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Firma contro l’autonomia differenziata

La “secessione dei ricchi” non è uno slogan polemico, ma l’esatta definizione dei processi economici che sottendono al progetto di autonomia differenziata. Per bloccarla bisogna cambiare buona parte del Titolo V della Costituzione con la proposta di legge di iniziativa popolare elaborata da Massimo Villone. Servono almeno 50 mila firme. Abbiamo ancora un paio di […]

Come è noto il Consiglio dei ministri ha approvato, in via preliminare e quindi non definitiva, il testo di legge proposto dal ministro Calderoli sull’autonomia differenziata, lo scorso 2 febbraio. Non a caso ciò è avvenuto alla vigilia di importanti elezioni regionali, in particolare quella lombarda, per permettere alla Lega di cantare vittoria. In realtà il testo di legge presenta elementi di incostituzionalità (ed è assai approssimativo su molti aspetti). Persino Stefano Bonaccini, che si era unito ai presidenti di Lombardia e Veneto nel chiedere l’autonomia differenziata, nel corso della sua contesa, poi persa, per giungere alla carica di segretario del Pd, ha preso le distanze dal testo di Calderoli, giudicandolo irricevibile. Vedremo presto se si è trattato solo di una mossa nella contesa con Elly Schlein, oppure di un effettivo ripensamento.

Ma sarebbe un grave errore sottovalutare il progetto governativo. Innanzitutto perché esso non nasce oggi. Le sue radici affondano nel periodo montante della globalizzazione. Infatti a metà degli anni Novanta Kenichi Ohmae, che è stato senior partner della McKinsey & Company, nonché consulente molto apprezzato di governi e multinazionali – un vero alto funzionario del capitale – scriveva che gli Stati-nazione erano oramai diventati “unità di business artificiose, o addirittura inammissibili, in un’economia globale”. Al posto loro si ergevano i nuovi “Stati-regione”, di cui il Kansai attorno ad Osaka e la Catalogna erano alcuni degli esempi portati. In base a questa analisi si domandava che senso avesse “pensare all’Italia come un’entità economica  coerente all’interno della Ue” quando “esistono invece un Nord industriale e un Sud rurale, che differiscono profondamente in ciò che sono in grado di dare e in ciò di cui hanno necessità”. 

La via indicata non poteva essere dunque che la fine dell’illusione cartografica, l’abbattimento (per il capitale e i suoi agenti) dei confini diventati virtuali, la ricerca dell’unione tra regioni forti (“le aree omogenee di business”) con il corollario dell’abbandono al loro misero destino di quelle deboli. Infatti più o meno nello stesso periodo quello che anni dopo sarebbe diventato l’arcigno ministro delle Finanze del governo tedesco Wolfgang Schäuble lanciò, assieme a Karl Lamers, il progetto di un’Europa limitata a un nucleo forte centrale, la Kerneuropa, escludendo i paesi e le economie periferiche. Un progetto che ogni tanto ritorna, come un rigurgito nella veste dell’Europa a due velocità. 

Le crisi che si sono succedute in questi anni, quella economico-finanziaria, quella pandemica e quella derivata dalla guerra russo-ucraina hanno provocato una frammentazione delle catene di approvvigionamento delle materie prime e della creazione del valore. Ma questo non pone fine alla globalizzazione, anzi, ne esalta le intenzioni di rafforzare il legame tra aree geograficamente e culturalmente più vicine. Per il capitalismo contemporaneo più che mai le diseguaglianze interne ed esterne ai paesi sarebbero un fattore di competitività che accrescerebbe lo sviluppo, anche se la storia ci ha insegnato esattamente il contrario.

Se rimaniamo al quadrante italiano, anche i recenti dati dell’Agenzia per la coesione territoriale, confermati nella sostanza da analoghe ricerche di Bankitalia, dimostrano l’aggravarsi delle diseguaglianze, che peggiorerà nel 2023. Per fare solo qualche esempio: la spesa pubblica procapite è pari a poco meno di 19 mila euro in Lombardia, viaggia sui 16 mila in Veneto, mentre si ferma a poco più di 14 mila in Sicilia, in Calabria a 15 mila, in Campania a 13.700 euro. Ben si comprende la reazione di 51 sindaci del Sud, di diverso schieramento politico, che si sono appellati al capo dello Stato per fermare il progetto Calderoli.

La “secessione dei ricchi” non è quindi uno slogan polemico, ma l’esatta definizione dei processi economici che sottendono al progetto di autonomia differenziata, che peraltro significherebbe anche la fine di fatto del contratto collettivo nazionale di lavoro.

Un altro errore sarebbe quello di concentrare tutta l’attenzione sul disegno di legge Calderoli. Anche se questo non ci fosse, o venisse modificato o addirittura cancellato, l’autonomia differenziata si potrebbe fare lo stesso attraverso l’intesa fra il governo e le singole Regioni interessate, presentando al Parlamento una legge preconfezionata da ratificare senza entrare nel merito delle norme contenute. Infatti la sciagurata modifica costituzionale del 2001 lo prevede. Per bloccare il progetto di autonomia differenziata bisogna quindi cambiare buona parte del Titolo V della Costituzione, in particolare agli articoli 116 e 117. 

E’ quanto si propone di fare la proposta di legge di iniziativa popolare di revisione costituzionale, elaborata da Massimo Villone, con la collaborazione e l’adesione di oltre 120 giuristi, meridionalisti, docenti e attivisti sociali, oltre che dei sindacati Cgil e Uil della scuola. A cui si è aggiunta l’adesione dell’Anpi e dell’Arci, nonché di diverse associazioni di operatori sanitari. Molti comuni del Sud, in particolare in Puglia e in Calabria si sono apertamente contrapposti al progetto governativo. Il consiglio comunale di Napoli ha recentemente votato un ordine del giorno che impegna la Giunta a rifiutare il disegno dell’Autonomia differenziata e a sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare. 

A differenza del passato, il Senato ha l’obbligo di discutere le proposte di legge popolari che quindi non finiscono più a marcire nei cassetti. Servono almeno 50 mila firme. La raccolta è in corso. Abbiamo ancora un paio di mesi per completare le 50 mila firme richieste. Si può firmare anche per via digitale, con lo Spid. Per conoscere e firmare la proposta di legge: www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it