanza; e quest’ultima è scarsamente collegata con gli investimenti reali e l’innovazione. Anzi, l’unica innovazione di questo tipo di globalizzazione è quella su come speculare meglio, il “learning how to speculate”.

Si cominciano a discutere idee nuove nei principali centri accademici e nelle istituzioni internazionali, ma il cambiamento è un processo lento. Olivier Blanchard forse ha modificato le visioni di 10-12 economisti di punta, ma ce ne sono migliaia che non hanno ancora messo in discussione le loro idee. Tuttavia, 15 anni fa c’era molto più conformismo rispetto a oggi: era il periodo della grande moderazione, in cui gli economisti pensavamo di aver trovato la verità. Oggi le nuove generazioni di studenti hanno uno sguardo differente verso i fatti economici, si interessano ad argomenti prima marginalizzati, come il neostrutturalismo e l’economia eterodossa.

  1. Spostiamo lo sguardo al vecchio continente e all’Italia, dove soffia un vento nazionalista e di destra, con episodi sempre più frequenti di razzismo. E’ tornato in auge un concetto del sociologo americano Furedi sulla “cultura della paura” che si afferma come “status di senso comune”. Da economista, pensa che sia inevitabile lo sfociare di una crisi economica in fenomeni sociali come l’egoismo, la paura e l’intolleranza?

Una domanda non per economisti! Io credo che il fenomeno europeo ha due problematiche principali; una di queste è l’immigrazione non regolata. Io sono per la regolazione di tutte le principali variabili macroeconomiche, così come anche dei flussi migratori. Inoltre credo che risolvere il problema dei paesi poveri con l’immigrazione sia impossibile, nonché potenzialmente distruttivo. In questo senso, la cooperazione allo sviluppo (che non sia indottrinamento neoliberale come lo è stato nel passato) è fondamentale. La seconda problematica è la finanziarizzazione; l’eccessivo peso del settore finanziario ha giocato un ruolo negativo per lo sviluppo economico e per persone e imprese colpite dalla crisi. C’è poi un aspetto legato alla deteriorata qualità dell’educazione, oggi quando una persona raggiunge dei miglioramenti, risalta di più l’aspirazione che la soddisfazione.

In generale, la maggior parte dello scontento va ai partiti estremi, sia a destra come in Francia sia a sinistra come in Spagna, sia da voi dove è successo quel che è successo. In Cile non è mancata una crescita dell’estrema destra, ma lo scontento è andato più verso l’estrema sinistra, a danno della Concertacion, la coalizione di centro sinistra.

Tutto ciò, a mio parere, ha a che vedere con l’inerzia, la lentezza nel risolvere i problemi, che specie in politica economica può portare a conseguenze gravi quando si decide di non agire. La questione più importante da affrontare è l’eccessivo peso della finanza, che impone un vincolo alle politiche pubbliche attraverso il rischio di downgrading del paese. È l’idea di non fare le cose perché altrimenti si riceve un voto basso dalle agenzie di rating, le stesse che erano completamente in torto con le banche USA nel 2008, e col Cile negli anni della dittatura. Di questa filosofia dobbiamo liberarci, e ¡Pucha que es difícil!

 

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