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Al lavoro 6 ore. La Svezia sperimenta

In Svezia sperimentano la giornata di lavoro di 6 ore. Un esperimento costoso ma, secondo un primo bilancio, dai molteplici benefici, anche in termini di produttività

Group of Multiethnic Busy People Working in an Office

“Meno congedi per malattia, personale più felice e anziani più soddisfatti” scriveva il quotidiano svedese Dagens Nyheter il 21 aprile, dopo che alla facoltà di Economia di Göteborg sono stati presentati i risultati della ricerca che ha valutato la sperimentazione della giornata di 6 ore in una casa di riposo della città svedese. I risultati dello studio sono netti: la riduzione dell’orario di lavoro ha effetti benefici sotto numerosi punti di vista. La giornata lavorativa di 6 ore a parità di salario è stata introdotta a gennaio 2015 per gli operatori sanitari nella casa di riposo pubblica di Svartedalen, che occupa 68 dipendenti. Per compensare la riduzione di orario nell’ultimo anno sono state assunte 14 persone. Lo studio confronta i dati relativi all’anno trascorso con i dati dell’anno precedente e mostra le differenze con quanto avvenuto nello stesso periodo sia in un’altra casa di riposo in cui non è stato modificato l’orario di lavoro, sia nell’insieme delle case di riposo cittadine. La differenza principale riguarda le assenze per malattia: a Svartedalen si riducono dal 6,4% al 5,8%, mentre nello stesso periodo aumentano sia nel caso “di controllo” (dal 7% all’ 8,4%), sia nella media cittadina, dove arrivano al 12,1%. Questo fa sì che, nella sede dove è stato ridotto l’orario di lavoro, le ore effettivamente lavorate siano aumentate, mentre nelle altre sedi sono diminuite: la percentuale di ore lavorate (rispetto a quelle da contratto) è passata dall’87,5% all’89,2%, mentre nel caso di confronto è scesa dall’87 all’83,4% (e la media cittadina è 85,1%). Questi dati si accompagnano a una serie di risultati positivi in termini di percezione della propria salute da parte dei lavoratori/trici: la differenza rispetto al caso preso a confronto è positiva in tutti gli indicatori (percezione dello stato di salute, percezione della propria energia, attività sportive svolte,…). Nelle risposte aperte emergono altri aspetti interessanti: una lavoratrice riporta che la riduzione dell’orario di lavoro ha avuto “un significato incredibile nella vita di tutti i giorni, dal momento che sono una madre single”, mentre un’altra racconta: “ciò che è cambiato è che consumiamo più cibo sano e fatto in casa e meno cibo pronto”. Sul piano della qualità del lavoro, un indicatore rilevante è quello del numero di attività che i lavoratori fanno insieme ai pazienti, che indica quanto questi ultimi siano stimolati, oppure quanto vengano semplicemente accuditi nelle necessità basilari: a febbraio 2016 il numero medio di attività al giorno per operatore a Svartedalen era 3,4, mentre è 2,3 nel caso usato per il confronto.

Molti sono gli argomenti a vantaggio della riduzione dell’orario di lavoro in questa specifica categoria occupazionale, che è la più grande della Svezia, con 175.000 lavoratori, di cui il 93% donne: il lavoro di cura è estremamente faticoso e richiede elevati livelli di attenzione, pazienza e capacità di ascolto, che non sono caratteristiche indipendenti dall’organizzazione e dai tempi di lavoro. Esistono però ricerche in ambito sanitario che portano argomenti a favore della riduzione dell’orario di lavoro che sono trasversali ai gruppi professionali: ad esempio, un recente studio pubblicato su The Lancet a ottobre 2015, analizza 24 coorti in Europa, USA e Australia, e identifica una correlazione positiva e significativa tra ore lavorate e rischio di infarti.

Il caso di Svartedalen non è isolato, ma segue una serie di esprimenti iniziati alla fine degli anni ‘80 in Svezia e Norvegia, soprattutto nel settore pubblico. Al tempo stesso, anche alcune imprese private, come Brath AB e Filimundus, attive nel settore informatico, hanno introdotto riduzioni dell’orario di lavoro. Questi casi hanno avuto una forte eco mediatica qualche mese fa, quando i giornali stranieri hanno rimbalzato la notizia di una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro in Svezia. A questa eco hanno risposto studiosi sulle pagine di alcuni giornali svedesi, indicando che questi esperimenti sono lungi dal diventare la norma: “questa attenzione mediatica è un bene” –dice Roland Paulsen dell’Università di Lund- “perché indica che la riduzione dell’orario di lavoro è un tema sentito. Al tempo stesso, però, vediamo che nei fatti l’orario di lavoro tende ad aumentare anziché diminuire”. Uno studio del sindacato svedese TCO stima infatti che nel 2014 circa il 18% dei lavoratori lavorasse oltre il suo orario di lavoro: “se il lavoro extra potesse essere convertito in incremento occupazionale, questo rappresenterebbe tra i 117.000 e i 150.000 posti in più”.

