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Riletture/3 Cernobyl, il mostro non può morire

La centrale nucleare e le atomiche ucraine, il racconto della notte dell’esplosione, il museo con le foto dei bambini e dei paesi morti nel reportage dell’inviato del manifesto nel marzo 2000.

C’è la bomba qui in Ucraina? Quando l’interprete capisce che parliamo della bomba atomica, ci ricorda che anni fa il presidente Kuchma ha restituito le testate nucleari ai russi, tenendo i missili, e lo ha fatto per farsi amici gli americani, preoccupati per la proliferazione che poteva seguire allo smantellamento dell’Unione Sovietica.

Alle elezioni di novembre il paese si è diviso tra i post-comunisti di Simonenko e i democratici di Kuchma anche su questo punto. Ma la divisione principale era tra le regioni a ridosso della Russia che hanno votato Simonenko e quelle dall’altra parte (“più vicine all’Europa” è l’espressione usata) che hanno votato per i democratici. Tra un turno e l’altro, una parte dei sostenitori di Simonenko lo ha lasciato, e ha formato il partito dei Verdi che adesso è nell’area di governo. Qualcuno si ricorda anche la proposta di unificazione, di fratellanza tra slavi, tra Ucraina, Russia e Serbia in funzione anti-Nato lanciata dallo stesso Simonenko.

La breve messa a punto politica si svolge alla fine di un lunghissimo viaggio, fino alla frontiera con la Bielorussia, all’interno di un’interminabile foresta silenziosa. È la zona morta, una delle tante qui, sono gli effetti del nucleare civile.

La giornata è cominciata con una visita al museo di Cernobyl, che raccoglie tutti i reperti della catastrofe. Il museo è poco lontano dalla chiesa di San Michele, patrono ucraino. La chiesa non si visita, è in fase di ricostruzione. “È stata distrutta dai fascisti”, dice un interprete. “Da Stalin, per la precisione” avverte sottovoce l’altra interprete, più discosta, e ricorda la campagna contro la religione degli anni trenta.

Di fianco alla chiesa una statua moderna con due date soltanto, 1932, 1933. Rappresenta una donna con un bambino in braccio e un buco al posto del ventre. “È in memoria della fame inventata”, dice proprio così l’interprete. I ragazzi ucraini – alcuni almeno – imparano da qualche anno che ai tempi di Stalin, nei terribili anni ’30, il grano veniva buttato nel fiume Dniepr per affamare il popolo.

Il museo dei ricordi

Nel museo vi sono molti ricordi. Lungo le scale di accesso pendono decine e decine di targhe stradali. Sono i nomi dei paesi morti. La guida fa notare nelle bacheche dei giornali dell’epoca, un ritaglio con le quattro righe della Gazzetta di Ucraina del 29 aprile 1986, che dicono: “Incidente alla centrale di Cernobyl. Accertamenti del governo”. E chi sa leggere la Gazzetta di Ucraina forse capisce il linguaggio del “si salvi chi può”. Per gli altri c’è il corteo del 1º maggio, ci sono molte foto, di molte bandiere e molti pionieri nel museo.

In fondo alla sala tre pannelli, formati ciascuno da 232 foto di bambini, formano una specie di croce.

Sono una parte dei 18.000 bambini di Pripiat, la città più vicina alla centrale. E devono probabilmente essere state scattate nella fase di evacuazione: i bambini erano certo senza documenti e occorreva qualcosa a fianco del loro nome. Occhi chiari, occhi scuri, visi splendidi, spaventati, allegri, sorridenti, visi senza timore. Difficilmente qualcuno avrà avuto modo di vedere al museo la propria foto.

Un breve documentario mostra l’evacuazione di Pripiat. C’è l’arrivo degli autobus che si fermano per molte ore – almeno sei – in attesa dell’ordine di Mosca. La vita scorre tranquilla. Ci sono persone che svolgono le normali attività. Passano due tecnici decontaminatori bardati e mascherati e un pugno di bambini vestiti come tutti i giorni li guarda senza capire. Sullo sfondo, in molte inquadrature, si vedono il camino e le parti più alte della centrale e perfino, ci sembra, uno sbuffo di fumo, come una nuvoletta che esce. La centrale dista solo due chilometri.

