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Cina-Giappone, un rapporto difficile

Cina e Giappone hanno raggiunto un alto livello di interdipendenza economica malgrado la reciproca sfiducia politica, dispute storiche irrisolte e una relazione politica turbolenta

Da un punto di vista economico, Cina e Giappone sono stretti l’una all’altro. La loro relazione bilaterale è la terza al mondo per quanto riguarda l’interscambio commerciale: 340 miliardi di dollari nel 2014. La Cina rappresenta il maggior partner commerciale del Giappone (circa 1/5 degli scambi di quest’ultimo), viceversa il Giappone è il secondo per la Cina. Il Giappone è inoltre il principale investitore in Cina, con uno stock di investimenti diretti di oltre 100 miliardi di dollari nel 2014, di oltre 30 miliardi di dollari superiore alla seconda fonte di investimenti in Cina, gli Stati Uniti. Tuttavia queste cifre colossali relative al commercio e agli investimenti non bastano a chiarire quanto i due giganti asiatici sono interconnessi.

L’importanza della relazione tra Giappone e Cina non si ferma al loro rapporto bilaterale, perché è tutt’uno con una regione profondamente integrata nella quale le catene di distribuzione, un commercio robusto e i flussi di investimenti con paesi terzi aggiungono un’ulteriore dimensione all’interdipendenza tra Pechino e Tokyo: ad esempio, molti degli investimenti giapponesi nel Sud-est asiatico dipendono dall’assemblaggio e, sempre più, dall’aggiunta di valore in Cina.

L’interdipendenza nella regione è maturata nonostante le difficoltà nei rapporti politici. L’ostilità del passato e conflitti storici irrisolti vengono molto dopo il reciproco interesse per la prosperità.

La manifattura giapponese dovette spostarsi all’estero per rimanere competitiva durante la rapida rivalutazione dello yen nel corso degli anni Ottanta, la stagnazione economica nazionale e la successiva riduzione della popolazione negli anni 2000. Molta di quella capacità produttiva si trasferì in Cina, ma il Giappone investì anche in altri paesi vicini, come il Vietnam. Ciò diede vita a quella che viene spesso definita strategia d’investimento “Cina più uno”. C’è chi ritiene che si trattò di una risposta al rischio specifico di sovraesposizione in Cina, mentre fu semplicemente una normale strategia di diversificazione del rischio.

Infatti, nonostante approvvigionamento e fornitura delle merci avvengano in base alla libera concorrenza e, se necessario, possono essere trovate delle alternative, le interruzioni degli scambi comportano dei costi. Ma, rispetto al commercio, gli investimenti implicano rapporti economici più stretti e profondi: la costruzione di impianti nel paese ospite comporta l’impiego di grossi capitali, l’utilizzo di manodopera locale e lo sviluppo di un business e di relazioni con i consumatori in un paese straniero.

L’investimento giapponese da 100 miliardi di dollari ha portato lavoro, tecnologia, know-how e capitale in Cina. La crescita di quell’investimento sta rallentando a causa dell’aumento del costo del lavoro in Cina, ma quello nella manifattura a maggior valore aggiunto e nei servizi si sta facendo più rilevante. Gli investimenti cinesi in Giappone sono in una fase embrionale, con uno stock di circa 600 milioni nel 2014, ma stanno crescendo rapidamente, considerando che un decennio fa ammontavano a soli 90 milioni di dollari: si tratta principalmente di investimenti immobiliari, ma ora i cinesi stanno provando ad acquistare anche tecnologia e know-how giapponese. L’abilità tecnologica giapponese è indispensabile per permettere alla Cina di continuare a salire lungo la catena del valore e diventare un paese ad alto reddito.

I legami tra i due popoli sono forti, hanno una lunga storia e rafforzano la relazione tra i due paesi. Si tratta di un fatto non sorprendente – data la vicinanza geografica e culturale – che però viene spesso sottovalutato. Più della metà degli oltre 184.000 studenti internazionali attualmente presenti in Giappone sono cinesi, e negli ultimi dieci anni hanno rappresentato mediamente il 60% del totale. E la Cina – dopo gli Stati Uniti – è la seconda destinazione preferita dai giapponesi che si recano a studiare all’estero. Gli studenti giapponesi costituiscono il terzo gruppo più numeroso di studenti stranieri in Cina. E 2,4 milioni di cinesi hanno visitato il Giappone nel 2014, mentre altri 5 milioni sono in attesa del visto. Tuttavia i sondaggi nei due paesi rilevano percentuali molto alte di cittadini con una visione non favorevole dell’altro paese.

Cina e Giappone hanno raggiunto questo livello di interdipendenza economica malgrado la reciproca sfiducia politica, dispute storiche irrisolte e una relazione politica turbolenta. Spesso rappresentati dall’espressione “calore economico, freddezza politica”, i forti legami economici e le asprezze politiche non si escludono a vicenda. Finora la freddezza politica non ha bloccato né danneggiato in maniera significativa la relazione economica, e il calore economico sembra aver limitato la freddezza politica.

Le relazioni hanno recentemente raggiunto il punto più basso, ma il commercio e gli investimenti sono andati avanti. In precedenza, il rapporto tra i due Paesi aveva già toccato un altro punto più basso sotto la leadership dell’ex premier giapponese Junichiro Koizumi, tra il 2001 e il 2006, con la sospensione delle visite di Stato dei leader e proteste anti-giapponesi di massa in Cina, nel 2005. E tuttavia la relazione economica in quel periodo fiorì enormemente, con il commercio cresciuto da 85 miliardi di dollari nel 2000 a 211 miliardi di dollari nel 2006.

Quando, nel 2006, Shinzo Abe assunse per la prima volta l’incarico di premier, la sua prima visita di Stato fu in Cina per “rompere il ghiaccio”. La Cina probabilmente non costituiva la prima scelta di Abe, ma riparare la relazione rappresentava una importante priorità e una promessa sulla quale Abe aveva fatto campagna elettorale. Fu l’importanza della relazione economica a guidare l’imperativo politico. Le successive visite di Stato aiutarono a sciogliere il ghiaccio.

In Cina, il clima ufficiale nei confronti del Giappone migliorò e non si verificò alcuna protesta fino a che le relazioni non toccarono il fondo dopo il riacutizzarsi della contesa sulle isole Diaoyu/Senkaku nel 2012. In Giappone nessun leader visitò lo Yasukuni fino a che non lo fece Abe nel 2013, quando le relazioni tra Pechino e Tokyo erano già al punto più basso e la sua popolarità in patria alta. Ma anche nei momenti bui, la situazione non andò fuori controllo. La posta in gioco è troppo alta.

Dopo un incontro glaciale tra il presidente cinese Xi Jinping e Abe al vertice APEC del novembre 2014, i due leader ne hanno avuto un altro, più caloroso, nell’aprile scorso a Jakarta, a margine della Asian-African Conference. Xi è apparso davanti a una delegazione giapponese nel maggio 2015, mentre riceveva una lettera da Abe e annunciava le sue intenzioni di migliorare i rapporti. Il summit Cina-Giappone-Corea del sud rappresenterà un’altra possibilità per Abe e Xi di incontrarsi, e aumentare la fiducia reciproca.

La relazione politica sta migliorando di nuovo, trainata da entrambe le parti da interessi economici.

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