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Diritto al lavoro e trattati, nel libro di Valerio Martinelli

Dallo shock petrolifero del 1973 alla perdurante austerity nelle politiche dell’Ue. Un excursus del pensiero economico e delle sue applicazioni negli ultimi vent’anni nel recente saggio di Martinelli. FacebookTwitterGoogle+LinkedinPinterestemailPrint

Il recente libro di Valerio Martinelli illustra con chiarezza e rigore il dibattito che portò alla formulazione degli articoli della nostra Costituzione riguardanti il lavoro.i In un capitolo finale, l’autore mette in luce l’importanza delle politiche attive che aumentino le possibilità di trovare un lavoro attraverso la formazione professionale e la riqualificazione delle persone in cerca di occupazione. È convinzione dell’autore che “il lavoro come diritto, come dovere, come valore, deve riacquistare la sua centralità”.

Al lettore di questo libro non sfuggirà la contraddizione tra la visione del lavoro espressa nella nostra Costituzione e la visione che è alla base dei trattati e degli accordi europei stipulati a partire dagli anni ’80.ii

Nella visione dei padri costituenti, la politica ha il compito di perseguire la piena occupazione in modo da garantire il diritto al lavoro e a una retribuzione che permetta una vita libera e dignitosa. L’obiettivo della piena occupazione rispecchia una visione fondamentalmente keynesiana: nel caso di elevata disoccupazione il governo può e deve intervenire aumentando la domanda aggregata mediante un’espansione della spesa pubblica. L’aumento della domanda aggregata ha effetti moltiplicativi che portano a un aumento del reddito nazionale e quindi delle imposte e del risparmio che permettono di ripagare la manovra iniziale. L’espansione della spesa pubblica si arresta una volta raggiunta la piena occupazione.

Negli anni ‘50 e ’60 del secolo scorso le politiche keynesiane di sostengo alla domanda aggregata  ̶  insieme all’espansione di un welfare pubblico e all’attuazione di politiche redistributive a favore dei redditi più bassi  ̶  avevano favorito ritmi di crescita economica molto elevati con un conseguente aumento del numero di occupati. Alla fine degli anni ’60, il tasso di disoccupazione aveva raggiunto livelli vicini alla piena occupazione. I salari reali erano cresciuti sensibilmente. Il potere contrattuale dei sindacati si era notevolmente rafforzato.

Dai primi anni ’70 il quadro economico muta radicalmente. Gli aumenti salariali e dei prezzi delle materie prime portano a una crescita dei prezzi dei beni finali, che a sua volta innesca nuovi aumenti salariali.

Il primo shock petrolifero del 1973, oltre a provocare un’impennata dell’inflazione, determina un rallentamento dell’attività produttiva e un aumento del numero dei disoccupati. Le autorità di politica economica si trovano di fronte a un nuovo fenomeno: la stagflazione, ossia la micidiale combinazione di elevata inflazione e alta disoccupazione. La teoria keynesiana così entra in crisi perché le politiche economiche keynesiane si dimostrano incapaci di risolvere i problemi posti dalla stagflazione. Infatti, le politiche keynesiane contro la disoccupazione, basate su un aumento della spesa pubblica, avrebbero, comportato un aumento dei salari che avrebbe inevitabilmente aggravato il problema dell’inflazione.

In quegli anni ritornano in auge le teorie pre-keynesiane secondo le quali, per regolare il ciclo economico sono sufficienti le politiche monetarie, ossia le variazioni della quantità di moneta, mentre sono inefficaci e nocive le politiche fiscali, come l’espansione della spesa pubblica. L’intervento dello stato mediante le politiche fiscali è considerato dannoso perché distorcere il funzionamento dei mercati. Alla fine degli anni ’80, con la caduta del muro di Berlino e il crollo dei regimi comunisti in Europa, la teoria dello Stato minimo, sintetizzabile con lo slogan “lo stato è il problema e il mercato è la soluzione”, si rafforza dominando il dibattito economico.

La teoria dei mercati efficienti, che si autoregolano, si diffonde anche nei partiti della sinistra e nei sindacati.iii Prevale l’idea che le politiche keynesiane siano superate.

