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Gasdotti e rigassificatori con i soldi della Bei

Alla canna del gas/Con prestiti pari a 71,7 miliardi di euro concessi nel 2013, la Bei è la più grande istituzione finanziaria europea. Il suo core business è l’energia

Gas o non gas? Questo è il dilemma. Lo è di certo per chi vive sui territori che dovrebbero essere attraversati da alcuni dei nuovi megaprogetti «di interesse comune» che la Commissione europea ha annunciato lo scorso gennaio. Gasdotti, rigassificatori, siti di stoccaggio del gas: una partita che le grandi economie europee stanno giocando per completare la costruzione del mercato di settore voluto dalla Commissione. A questi si aggiungono altri progetti che potrebbero ricevere dei finanziamenti da parte della Banca europea degli investimenti (Bei).

Con prestiti pari a 71,7 miliardi di euro concessi nel 2013, la Bei è la più grande istituzione finanziaria europea, presieduta dai governi degli Stati membri e dalla stessa Commissione. L’energia è da sempre strategica per la Banca, che nel 2013 al settore ha destinato 10,6 miliardi. La Bei ha facilitato l’accesso al credito per le aziende costruttrici lanciando un segnale positivo agli altri investitori, dalle banche ai fondi d’investimento, oltre ad aiutare nella raccolta di finanziamenti sui mercati attraverso nuovi meccanismi finanziari, come quelli messi in campo per il Castor in Spagna.

Va da sé quindi che la scelta dei progetti da finanziare da parte della Bei ha un effetto determinante rispetto a quali infrastrutture vengono costruite, e quali rimarranno per sempre lettera morta. Ben consapevoli di questo, i governi europei hanno discusso per oltre un anno la strategia energetica della Banca, che guiderà i suoi investimenti nel settore almeno per il prossimo lustro. Strategia poi approvata nel luglio dello scorso anno.

Tra gli obiettivi c’è anche quello della riduzione delle emissioni derivate dall’utilizzo di combustibili fossili per la produzione energetica. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, nel 2011 i sussidi ai combustibili fossili a livello globale sono aumentati del 30 per cento, arrivando a 523 miliardi di dollari. Una cifra che forse non tiene conto dei contributi indiretti, come ad esempio i prestiti della Bei alla costruzione degli impianti, e che in ogni caso rimane insostenibile.

Per autolimitarsi, con la nuova strategia energetica la Bei si è dotata di uno strumento per misurare l’intensità delle emissioni, l’Emissions Performance Standard (Eps). L’Eps verrà applicato a tutti i progetti di produzione di energia con combustibili fossili, con l’idea di scartare quelli che prevedono di produrre emissioni superiori a 550g di CO2 per kWh. Una misura che permetterebbe il finanziamento di nuove centrali a gas. La nuova strategia contiene anche una restrizione esplicita al finanziamento di nuove centrali a carbone, prevedendo però da subito delle eccezioni «in rare circostanze, dove non ci fossero alternative economicamente sostenibili».

Niente di nuovo invece sul fronte grandi dighe: la nuova politica della Bei prevede di continuare a finanziarle, nonostante gli impatti distruttivi sull’ambiente e sui diritti umani. Uno dei progetti nel radar della banca da diversi anni è quello degli impianti di Inga sul fiume Congo, in particolare Inga 3 e Grand Inga, che insieme costituiscono un mega progetto per la produzione di oltre 40.000 MW destinati ad alimentare le grandi multinazionali straniere che operano nell’industria estrattiva nel sud-est del paese e nella regione sudafricana. Non un pensiero per i cittadini congolesi, di cui oltre il 90% vive senza accesso a elettricità e sulle cui spalle verrà scaricato il servizio sul debito per la costruzione di queste infrastrutture (il cui costo stimato è di oltre 60 miliardi di euro).

Per la Bei gli impianti idroelettrici rimangono progetti per la produzione “di energia rinnovabile”, che continuerà a finanziare in futuro. Così come sosterrà l’estrazione di gas di scisto, che sta distruggendo il territorio negli Stati uniti d’America e che da diversi anni aziende di piccole e medie dimensioni (ma anche alcuni giganti come la Chevron) stanno sperimentando in Europa. Se da un lato le forti proteste delle comunità residenti hanno portato all’approvazione di una moratoria sul fracking in Francia e in Bulgaria, in Polonia, Romania, Regno Unito e Ucraina, le esplorazioni procedono, seppure con costi elevati e prospettive di guadagni ben al di sotto di quelli statunitensi. Molto controversa la scelta da parte della Bei di mantenere una porta aperta al finanziamento di nuove centrali nucleari, che siano approvate dall’Euratom e rispondano a determinati standard definiti dalla Banca. Una magra assicurazione, vista la scarsa capacità dell’istituzione di accertarsi che i clienti rispettino gli standard, soprattutto per quel che riguarda gli investimenti fuori dal territorio dell’Unione europea.

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