La notte dello scoppio

Avevamo sempre pensato che lo scoppio fosse stato di giorno. Invece l’una e ventuno è un’ora di notte, quella del 26 aprile 1986, che è un giorno appena cominciato. L’animazione del museo mostra vividamente la centrale in funzione, le luci accese nella notte e poi di colpo l’esplosione, luci dappertutto, il fuoco, il crollo del tetto. Il museo mostra l’opera, le facce, gli ultimi scritti, gli attrezzi rudimentali, le tecniche suicide dei primi interventi di coloro che cercano di rimediare.

Ai primi lavori partecipano in 40.000, provenienti da tutta l’Unione Sovietica. Sono fotografate le scritte di operai e soldati per ricordare per sempre che anche la loro regione aveva partecipato ad uno sforzo comune di portata storica.

Ieri qualche rappresentante di Legambiente-Solidarietà è stato ricevuto dal governo. Legambiente ha in corso un programma di intervento a favore dei bambini di Ucraina, di Bielorussia e di Russia che subiscono ancora le conseguenze dell’esplosione al reattore 4 di Cernobyl. Delegazione ristretta. Si può dire che le autorità non amino che si discuta poco ortodossamente – con eventuali striscioni in Parlamento o altro – dei loro problemi energetici. Meglio parlarne in privato con gli americani.

“Vede queste luci?”, ha detto il vice-responsabile della commissione “Ambiente e Cernobyl” dell’esecutivo (o del parlamento, i confini non sono ben sicuri). “Sono il risultato della centrale di Cernobyl, del reattore 3. È questo reattore, che sta nello stesso edificio di quello esploso, a dare luce a Kiev. Senza di esso saremmo al buio, tutta la città al buio. Certo, preferiremmo farne a meno, ma ci dite voi come? Certo, vorremmo chiudere, ma metà dell’energia elettrica necessaria all’Ucraina deriva da cinque centrali nucleari con 14 reattori, antiquati per lo più. Quello esploso era il più moderno”.

Il vice-responsabile prosegue: “Sarà difficile evitare l’aiuto della Commissione europea, della Banca europea, soprattutto degli Stati uniti per il completamento della centrali di Rivne e di Khmelnitskiy. L’appoggio occidentale è proprio per fare queste centrali. L’appoggio all’interno del potere da parte di industria e accademia è molto forte. Il resto dell’energia ci arriva dal carbone e solo in piccola parte dal petrolio. Il carbone costa poco. Ne utilizziamo cinque milioni di tonnellate; solo che per ogni tonnellata di carbone ne occorrono sei di acque e il risultato si fa sentire in termini ecologici”.

“Non parliamo di costi economici. Anzi, parliamone: una tonnellata di carbone costa 25 dollari, eliminare le scorie procurate da quella tonnellata di carbone costa 180 dollari. Poi c’è un alto costo sociale”.

Morti di carbone

“I 63 morti nella miniera di carbone poche settimane fa sono stati dimenticati troppo presto. La partita che noi lobby verde dentro l’esecutivo stiamo giocando per il risparmio energetico, per un potenziamento dell’eolico, del rinnovabile idroelettrico è molto difficile. Il prezzo del gas russo è eccessivo per noi, e la Russia tende ad ostacolare accordi per il gas a zero. Poi c’è la partita che il governo sta giocando con i suoi interlocutori internazionali in vista della chiusura ermetica del sarcofago intorno al reattore 4. Il conto è di 870 milioni di dollari, e per ora 470 soltanto sono stati finanziati. Certo che la pioggia, la neve, il gelo aprono sempre nuove crepe…”.

Articolo pubblicato da il manifesto il 23 marzo 2000.

 

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