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L’economia russa post-sovietica

I tentativi di Gobaciov, i contraccolpi sull’economia russa della fine dell’Urss, la nascita degli oligarchi, l’arrivo di Putin e le due fasi della sua politica economica. Per capire le interdipendenze e i possibili esiti delle sanzioni.

Con le note che seguono cerchiamo di fotografare solo molto schematicamente alcuni aspetti dei grandi mutamenti dell’economia russa nel periodo che va dagli ultimi anni dell’Unione Sovietica sino ai nostri giorni, sottolineando come la realtà dei fatti sia certamente più complessa di quanto si possa rappresentare in scarne note.

Antefatto

Nel 1988 è capitato a chi scrive, per le bizzarrie del caso, di partecipare, insieme ad una cinquantina di economisti dell’Est e dell’Ovest (c’era nel gruppo anche un ben noto studioso italiano), ad un progetto “segreto” di riforma dell’economia sovietica. Il progetto era sponsorizzato da Gorbaciov e dal suo primo ministro Ivanov da una parte, dalla fondazione “Open society” di George Soros dall’altra. Le riunioni del gruppo si sono svolte a suo tempo tra Mosca e Londra. 

Durante lo svolgimento dei lavori, fummo colpiti dal fatto che il sistema economico di allora era in grado di offrire alla popolazione i prodotti ed i servizi di base – certo con differenziazioni tra città e campagna e tra le varie aree del paese – e, sul piano del lavoro, la sostanziale piena occupazione, ma poco di più. I privilegi delle classi dirigenti, che pure esistevano, erano ridotti se pensiamo alla situazione delle società occidentali di allora e di oggi e l’indice di Gini, che misura i livelli di diseguaglianza economica nei vari paesi, era allora tra i più bassi del pianeta. Incidentalmente, a parere di chi scrive, alcune delle conquiste del periodo andrebbero perlomeno ristudiate. 

Al di là di questo si trattava di un sistema molto rigido ed inefficiente, in cui si riusciva alla fine a dare priorità ad un solo settore, quello militare, mentre l’industria e i servizi si trovavano in una situazione molto arretrata (alcune fabbriche, da noi allora visitate, funzionavano ancora con macchinari dell’epoca zarista, mentre altre possedevano sistemi tecnologici avanzati, ma utilizzati dove erano sostanzialmente inutili), mentre il settore agricolo impiegava ancora una fetta molto importante della popolazione (gli economisti russi presenti agli incontri parlavano, se ricordo bene, di una cifra reale intorno al 35%, anche se i numeri ufficiali apparivano molto inferiori, non sappiamo quale fosse la verità). Date le sue rigidità, il sistema sembrava nella sostanza irriformabile: a toccare un mattone, si aveva la sensazione che potesse cascare giù tutto l’edificio. I cinesi hanno imparato molto dai problemi del modello sovietico.

Si riusciva anche a percepire in qualche modo come la posizione “riformista” di Gorbaciov fosse piuttosto debole. Nel nostro gruppo di lavoro c’erano una ventina di economisti russi; la maggioranza di essi erano su posizioni neoliberiste anche estreme – tanto che dovevano essere quelli occidentali a cercare di frenare il loro entusiasmo verso tale modello – più una nutrita minoranza di tendenza molto conservatrice, mentre i gorbacioviani “puri” erano una ristretta minoranza.

Il gruppo di lavoro ad un certo punto venne bloccato, non si è capito allora per quali ragioni. Forse perché i risultati a cui stava arrivando non sembravano aprire prospettive entusiasmanti, o forse perché stava dando dei risultati poco interessanti o infine, perché il gruppo dirigente del paese era preso ormai da altre questioni.

In ogni caso nel 1988 apparivano evidenti le difficoltà crescenti del sistema: a Mosca era molto difficile trovare un negozio dei semplici rullini fotografici, i libri più venduti si trovavano solo sottobanco, nei ristoranti i camerieri vendevano privatamente le confezioni di caviale. Si parlava di un forte livello di corruzione e di una burocrazia paralizzante.

Gorbaciov  già nel 1997 aveva messo sul tavolo provvedimenti di liberalizzazione dell’economia, con una accettazione controllata degli strumenti di mercato, ma con la permanenza di un forte governo statale, con l’apertura agli investimenti esteri, concedendo una rilevante autonomia di gestione alle imprese, ma le reazioni di un corpo molto debilitato erano piuttosto deboli.     

