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Perché l’attesa dei robot ci rende tutti schiavi del clic

L’esplosione delle piattaforme digitali nell’ultimo decennio ha letteralmente rivoluzionato il mondo. In un libro appena pubblicato da Feltrinelli, il sociologo Antonio Casilli indaga a fondo le trasformazioni del capitalismo, mettendoci in guardia dai pericoli di una nuova “schiavitù digitale”.

Schiavi del clic [1] di Antonio Casilli (Feltrinelli, 2020) è uno di quei libri che, per importanza teorica e rilevanza empirica, appaiono sin da subito destinati a diventare la pietra miliare di una letteratura, ormai sempre più consolidata, come quella che negli ultimi anni si è sviluppata attorno al capitalismo digitale. L’opera di Casilli, come nel celebre racconto di Beckett a cui si ispira il titolo nella versione francese, non solo mostra come l’attesa dell’automazione annunciata dalle retoriche manageriali dell’Industria 4.0 sia destinata a non realizzarsi, ma anche come questa narrazione sia funzionale a mettere in atto quella che è la reale trasformazione in corso: non la scomparsa del lavoro, ma la sua digitalizzazione.

Le tecnologie digitali che vanno sempre più diffondendosi nell’economia, infatti, non stanno sostituendo il contributo del lavoro umano alla produzione, ma puntano a riconfigurarlo in molte delle sue tradizionali dimensioni, al fine di renderlo sempre più accondiscendente e performativo. Le inquietudini legate all’automazione e alla disoccupazione tecnologica, dunque, sono nella riflessione di Casilli piuttosto il sintomo di una trasformazione che vede il lavoro ridotto a uno spezzatino di micro-operazioni considerate troppo piccole, troppo poco visibili o troppo poco gratificanti per poter essere retribuite dignitosamente. Così, il concetto di digital labour non si limita a descrivere una semplice attività di produzione digitalizzata, ma il prendere forma di un rapporto di interdipendenza che lega gli utenti alle piattaforme e che consente a quest’ultime di espandersi esponenzialmente, intermediando sempre più attività, produttive e riproduttive, fino ad invadere anche la nostra sfera vitale che viene parcellizzata in una continua successione di clic che le piattaforme digitali mettono a valore.

Nella riflessione di Casilli, dunque, al centro della diffusione del digital labour vi è il successo delle piattaforme digitali che, a differenza di quanto spesso raccontato da loro stesse, non nascono nel vuoto, né sono il mero risultato dello sviluppo tecnologico. Paradossalmente, Casilli rintraccia le origini di questa metafora nell’Inghilterra del XVII secolo, dove il movimento dei Diggers impiegava il termine platform per indicare un programma politico incardinato su comunione delle risorse produttive e abolizione della proprietà privata e del lavoro salariato. Da allora, il termine piattaforma è stato impiegato per indicare cose molto diverse tra loro, dall’ambito teologico a quello politico, fino a soppiantare nelle scienze informatiche la metafora dell’architettura informatica, resa obsoleta dallo sviluppo tecnologico già dalla fine degli anni ’90.

È però il momento nel quale la piattaforma è stata impiegata in ambito economico a fare da spartiacque, divenendo funzionale a espandere e a riprodurre in chiave amplificata logiche ben radicate all’interno dello scenario economico mondiale, come ad esempio quelle legate ai processi di outsourcing, alla fuga dalla subordinazione e a una sempre maggiore pervasività dei dispositivi di controllo del lavoro. In altre parole, più che di una disruptive innovation, l’esplosione delle piattaforme sembra essere il risultato del modo in cui il capitalismo è stato in grado di innovarsi all’indomani della crisi del 2008, impiegando le tecnologie digitali per mettere a valore la morfologia culturale, sociale e politica prodotta dal trentennio neoliberista e dal decennio di austerità.

Il nesso che lega le piattaforme alle logiche e alle conseguenze dei precedenti assetti organizzativi del capitalismo, però, non esclude la presenza di discontinuità significative che Casilli riesce a mettere in evidenza assieme ai rischi legati alla loro crescente diffusione. Anzitutto, ciò riguarda le modalità attraverso cui le piattaforme raccolgono, processano e impiegano i dati, i quali ricoprono un ruolo centrale nel processo di valorizzazione delle piattaforme stesse, cosa che rappresenta un elemento di novità rispetto al passato. È a partire dalle differenti modalità in cui le piattaforme riescono a estrarre valore dai gesti produttivi compiuti dagli utenti nelle piattaforme che Casilli costruisce una tassonomia irrinunciabile per tutti coloro che vogliano approcciarsi al tema del digital labour.

