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Quale mondo dopo la pandemia?

Le conseguenze del Covid-19 sono oggi al centro del dibattito, e dei contributi del volume ‘Il mondo dopo la fine del mondo’ (Laterza). C’è una attesa diffusa di cambiamento rispetto al ‘prima’. Ma qual è il soggetto politico che può interpretare e realizzare la fuoriuscita da austerità e neoliberismo?

Il Covid-19 non solo ha messo in crisi le nostre sicurezze sanitarie ma, con il suo prolungarsi nel tempo, sta mettendo in discussione anche altre dimensioni strutturali e istituzionali della realtà economica e sociale. Si sente come urgente – specie in presenza di questa più preoccupante seconda ondata della pandemia – la necessità di una riflessione approfondita sui suoi effetti di più lungo periodo e sui modi di contrastarne le conseguenze indesiderate.

A questa esigenza gli Editori Laterza rispondono con la pubblicazione di Autori Vari, Il mondo dopo la fine del mondo, Laterza, 2020), consegnando alla nostra riflessione le valutazioni di oltre quaranta personalità – medici, giuristi, sociologi, politologi, statistici, economisti ma anche scrittori, giornalisti – nella convinzione, esplicita nel titolo e ampiamente condivisa dagli autori, che il “mondo” del dopo Covid-19 non sarà quello di prima. 

Nonostante la varietà dei punti di vista, si può cogliere nel libro un punto di partenza comune, ovvero che il Covid-19 ha investito la società occidentale – l’Italia in particolare – in un momento economico e sociale di particolare fragilità sia a livello di struttura produttiva che del corrispondente assetto sociale. Era già evidente nel mondo di prima che le dinamiche attivate dalle politiche neoliberiste si stavano dimostrando insostenibili per le crescenti disuguaglianze, la persistente disoccupazione, la precarizzazione delle forme di lavoro che stavano generando; anche per l’assenza di un’adeguata azione di contenimento per il parallelo ridimensionamento dello Stato sociale. Il virus è risultato così un fattore di accelerazione – un «grande disegualizzatore» – degli squilibri preesistenti rendendone ancor più manifeste le inefficienze e le iniquità. Sono peggiorate le condizioni di vita dei settori sociali più deboli con un’accentuata discriminazione fra settori garantiti e non-garantiti. L’accentuazione dell’insicurezza nei confronti del futuro, preludio di tensioni sociali, giustifica la preoccupazione per la stabilità del vivere civile e sollecita a ripensare in maniera urgente le modalità dello sviluppo produttivo e della distribuzione della ricchezza al fine di contenere le disuguaglianze che il mercato inevitabilmente genera, un obiettivo che richiede una ripresa dell’azione pubblica sostenuta da una precisa visione di organizzazione della vita collettiva. 

Lo shock della pandemia ha il merito di aver sollevato nei fatti la questione dei valori che strutturano la società. La contrapposizione tra economia e salute, così come le norme che differenziano i non-garantiti dai garantiti, hanno reso esplicite l’esistenza di visioni diverse del modello di società desiderabile presenti – con pesi diversi – nel corpo sociale. Nei testi del libro prevale l’assunto che si sia in presenza di una netta biforcazione su come uscire dalla crisi nella convinzione che il semplice ritorno alla “normalità” non può che aggravare gli squilibri di “prima”. Spostare la riflessione su come prefigurare gli assetti della società futura, e quindi sulla politica (e politiche economiche) da sviluppare per realizzarla, significa porre all’ordine del giorno, in tutta la sua complessità, quel dibattito pubblico su come intervenire per il nostro futuro da troppo tempo marginalizzato. 

Non si può escludere che, per quanto indebolito, l’orientamento neoliberista della politica economica non possa ulteriormente essere perseguito, come del resto lo è stato dopo l’altra crisi, quella finanziaria del 2007-8. Se questo dovesse avvenire il richiesto maggiore intervento dello Stato sarebbe assorbito, passivamente, per il salvataggio e il recupero dell’attuale assetto dell’economia e poco rimarrebbe, in termini di impegno e risorse, per ripianare gli squilibri del passato; è fondato il timore che l’accentuazione dell’attuale situazione regressiva si traduca in una risposta autoritaria alle inevitabili tensioni sociali e politiche che dovessero scaturire da un tessuto sociale così compromesso. 