La caduta del sistema e il periodo di Eltsin, tra Sachs e gli oligarchi

Nel dicembre del 1991 l’Unione Sovietica cessava di esistere e si formavano sulle sue ceneri 15 repubbliche indipendenti. Da segnalare come in realtà quelle asiatiche, a cominciare dal Kazakhstan, avrebbero preferito fortemente restare unite alla Russia, ma Eltsin rifiutò l’alternativa, mentre quelle europee, a cominciare dall’ Ucraina, apparivano molto più favorevoli. Nella sostanza si dava il potere in mano a dei satrapi.

Sul piano economico assistiamo a due scene che si svolgono nella sostanza parallelamente. Da una parte, quella ufficiale, Eltsin, per riformare l’economia chiama a raccolta gli esperti statunitensi, con in testa Jeffrey Sachs e i suoi Chicago boys, che promuovono la cancellazione dell’intervento statale, il blocco della spesa pubblica e le privatizzazioni selvagge, nonché l’apertura immediata e totale dell’economia all’esterno. Queste idee vengono appoggiate totalmente, as usual, dal Fondo Monetario Internazionale. 

Intanto, nelle segrete stanze di Mosca, si svolge un altro film, parallelo a quello precedente e che ha i suoi presupposti nello stesso. Emerge e si fa presto dominante la figura dell’oligarca, si tratta di alti burocrati, avventurieri, contrabbandieri, che, nel caos emergente dei primi tempi, si impadroniscono, con varie forme fraudolente e con la necessaria complicità del potere, dei gangli vitali dell’economia, tra l’altro attraverso la privatizzazione dei grandi gruppi praticamente a costo zero. A chi scrive è stato raccontato che, dopo che la segretaria di un ministero aveva passato la notte alla macchina da scrivere per preparare gli atti della privatizzazione di alcuni grandi gruppi, fu regalata, come premio per la sua efficienza, la proprietà di una importante impresa chimica. Non sappiamo se l’episodio sia vero, ma fotografa molto bene la situazione di quegli anni.

Gli oligarchi sono in grado ormai di condizionare pienamente il potere politico. Intanto, grazie ai consigli degli economisti americani e alle devastazioni portate dagli oligarchi, le cose precipitano sul piano economico e sociale.

In pochi anni si registra una caduta ufficiale del reddito del 40%, mentre, in ragione di una severa stretta creditizia, nel 1994-95 i tassi di interesse reali salgono al 200%, con la pratica cessazione degli investimenti e una forte crescita della disoccupazione. Per gli scambi si torna almeno in parte al baratto. E si assiste ad un forte aumento nella concentrazione della ricchezza e ad una altrettanto forte crescita dei livelli di povertà. La percentuale di popolazione che viveva allora sotto il livello nazionale di povertà passa dall’1,5% della fine dell’era sovietica sino a più del 40% a metà degli anni Novanta. Il coefficiente Gini sale da un valore di 28,9% nel 1991 al 40% nel 2000. Le condizioni di salute della popolazione si deteriorano fortemente, mentre aumenta altrettanto fortemente la mortalità e diminuisce di molto la vita media. La speranza di vita maschile passa nel 1994 sotto i 58 anni.

Dopo tre tentativi falliti di stabilizzazione dell’economia, nel 1998 la situazione si fa molto grave; tra l’altro nell’agosto il governo russo arriva al default del debito, evento che si potrebbe ripetere in questi giorni. Gli oligarchi a questo punto decidono di cambiare cavallo, affidandosi ad un certo Vladimir Putin, già operante nei servizi segreti (ma Eltsin non si fidava di lui) e che, come raccontano le cronache, qualcuno va a trovare all’estero, dove era in vacanza, al mare, offrendogli il governo del paese. Si pensava in effetti che fosse un personaggio innocuo e facilmente governabile. La storia proverà che le cose non stavano proprio così.  

Arriva Putin 

Il periodo della gestione Putin si può dividere in due momenti, quello prima della crisi del 2008-2009 e quello successivo. La prima fase si caratterizza soprattutto per una gestione economica più brillante della seconda fase e anche più tormentata. In ambedue le fasi, gli eventi esterni avranno un ruolo rilevante sull’andamento delle cose. 

La prima cosa che Putin, appena arrivato al potere, mette in chiaro con gli oligarchi, alcuni dei quali vengono presto incarcerati o costretti all’esilio, è che devono smettere di occuparsi di politica e che devono pensare soltanto agli affari. Dopodiché viene lasciata loro mano libera. 

