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Boom di spese militari e moltiplicazioni di eserciti europei

Il 2018 si annuncia anno record di spesa militare in Europa. Oltre a Nato e PeSco è nato, su idea di Macron, lo IEI, “force de frappe” che coinvolge 9 paesi tra cui la Gran Bretagna post Brexit ma per ora non l’Italia

Con le avvisaglie delle ultime settimane è molto probabile che il 2018 sarà un anno record per le spese militari. La Gran Bretagna ha deciso nei giorni scorsi di portare al 3 per cento sul Pil le sue spese per il comparto Difesa e la Germania, al contrario della Spagna, ha accettato di adeguarsi al 2 per cento richiesto a gran voce dalla Nato ma il presidente americano Donald Trump non è soddisfatto e anzi, in previsione del vertice dell’11 e 12 luglio, tira le orecchie ad Angela Merkel dicendo che Berlino starebbe addirittura “minacciando la sicurezza atlantica” e che per quanto lo riguarda “la pazienza con la Germania sta finendo”.

Per avere dati abbastanza definitivi e comparati delle spese belliche nel 2018 bisognerà aspettare il rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) disponibile all’inizio dell’anno prossimo. Del resto non sappiamo ancora se il nuovo governo italiano vorrà confermare, come sembra, o meno il programma di acquisto dei caccia F35, dopo che questo impegno era già sparito nel programma con cui il M5S si è presentato alle elezioni del 4 marzo.

Nel frattempo si procede con una moltiplicazioni di voci di spesa e di organizzazioni da finanziare. Va in questo senso la lettera d’intenti firmata da nove paesi europei lo scorso 25 giugno per la creazione, su base volontaria, di uno strano ibrido militare che va sotto il nome di IEI, cioè – e questa volta dal francese perché di una idea francese si tratta – “initiative européenne d’intervention”. Si tratterebbe di una forza d’intervento rapido europea da utilizzare per la difesa comune in casi di attacco di un paese, per evacuazioni di massa, per sostenere le protezioni civili alle prese con catastrofi naturali e terremoti, ma soprattutto, a quanto sembra, come strumento strategico per uniformare e omogeneizzare metodiche e competenze degli Stati maggiori e delle strutture di intelligence.

La lettera d’intenti per il momento è stata firmata da: Germania, Spagna, Belgio, Danimarca, Francia, Olanda, Portogallo ed Estonia. Ed ha fatto rumore nei circoli degli analisti della Difesa in Europa il fatto che l’Italia, con il nuovo governo giallo-verde appena insediato, si sia riservata di decidere se aderire o meno in un secondo tempo. Gli analisti spiegano questo saltare un giro con le rivalità ancora molto forti tra Italia e Francia sulla vicenda dei migranti oppure con i residui della vecchia tensione tra Roma e Parigi sui cantieri Saint Nazare e la vicenda StxFincantieri, contrasto che però, a ben vedere, è stato appianato. La rivalità è infatti da ricondurre piuttosto alla tensione non dichiarata ma fortissima sugli interessi petroliferi in Libia tra Total e Eni, e quindi tra un Macron che appoggia il generale cirenaico Haftar e un’Italia che da anni privilegia come unico partner il rivale: il premier di Tripoli Fayez Serraj.

In ogni caso i nove Stati che hanno sottoscritto il Memorandum of understanding hanno risposto affermativamente a una chiamata fatta direttamente da Emmanuel Macron che risale a quasi un anno fa e che nel calendario fissato non si concretizzerà prima del prossimo settembre.

Macron aveva parlato per la prima volta di questa cooperazione rafforzata sul piano militare – ad adesione libera, volontaria – in quello che forse è stato il suo più storico e lungo discorso sull’Europa, pronunciato alla Sorbona il 26 settembre 2017.

Nel Memorandum è esplicitato che l’iniziativa di intervento rapido sarà complementare e non concorrente con la Nato. Così come è stato esplicitato più volte che non dovrà sovrapporsi con il dispositivo di PeSco, la cooperazione strutturata permanente sul piano militare che coinvolge 23 dei 27 Paesi dell’Unione europea, embrione di quello che dovrebbe essere un esercito europeo.