Se una prospettiva neoliberista non è tollerabile – ed è l’opinione che circola nel libro -, allora è necessaria una politica alternativa sia negli obiettivi (un maggior equilibrio tra economia e società) sia negli strumenti (un ruolo più incisivo dello Stato). La stabilità economica, oltre a quella sociale e politica, sta subendo pesanti costi per la fragilità del sistema sanitario dimostrando l’importanza che la solidità sociale ha per la stessa economia. La politica economica deve porre al centro della sua azione la coerenza tra i suoi interventi sugli assetti produttivi (e relative relazioni di lavoro) e quelli sui meccanismi fiscali e di welfare per realizzare un’equilibrata distribuzione del reddito e della ricchezza. Un obiettivo non facile, poiché va definito in connessione con le scelte necessarie ad affrontare le altre due questioni cruciali del prossimo futuro – la conversione ecologica nell’auspicata gestione di un Green Deal e l’innovazione tecnologica connessa alla digitalizzazione dell’economia e della società – che prevedibilmente hanno un pesante impatto sul lavoro (occupazione e redditi) e quindi sulla composizione e articolazione sociale. Non va nemmeno trascurato che la possibilità della politica industriale e di welfare di poter conseguire l’obiettivo deve fare i conti, in una situazione di pesante incertezza economica e finanziaria, da quanto aperte o vincolanti saranno le (nuove?) regole europee. 

Se è facile rinvenire nel libro un’enfasi sull’urgenza di questa seconda prospettiva politica, non è nemmeno difficile intravvederne anche la complessità della sua realizzazione. Le dinamiche a livello internazionale appaiono quelle più problematiche e condizionanti. Si sottolinea il rafforzamento dell’assetto gerarchico mondiale come possibile esito della tensione tra Stati Uniti e Cina con un riverbero sugli altri paesi le cui opportunità sarebbero condizionate in misura tanto maggiore quanto minore è il loro peso. Nell’equilibrio geopolitico in assestamento il gioco è condotto da imprese, mercati, lobbies in uno scenario politico ed economico oligopolistico; l’acquisizione di imprese, di progetti e prodotti, la corsa alla proprietà intellettuale dei processi innovativi, il controllo dei mercati e dei sistemi di regolazione nazionali continueranno ad essere gli strumenti cruciali della competizione internazionale con la prevedibile conseguenza di una ulteriore concentrazione del potere economico sotto il controllo della finanza globale. Un contesto in cui i paesi più deboli continueranno a essere soggetti a una pressione stagnazionista. Diviene importante come, in questo contesto evolutivo, l’Europa si ritaglierà un suo proprio spazio nella competizione internazionale e, soprattutto per il nostro Paese, se le scelte che verranno adottate saranno tali da garantire condizioni equilibrate di stabilità finanziaria, competitività produttiva e coesione sociale per tutti paesi al proprio interno. 

Un aspetto sul quale le riflessioni del libro non indugiano eccessivamente è l’aspetto “politico” dell’auspicato intervento pubblico per avviare e sostenere una politica – per quanto protratti nel tempo possano essere i suoi tempi di attuazione – che persegua contemporaneamente stabilità, competitività e coesione. Non andrebbe tralasciata la considerazione che una prospettiva di maggior equilibrio sociale comporta un impatto redistributivo non di poco conto e quindi che essa richiede una adeguata capacità di spesa e competenza gestionale da parte dello Stato, la quale non è scontata. Inoltre, e non disgiunto da tale considerazione, va tenuto conto che l’obiettivo di una più equilibrata distribuzione si scontra con un assetto politico consolidatosi nei quarant’anni di neoliberismo che ha accorpato, sotto il segno dell’individualismo proprietario, ampi strati sociali i cui interessi finanziari possono ostacolare, dall’interno e dall’esterno, qualsiasi eventuale azione dei (loro?) governi indirizzata a una società più solidale e stabile.

La convinzione che circola nel libro è fondamentalmente più ottimista; fondata certamente sull’esistenza (manifestata in maniera più evidente nella prima ondata) di quelle virtù di solidarietà e di aiuto reciproco sulle quali si fonda la civiltà quotidiana. Un’esperienza che contesterebbe nei fatti la regressività della narrazione neoliberista dell’inesistenza della società, sostituita da una rete di relazioni economiche tra soggetti egoisti. Ma se l’esperienza del Covid-19 ha rimarcato, contro quella cronaca dominante, la presenza e rilevanza di risorse, individuali e collettive, che aspirano e sono disposte a impegnarsi per una società civile e solidale, nel contempo ha reso evidente la sostanziale assenza di un soggetto capace di mobilizzarle culturalmente e organizzarle politicamente per dare uno sbocco positivo al conflitto tra esigenze dell’economia e quelle di una società democratica. E questa è una questione sulla quale, forse, ci sarebbe bisogno di proseguire nelle pur importanti riflessioni offerteci dal libro.



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