Aiutato anche da circostanze esterne favorevoli (i prezzi del petrolio e del gas salgono in misura notevole, mentre il rublo notevolmente svalutato) Putin riesce a far ripartire di nuovo e bene l’economia. Riprendono gli investimenti, anche quelli esteri, si riduce il debito pubblico, cresce la domanda interna, migliora fortemente la bilancia commerciale. Nella gran parte del primo decennio del nuovo secolo il Pil russo aumenta all’incirca del 7% all’anno e nel 2007 ritorna sostanzialmente ai livelli di prima della caduta del muro, mentre anche la situazione sociale del paese migliora in misura rilevante (così la popolazione al di sotto dei livelli di povertà scende al 14% del totale nel 2007). Tra il 1998 e il 2008 il Pil misurato in rubli quasi raddoppia, mentre quello pro-capite, se misurato con il criterio della parità dei poteri di acquisto, passa dagli 8,6 mila dollari del 1998 ai 21,7 mila del 2008. Le esportazioni crescono dai 100 miliardi di dollari del 2000 ai 350 del 2007 e le riserve in dollari raggiungono i 676 miliardi alla fine del 2008, mentre rientrano anche molti capitali prima esportati all’estero. Dal 2008 ricomincia a crescere anche la popolazione, in misura rilevante grazie ad un processo di immigrazione soprattutto dai paesi dell’Asia Centrale.  

Nei primi tre anni di governo Putin segue politiche economiche di libero mercato, successivamente, dal 2003 in poi, si passa ad un periodo di rafforzamento del ruolo dello Stato e del suo intervento nell’economia, politica che viene portata avanti in qualche modo sino ad oggi. Il paese si reintegra progressivamente nell’economia mondiale.

Arriva poi la crisi del 2008. Il prezzo del petrolio, per il crollo della domanda, si riduce di circa tre quarti e il rublo è soggetto a speculazioni al ribasso. Si ridimensiona il saldo della bilancia commerciale, si riducono le entrate statali, si riduce il reddito, aumenta la disoccupazione. Il Pil cade fortemente nel 2009 (-7,9%), poi riprende a crescere, anche se a livelli annui inferiori a quelli del periodo precedente. Nel 2021 la Russia entra finalmente, nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (Wto).

Si verifica un nuovo incidente nel 2014. Anche se va sottolineato che le sanzioni varate quell’anno dall’Occidente come reazione all’annessione rissa della Crimea, non pesano molto per alcuni aspetti sull’economia del paese; si registra nel 2015 un moderato calo del Pil, che però già nel 2017 torna a crescere. E siamo all’oggi; a causa della pandemia, il Pil russo riduce nel 2020 del 2,8%, ma nel 2021 si registra una rilevante ripresa con un + 4,7%.

La crisi del 2008 ha come conseguenza il sostanziale arresto della rincorsa del Pil pro-capite russo nei confronti di quello della Germania, se misuriamo i valori con il criterio della parità dei poteri di acquisto. Il pil pro-capite russo è pari a poco più del 30% di quello tedesco nel 1995 e risale intorno al 50% nel 2008, poi ristagna sino a crescere solo leggermente negli ultimi anni.

Se consideriamo l’Ucraina,  il pil-pro-capite nel 1995 era pari al 20% di quello tedesco ed è salito al 26% nel 2008, mentre oggi appare fermo al 27%.

Le sanzioni del 2014 in qualche modo hanno trasformato l’economia russa: hanno spinto il governo di Mosca a rivedere e a ridurre il suo livello di integrazione nell’economia mondiale, a dirigersi verso uno sviluppo più autonomo (il successo più rilevante in tale campo è stato quello della forte crescita dell’agroalimentare all’interno, mentre nel settore dello sviluppo industriale e in quello delle alte tecnologie i progressi sono stati più ridotti). D’altro canto, Mosca è stata spinta ad allargare le relazioni economiche con i paesi non occidentali, aumentando la sua dipendenza dalla Cina. Gli scambi con il paese del dragone hanno raggiunto i circa 150 miliardi di dollari nel 2021 e potrebbero crescere ancora fortemente.  

La situazione dell’economia oggi 

Usando il criterio dei prezzi di mercato, il Pil della Russia si colloca oggi soltanto all’undicesimo posto tra i paesi del mondo. Se si usa invece il criterio della parità dei poteri di acquisto, si posiziona nel 2021, utilizzando poi i calcoli della Banca Mondiale, al 6° posto nel mondo (con la Cina che registra un Pil di 26,6 mila miliardi di dollari, gli Stati Uniti 22,7, l’India 10,2, il Giappone 5,6, la Germania 4,7, la Russia 4,3). 