In primo luogo, il digital labor on demand, ossia il mondo delle piattaforme che offrono servizi alla città, rappresentato nel testo dagli autisti di Uber, ma che coinvolge un mondo in espansione che va dal food delivery al lavoro domestico. Una forza lavoro che appare tutt’altro che caratterizzata dal disimpegno promesso nella retorica del lavoretto, in quanto inserita all’interno di un sistema di controllo e sorveglianza che li porta non solo a svolgere il servizio di trasporto con sempre maggiore intensità, ma anche a fornire una quantità continua di dati che le piattaforme impiegano per innovarsi ed espandersi. In secondo luogo, il microlavoro, come ad esempio quello svolto dagli utenti di Mechanical Turk, una piattaforma legata al gigante di Bezos in grado di coordinare il lavoro in remoto di una folla a cui vengono assegnati micro-task monotoni e ripetitivi, spesso finalizzati a nutrire gli algoritmi delle grandi piattaforme. È qui che Casilli ci conduce in uno scenario letteralmente rovesciato rispetto alle retoriche dell’automazione, dove il lavoro digitalizzato non solo diviene sempre più parcellizzato e sottopagato, ma va diffondendosi rapidamente a livello globale seguendo i solchi tracciati dai rapporti coloniali. Last but not least il lavoro sociale in rete, rappresentato dalla capacità di Facebook di riuscire a estrarre valore dai dati prodotti spontaneamente dagli stessi utenti, i quali vengono monetizzati attraverso la vendita di spazi pubblicitari che rappresentano larga parte degli introiti del social network americano.

È a partire da queste osservazioni empiriche che Casilli mostra come le piattaforme stiano contribuendo a far emergere un nuovo regime lavorativo, ma anche a trasformare radicalmente lo scenario economico globale. In questa prospettiva, la digitalizzazione del lavoro descritta da Casilli non solo appare nutrirsi del processo di destrutturazione del rapporto salariale avvenuto nell’ultimo trentennio, ma ne rafforza la direzione, generalizzando tanto i tratti di un lavoro ormai del tutto privo di tutele, quanto l’impiego di strumenti di controllo e sorveglianza sempre più pervasivi.

Cosa fare dunque per evitare di restare travolti dalla piattaformizzazione dell’economia e della società? È proprio sul finale del testo che Casilli rilancia la riflessione e si trova ad aprire a quello che per vastità e rilevanza potrebbe rappresentare un campo di studi ancora tutto da esplorare. Per riuscire a evitare questo scenario, infatti, l’autore sostiene che non basta tentare di contenere l’avanzata delle piattaforme, ma sia necessario dotarsi dell’ambizione necessaria a sfidare le fondamenta stesse su cui si basa il loro potere. In questo senso, l’armamentario sindacale – che pure nelle piattaforme appare attraversato da nuova linfa –, per quanto essenziale nel riuscire a garantire diritti ai lavoratori, non è sufficiente a mettere in discussione il loro potere.

In questo senso, strumenti come le cooperative, i digital commons, ma anche lo stesso reddito di base, per quanto non siano di per sé altrettanto risolutivi, possono rappresentare degli strumenti utili nel tentare di rovesciare il potere di cui le piattaforme sono dotate contro loro stesse. Magari proprio per costruire un’alternativa che sia in grado di ritornare alle promesse di emancipazione delle sue origini, obiettivo per il quale Schiavi del clic rappresenta uno strumento di analisi e di immaginazione prezioso e irrinunciabile.

* Marco Marrone è assegnista di ricerca presso il dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna.

Note

[1] Originariamente pubblicato in Francia nel 2019 con il titolo En Attendant les robots. Enquete sur le travail du clic, l’edizione 2020 di Feltrinelli ospita la traduzione italiana a cura di Raffaele Alberto Ventura.


Antonio Casilli, Schiavi del clic: Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, Feltrinelli, Milano 2020, € 19,00

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