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Dietro al mantra delle riforme

Per diventare un paese più competitivo ci dicono sempre che servono “le riforme strutturali”. Ma la maggiore competitività della Germania si spiega solo con la costante compressione dei salari reali, in termini relativi rispetto agli altri paesi dell’eurozona

Il meccanismo attraverso cui differenze di competitività generano forti squilibri commerciali all’interno di un’unione monetaria incompleta, come quella europea, è abbastanza chiaro. Restano da spiegare, però, le cause che permettono ad alcuni paesi di avvantaggiarsene. In altre parole, bisogna dare risposta alla frequente domanda sul “perché l’Italia non diventa competitiva come la Germania”. La via spesso suggerita è quella delle “riforme strutturali per recuperare competitività”! In questo modo saremmo noi a sfruttare le rigidità che l’unione monetaria impone agli altri, che soffrirebbero un crescente deficit commerciale, tutto a nostro vantaggio. Il ragionamento è logico, ma va approfondito.

Il caso tedesco è importante per capire le ragioni di un così grande surplus commerciale. Si può considerare che tale surplus sia stato assorbito prevalentemente dagli altri paesi dell’unione monetaria, essendo la bilancia commerciale dell’eurozona in sostanziale pareggio fino a un paio di anni fa. Quello che ci interessa, quindi, sono le differenze relative fra la Germania e il resto dell’eurozona.

Nei primi anni dell’unione monetaria la Germania ha realizzato importanti riforme e investimenti in ricerca, innovazione, apprendistato, formazione, con l’obiettivo di migliorare la produttività della propria industria. Allo stesso tempo, le riforme strutturali del mercato del lavoro hanno avviato un processo di contenimento dei salari volto ad aumentare la competitività (di prezzo) dell’industria tedesca. Produttività e competitività, quindi, sono considerati il segreto del successo tedesco. Questo semplice grafico, tratto dal rapporto annuale 2012 dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro, ci dice qualcosa di più preciso:

Produttività e salari reali: Germania rispetto al resto dell’eurozona (indice, 1995 = 100)

Le riforme e gli investimenti volti ad aumentare la produttività hanno sicuramente migliorato in termini assoluti la produzione tedesca, ma non hanno generato alcun vantaggio relativo rispetto al resto dei paesi dell’eurozona. La maggiore competitività della Germania, invece, si spiega con la costante compressione dei salari reali, in termini relativi rispetto agli altri paesi dell’eurozona.

Le riforme Hartz, dal nome del top manager della Volkswagen nominato presidente della commissione governativa per la riforma del lavoro (un po’ come se il Governo italiano la affidasse a Sergio Marchionne), hanno ridotto notevolmente i salari reali dei lavoratori tedeschi rispetto ai loro colleghi dell’eurozona. L’aneddoto dell’operaio Volkswagen con salari molto più alti dei colleghi europei, purtroppo, non rappresenta che l’1% della forza lavoro in Germania, mentre il 20% lavora con i cosiddetti “minijob”, contratti precari da meno di 450 euro al mese che non danno diritto a contributi previdenziali.

Questa compressione dei salari ha due effetti positivi sulla bilancia commerciale. Da un lato migliora la competitività, favorendo le esportazioni. Dall’altro deprime la domanda interna, riducendo le importazioni. I due effetti si sommano generando un surplus delle partite correnti. Questo, unito ad un livello dei prezzi mantenuto ben al di sotto della media europea, equivale ad una svalutazione competitiva nei confronti degli altri paesi.

Si tratta della stessa politica tipicamente rimproverata ai paesi emergenti, come la Cina, che grazie ai salari più bassi riesce ad attrarre investimenti produttivi e ad accumulare surplus commerciali. Ma se la Cina genera ingenti surplus commerciali, la sua moneta, automaticamente, si apprezza, neutralizzandoli almeno in parte. Proprio per questo il principale motivo del contendere fra Stati Uniti e Cina è il valore troppo basso del renminbi, al quale la Fed risponde impedendo al dollaro di apprezzarsi troppo.

In un’unione monetaria, invece, non esiste alcun meccanismo automatico che permetta di neutralizzare gli effetti di una compressione salariale attuata da un paese. Agli altri non resta che sopportare sempre più ingenti disavanzi commerciali, oppure comprimere a loro volta i salari, accettando la concorrenza al ribasso. Quando Romano Prodi sosteneva che “la vera Cina è la Germania”, si riferiva proprio a queste dinamiche.

Va precisato che vantaggi e svantaggi di questa strategia non sono equamente distribuiti all’interno di un paese: si può ragionevolmente sostenere che la grande industria tedesca abbia enormemente beneficiato di questo processo, non altrettanto, però, i lavoratori. Viceversa, negli altri paesi, come l’Italia, l’industria ha molto sofferto questa concorrenza di prezzo, mentre (almeno in un primo momento) i salari reali sono stati risparmiati.

Come la teoria ci insegna, però, una perdita di competitività dell’industria si traduce presto in disoccupazione. E lunghi periodi di alta disoccupazione sono lo strumento con il quale forzare una compressione dei salari reali. Che infatti viene presentata oggi agli italiani come l’unica soluzione possibile: meglio un lavoro mal pagato che niente, non bisogna essere troppo “choosy”, non possono essere tutti manager o professori, bisogna sapersi accontentare, ecc.

Fatti salvi i vincoli imposti dall’unione monetaria, le “riforme con cui l’Italia può recuperare competitività” si traducono semplicemente in compressione dei salari reali. Chi oggi auspica “le riforme strutturali” come soluzione dei problemi, consapevolmente o inconsapevolmente, sta parlando di questo.

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