A livello pro-capite, il prodotto interno lordo russo si colloca intorno alla settantesima posizione, utilizzando il criterio dei prezzi di mercato; alla quarantasettesima postazione considerando quello della parità dei poteri di acquisto. Con quest’ultimo criterio, supera nel 2021 il livello dei 30.000 dollari. 

Ora, con le sanzioni in essere, gli esperti valutano che il Pil dell’orso russo per il 2022 dovrebbe subire una contrazione tra il 7 e il 9%, mentre il tasso di inflazione potrebbe assumere valori elevati: si parla di un 17%. Ne soffriranno presumibilmente soprattutto le classi più disagiate.

Per quanto riguarda le spese militari, questione ovviamente oggi molto rilevante, secondo le valutazioni del Sipri di Stoccolma, la Russia si pone nel 2020 al quarto posto in valori assoluti, con l’esborso di 61,7 miliardi di dollari, contro gli enormi 778 miliardi degli Stati Uniti, i 252 della Cina (stima), i 72,9 dell’India; a livello di incidenza della spesa sul Pil calcolata a prezzi di mercato quella russa si colloca nello stesso anno al 4,7%, contro il 3,7% degli Stati Uniti, l’1,7% della Cina (stima), il 2,9% dell’India.   

Al di là delle contingenze, sul piano strutturale, l’economia russa non sembra collocarsi in una posizione troppo brillante.

La debole specializzazione produttiva del paese è indicata abbastanza fedelmente dai prodotti che scambia con il resto del mondo. Nel quadro di una bilancia commerciale largamente positiva (nel 2021, dopo gli alti e bassi degli anni precedenti, essa presenta un surplus di 190 miliardi di dollari, apparentemente il più elevato nel tempo), la Russia esporta materie prime e prodotti energetici, che da soli, comprendendo anche il carbone, rappresentavano nel 2019 circa il 60% del totale dell’export, nonché prodotti agricoli. Deve invece importare gran parte dei prodotti ad alto livello tecnologico. Le esportazioni di prodotti manufatturieri rappresentano una quota limitata del totale, anche se si registra qualche miglioramento nell’ultimo periodo. In tale dominio, la Russia è presente in modo significativo nei prodotti di prima lavorazione, in industrie quali quella chimica e quella alimentare, nel settore nucleare civile, nel business militare.

Sul piano sociale, nell’ultimo periodo le diseguaglianze di reddito e di ricchezza sembrano essersi accentuate e contemporaneamente la spesa sanitaria pubblica, pure cresciuta nel tempo, è largamente inferiore in rapporto al Pil a quella dei paesi europei più sviluppati.

Al di là delle sanzioni e vista la situazione complessiva, lo sviluppo futuro dell’economia appare abbastanza incerto. Una via d’uscita verso l’alto potrebbe essere rappresentata dall’apertura allo sfruttamento da parte della Cina delle grandi risorse siberiane e, più in generale, degli investimenti anche in tecnologie da parte del paese asiatico. L’economia potrebbe rifiorire in una ventina di anni, ma la Russia sarebbe alla fine estremamente dipendente dal paese asiatico, cosa cui i gruppi dirigenti del paese e la stessa popolazione guarderebbero con grande diffidenza.

Al momento, al di là di qualche caso di collaborazione virtuosa – quale quello nella progettazione e nella futura produzione di un grande aereo commerciale ed ora anche nel settore spaziale – la collaborazione scientifica e tecnologica tra Russia e Cina appare relativamente ridotta e potrebbe invece essere molto più fortemente sviluppata.  

Testi consultati

-Blanchard O., The economics of post-communist transition, Oxford, 1997

-Cattan D., Visentin M., Russia: un’economia destinata al fallimento?, www.lavoce.info, 11 marzo 2022

-Charrell M., Comment les sanctions de 2014 ont transformé la Russie, Le Monde, 16 marzo 2022

-Connolly R., The russian economy, Oxford, 2020

-Montanari A., Dalla caduta dell’Unione Sovietica all’economia di mercato: cosa è successo?, www.orizzontipolitici.it, 3 dicembre 2021 

-Nuti D. M., La transizione nell’economia russa, www.treccani.it/enciclopedia, Roma, 2009

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