Non sappiamo ancora se l’esperimento della casa di riposo Svartedalen continuerà, dato che il consiglio comunale di Göteborg ha rimandato la decisione a fine maggio; la proposta cittadina arriva dall’amministrazione rosso-verde, mentre i partiti di centrodestra (Moderaterna in testa) si oppongono. In generale l’attenzione sul tema è alta, ma lo è anche l’opposizione politica. Quali sono i principali nodi sollevati dai critici? Innanzitutto, la produttività: i detrattori della riduzione dell’orario di lavoro si appellano all’esigenza di competitività nel mercato globalizzato. E’ una critica che poco si applica al caso di servizi pubblici, ma, in ogni caso, anche gli esempi del settore privato non sembrano confermare questa tesi. In un’intervista al sito Företagarna (“Le imprese”), Mary Bråth, della Brath AB, dichiara: “Ci sono molti miti sulla giornata di 6 ore, il più comune è che la produzione cali proporzionalmente alle ore lavorate. Ma la nostra esperienza è che produciamo quanto prima. L’impatto sullo staff è positivo, siamo un’azienda attrattiva con basso turnover dei lavoratori e tutti parlano di noi”. Il CEO della Filimundus, intervistato da Science Alert, continua sulla stessa linea: “la mia impressione è che ora sia più facile concentrarsi intensamente sul lavoro che deve essere fatto, hai più energia per farlo e te ne rimane quando esci dall’ufficio”.

L’attacco principale, però, è sul fronte dei costi. Il costo della sperimentazione di Göteborg è stato, per le casse del comune, di circa 6 milioni di corone (circa 600.000 euro), che corrisponde al salario dei nuovi assunti, al netto delle minori spese per congedi malattia, per straordinari e per contratti brevi mirati a coprire le assenze per motivi di salute. Da un punto di vista fiscale nazionale, però, bisogna tenere nel conto il risparmio dei sussidi di disoccupazione delle 14 persone assunte per coprire la riduzione di orario, che viene stimato a circa 3 milioni di corone (sempre secondo il rapporto della società di consulenza che ha valutato l’esperimento). Una valutazione precisa dei costi è però difficile perché bisognerebbe stimare il risparmio futuro di un miglioramento delle condizioni di salute. Ma sono davvero i costi il tema su cui basare una riflessione più ampia sulla riduzione dell’orario di lavoro? No, sostiene il ricercatore Roland Paulsen, sociologo presso l’Università di Lund. La ragione alla base della riduzione della giornata lavorativa è di natura redistributiva, ed è quello che ne giustificherebbe l’estensione per legge, al di là di singole sperimentazioni. Negli ultimi 20 anni la produttività in Svezia è aumentata in modo vertiginoso; per produrre le stessa quantità sarebbero quindi necessarie meno ore lavorate. Al tempo stesso, questi guadagni in termini di produttività sono andati sproporzionatamente a vantaggio dei redditi da capitale (anche la Svezia, come l’Italia, ha visto calare la quota salari del PIL). Un provvedimento di questo tipo risponderebbe quindi prima di tutto a un’esigenza di redistribuzione del reddito verso il fattore lavoro, che negli ultimi decenni ha perso quote di prodotto nazionale. Questo può essere ottenuto aumentando i salari o riducendo le ore lavorate a parità di salario. Sempre Paulsen sostiene che, da diverse indagini tra i lavoratori svedesi, emerga chiara la preferenza per la seconda opzione; la maggior parte delle persone vuole essere al riparo dai mali provocati dalla disoccupazione, ma, una volta evitati questi, tra aumenti salariali e riduzioni dell’orario di lavoro, preferisce queste ultime. Rispetto alla domanda se una riduzione dell’orario di lavoro sia un costo per le imprese, la risposta è quindi: “sì, ma è giusto che lo sia”. Perché fino a qualche decennio fa l’orario di lavoro si è gradualmente ridotto e poi questa tendenza si è arrestata? Oggi, il potenziale produttivo per ridurre l’orario di lavoro c’è, a maggior ragione dopo gli ultimi 20 anni; la questione è tutta sul piano della redistribuzione.

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