Dagli anni ‘80 in poi la politica abbandona l’obiettivo della piena occupazione. Secondo la visione che si diffonde nell’Unione Europea, la politica deve limitarsi a garantire il funzionamento dei mercati e la stabilità dei prezzi. Questa visione è alla base dello statuto della Banca Centrale Europea secondo il quale l’unico obiettivo della BCE è la stabilità dei prezzi. Inoltre si è stabilito che la BCE deve essere indipendente dai governi, nel senso che non svolge il ruolo di prestatore di ultima istanza.

Tuttavia la crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008 e la grave recessione che è seguita portano a un profondo ripensamento. L’idea dei mercati efficienti basata sull’ipotesi d’individui perfettamente razionali è clamorosamente smentita dai fatti. Le vicende economiche degli ultimi dieci anni dimostrano che le politiche keynesiane sono tuttora un elemento fondamentale per combattere la recessione e ridurre la disoccupazione.iv

Di fronte alle conseguenze della crisi finanziaria del 2008, l’amministrazione Obama ha aumentato la spesa pubblica fino ad arrivare al 12% di deficit sul PIL (ben 4 volte il limite del 3% stabilito dal trattato di Maastricht). La ripresa statunitense è stata più rapida (con un rientro del deficit) di quella molto tardiva e anemica dell’Unione Europea costretta a rispettare prima la regola del 3% di deficit massimo, poi addirittura la norma sul fiscal compact che impone il pareggio di bilancio.

Questi vincoli, stabiliti dall’Unione Europea, non sono una necessità, ma sono una scelta politica. Tutto l’assetto istituzionale dell’Unione Europea rispecchia la visione neoliberista tedesca ed è molto diverso da quello giapponese e statunitense. La banca centrale negli Stati Uniti e in Giappone non ha solo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, ma deve tener conto anche dell’obiettivo dell’occupazione. Inoltre, le banche centrali di questi due paesi garantiscono il pagamento del debito mediante l’emissione di dollari e yen, impedendo così speculazioni sul debito che possono innalzare i tassi d’interesse a livelli insostenibili.

In concreto, quali sono le politiche economiche neoliberiste adottate nell’Eurozona?

Deregolamentazione, riduzione delle imposte sui redditi alti, il dumping fiscale con accordi in alcuni casi segreti per non far pagare le imposte alle grandi multinazionali, aumento della flessibilità, pareggio di bilancio imposto per legge anche nei momenti più duri di una crisi economica, divorzio della banca centrale dal governo, drastica riduzione dei finanziamenti alla ricerca.

I risultati di queste politiche sono sotto gli occhi di tutti.

La deregolamentazione è stata una delle cause principali dello scoppio delle bolle finanziarie che hanno innescato la grande recessione.

La riduzione delle imposte sui redditi alti ha aumentato le diseguaglianze. La stagnazione dei redditi medio-bassi ha portato a un crescente ricorso all’indebitamento che ha contribuito a gonfiare le bolle speculative.

Enormi sconti fiscali alle multinazionali si traducono in una concorrenza sleale sui prezzi di vendita a molte imprese commerciali nazionali che rischiano per questo di chiudere con gravi effetti occupazionali.

Il divorzio tra la banca centrale e il governo espone gli Stati a speculazioni sui titoli di Stato che possono far impennare i tassi d’interesse sul debito pubblico, provocando gravi crisi di insolvenza. Tutti ricorderanno il problema dello spread tra il tasso d’interesse dei bond italiani e il tasso di interesse dei bond tedeschi.

Tra l’altro va detto che negli anni ’80 il divorzio della Banca d’Italia dal governo è alla base del forte aumento dei tassi d’interesse sui titoli di Stato, che ha determinato, a sua volta, a una notevole crescita del debito pubblico.

Quanto alla flessibilità, studi dell’OCSE dimostrano che non c’è alcuna relazione statistica significativa tra aumento della flessibilità del mercato del lavoro, crescita economica e performance occupazionale.v

D’altra parte l’esperienza italiana parla chiaro. Negli ultimi vent’anni in Italia si è accresciuta notevolmente la flessibilità del lavoro, ma i risultati in termini di riduzione della disoccupazione sono stati deludenti. L’aumento della precarietà del lavoro dipendente riduce il costo del lavoro, ma non aumenta la produttività e la qualità dei prodotti, che sono invece i due fattori chiave sui quali puntare per aumentare la competitività dell’industria manifatturiera italiana in modo da tenere testa alla concorrenza dei paesi emergenti, che hanno vantaggi di costo incomparabili e dei partner europei, come la Germania, che producono beni di qualità ad alto valore aggiunto.