Macron però alla Sorbona è stato molto più chiaro sugli intenti, al di là delle rassicurazioni. Molto più eloquente anche della sua ministra Florence Parly che ha seguito fin qui i negoziati spiegando che questa specie di force de frappe europea si pone due obiettivi: coinvolgere la Gran Bretagna – e la sua Raf – nella difesa europea nonostante la Brexit e superare le lentezze e l’eccesso di burocratizzazione nelle decisioni di politica estera e militare di di Bruxelles.

Nel discorso alla Sorbona il presidente francese ha parlato diffusamente – da filosofo qual è all’origine – delle “passioni tristi” (citazione da L’epoca delle passioni tristi di Miguel Benasayag e Gérard Schmit, Feltrinelli 2013) che attanagliano i popoli europei alle prese con “le burrasche della mondializzazione”, cioè “nazionalismo, identitarismo, protezionismo, sovranismo di ripiego”. Ha detto che potrebbero minare l’Europa che noi conosciamo, con i suoi valori, i suoi diritti, la promessa di prosperità e libertà. Ha sottolineato più volte come sia il terrorismo sia le migrazioni siano da vedere come fenomeni “duraturi”. E come l’Europa sia oggi “troppo debole, troppo lenta e troppo inefficace” per difendere i suoi valori di democrazia e i suoi interessi nella velocità del mondo attuale.

Macron, che proietta gli interessi francesi nell’Africa francofona, nel Sahel e in Libia, si è posto il problema dell’isolazionismo statunitense ma anche della sfida dell’Agenzia per i progetti avanzati della difesa USA (DARPA) che conduce ricerche d’avanguardia sull’utilizzo della robotica, dell’intelligenza artificiale e delle neuroscienze in collaborazione con prestigiose università americane. Si è posto il problema della competizione sul piano della ricerca con i cinesi e gli statunitensi, delle minacce che possono venire da regimi non democratici come la Russia e dalla Turchia (membro della Nato). E con questo si è posto alla guida della prossima Europa, quella che a suo dire nascerà con il prossimo budget europeo del 2020-2024,  che inizierà a essere discusso il prossimo autunno.

Vuole, Macron, promuovere una discussione sul futuro strategico dell’Europa in vista delle elezioni europee del 2019, mettendo sul piatto anche la possibile modifica dei trattati a cui la Francia si era finora sempre opposta, evitando che come al solito la campagna elettorale si limiti ad essere “un aggregato di dibattiti nazionali”. Tra l’altro – ha fatto notare – subito dopo le elezioni (e il nuovo bilancio comunitario) Parigi accoglierà i Giochi Olimpici: un’apoteosi francese.

Quando quel discorso fu pronunciato il primo partner invitato a concorrere al progetto di Nuova Europa era la Germania di Angela Merkel, il secondo l’Italia del francofono Paolo Gentiloni. Ora il partner decisivo, almeno per quanto riguarda il progetto dell’IEI pare essere l’Inghilterra di Theresa May. Come nel primo abbozzo però, il quartier generale della force de frappe europea resta Parigi e francese resterebbe il personale, la struttura portante, tranne che per un gruppo “leggero” di ufficiali di collegamento provenienti dagli altri Paesi aderenti. Lo IEI sarebbe finanziato da un Fondo europeo per la Difesa, quindi con fondi comunitari, comprendente ricerca e pianificazione strategica condivisa e un certo numero di mezzi ad hoc da fornire per le crisi. Le équipe della IEI poi dovrebbero scendere in campo “dove decideranno, al momento che decideranno e su scenari estremamente vari”, come ha detto, laconica, la ministra Parly intervistata dal sito specializzato B2. Sempre, si dice, collaborando con i lenti dispostivi di PeSco.

Di spese, per la Difesa, non ne macheranno, dunque, a scapito di altri investimenti più utili socialmente, dal welfare alla sanità, all’adattamento climatico. E forse le nuove commesse di sistemi d’arma europei per tramite dello IEI eviteranno di essere intercettabili evitando i rischi, ad esempio, della collaborazione Nato con l’esercito turco visto che Ankara oltre agli F35 di tecnologia americana si sta dotando anche dei dispositivi antimissile S400 comprati dai russi. In ogni caso la riprova che anche l’Europa non è più una e le nazioni dell’Ue si muovono a geometria variabile, mentre l’Italia sembra avvicinarsi sempre più, non solo sulle politiche migratorie, ma ora anche sulla politica estera e della difesa al gruppo di Visegrad.

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