Il limite del 3 per cento di deficit rispetto al PIL e poi l’obbligo del pareggio di bilancio, sancito dal fiscal compact, hanno comportato una persistente riduzione della spesa pubblica; in poche parole, il governo ha incassato più di quanto a speso a causa degli interessi sul debito.

Tale permanente austerità ha avuto effetti depressivi sull’economia italiana. Le politiche di austerità hanno notevolmente inasprito gli effetti recessivi della crisi finanziaria scoppiata nel 2008. Queste politiche hanno ottenuto l’effetto opposto rispetto all’obiettivo dichiarato dai loro sostenitori.

Infatti, l’austerità ha determinato un aumento, non una diminuzione, del rapporto debito/PIL a causa della riduzione del PIL e un calo competitività internazionale del nostro paese perché la riduzione dei volumi prodotti fa lievitare i costi unitari a causa del maggior peso dei costi fissi. La riduzione dei finanziamenti alla ricerca, perché visti come aiuti di stato che minano la concorrenza, ha penalizzato la competitività delle imprese europee. Negli Stati Uniti, come ha spiegato bene Mariana Mazzucato, la ricerca ha ricevuto invece massici finanziamenti federali approvati anche dai governi repubblicani.vi

La visione neoliberista adottata dall’Unione Europea sotto la leadership tedesca, non solo è in palese contraddizione con la nostra Costituzione,vii ma ha portato a politiche economiche che hanno aggravato le conseguenze della crisi, portando a un aumento della disoccupazione e del numero di persone in condizioni di povertà.

Un risultato molto preoccupante di queste politiche è che l’aumento dell’esclusione sociale e del disagio economico induce un crescente di persone ad abbracciare idee xenofobe e a individuare in chi sta peggio la causa dei loro mali.

i V. Martinelli, Right or Duty to Work Edizioni, ETS, Pisa, 2018.

ii Sul tema del conflitto tra la nostra Costituzione e i trattati europei si veda l’approfondita analisi di V. Giacché, Costituzione Italiana conto trattati Europei. Il conflitto inevitabile, Imprimatur Editore, Reggio Emilia, 2015.

iii In un’intervista apparsa su L’Espresso (11 aprile 2018), Fabrizio Barca racconta questo processo di conversione: « … noi della sinistra – anche nel Pci – sapevamo benissimo che il “socialismo reale” non era il modello giusto per liberare le persone. Eppure dopo la caduta del Muro abbiamo pensato che fosse finito tutto quello in cui avevamo creduto: l’avanzamento sociale, la lotta contro le disuguaglianze, l’emancipazione delle classi deboli. Abbiamo pensato … che la vittoria del neoliberismo fosse definitiva. C’è stato un totale ripudio del passato e un’adesione interiore al neoliberismo. Un’intera generazione di sinistra – la mia – dopo il 1989 si è convinta che i suoi ideali di uguaglianza fossero una sorta di romantico errore di gioventù…» http://espresso.repubblica.it/palazzo/2018/04/11/news/fabrizio-barca-sinistra-suicidio-1.320464.

iv Si veda al riguardo l’interessante libro di W. Mitchell e T. Fazi, Reclaiming the State. A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World, Pluto Press, Londra, 2017.

v OCSE-OECD, “Short-term labour market effects of structural reforms: Pain before the gain?”, Employment Outlook, 2016; si veda anche A. Kleinknecht et al., “Is flexible labour good for innovation? Evidence from firm-level data”, Cambridge Journal of Economics, vol. 38, pp. 1207-19.

vi M. Mazzucato, Lo stato innovatore, Laterza, Bari-Roma, 2014.

vii Sulle ragioni che hanno indotto i governi dell’Eurozona ad adottare politiche di austerità e sugli effetti di queste politiche, si rinvia al primo capitolo del mio libro Nulla è come appare. Dialoghi sulle verità sommerse della crisi economica, Imprimatur Editore, Reggio Emilia, 2016.