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Le finanziarie ai tempi del fiscal compact

Il mancato rispetto della regola sul debito impedisce all’Italia di avvalersi della “clausula sugli investimenti”, una mini golden rule che esclude gli investimenti pubblici dal computo del deficit

Che la legge di stabilità presentata dai volti nuovi della politica di un tempo sarebbe stata inadeguata a far ripartire l’economia Italiana se lo aspettavano praticamente tutti. Che fosse bocciata anche dall’Europa, il vero destinatario della manovra, ha colto di sorpresa persino il mandante. Eppure sarebbe bastato cha in via XX Settembre leggessero attentamente le regole del gioco approvate in sede Europea dal governo Italiano stesso per evitare l’imbarazzo.

Come già sottolineato in un precedente articolo, il nuovo ‘trattato di Maastricht’ – approvato senza alcun dibattito pubblico nè profonda riflessione dai leader europei nel 2010 e riconfermato a livello nazionale come ‘fiscal compact’ nell’estate 2012, va ben al di là del famoso tetto del 3 per cento sul deficit del ‘vecchio Maastricht’. Pareggio di bilancio in costituzione e terapia d’urto sul debito sono solo alcuni dei nuovi elementi. Se la crescita era già poco presente nel vecchio trattato, nel nuovo non ve n’è rimasta alcuna traccia. Basta tagliare ancora di più e le cose, si pensa, si rimetteranno a posto. Ed ecco dunque che una finanziaria comunque restrittiva, può – quasi deve – essere giudicata insufficientemente restrittiva dall’Europa.

Questa volta il problema è la nuova regola per la riduzione del debito pubblico. Questa impone una correzione del rapporto debito/Pil pari a 1/20 della differenza fra il debito attuale e la soglia del 60% del Pil stabilita nei trattati. Nel caso dell’Italia equivale a un abbattimento di più di 3 punti di Pil di debito all’anno, per vent’anni. Così scritta la regola è ciecamente stringente, pro-ciclica in periodi di bassa crescita e di fatto inattuabile per paesi ad alto debito. Se il vecchio Maastricht – parola di Romano Prodi – era ‘stupido’, ci chiediamo come si possa definire quest’ultimo frutto dell’intelligence economica del vecchio continente?

Per evitare che quasi tutti i paesi dell’Unione fossero immediatamente sottoposti a una procedura di infrazione, per i primi anni è stato deciso che la regola sul debito venga applicata in una versione transitoria, di fatto molto meno stringente. Nel caso dell’Italia, questa si tradurrebbe in una riduzione del deficit strutturale pari allo 0.7% del Pil nel 2014, mentre secondo le previsioni della Commissione Europea rese note pochi giorni fa “l’aggiustamento” non supererà lo 0.1% del Pil, e sarà dunque largamente insufficiente.

Tralasciamo per un attimo le battaglie tra Roma e Bruxelles sulle cifre e il fatto che ancora una volta la variabile chiave su cui è incentrata la valutazione dell’intera politica di bilancio della prima area economica al mondo è un artefatto econometrico (il cosiddetto “aggiustamento strutturale”) che – nella sua forma attuale – non tiene adeguato conto di forti discontinuità nelle serie storiche.1 Il problema è che il mancato rispetto della regola sul debito impedisce all’Italia di avvalersi della “clausola sugli investimenti“, una mini golden rule introdotta a fatica pochi mesi fa e segno che qualcosa in Europa si può muovere anche nel verso giusto. La regola prevede l’esclusione temporanea di parte della spesa per investimenti pubblici dal computo del deficit di modo da dare ossigeno alla domanda interna in periodi di recessione. Il governo Italiano si aspettava importanti margini di manovra in questo senso. Margini che non ha più.

Rifare i conti per Fabrizio Saccomanni, inutile dirlo, non sarà facile. I parametri sono stringenti, la ripresa non pervenuta e i tassi reali alti. Le svendite del patrimonio pubblico (altresì note come “privatizzazioni”) non hanno funzionato quando gli assets di proprietà pubblica erano tanti e l’economia e la borsa tiravano, figuriamoci ora. Ma la verità è che non c’è ragioniere che possa far tornare i conti quando è l’intera architettura fiscale dell’area euro a dover essere ricostruita. E senza crescita, anche una buona politica convenzionale non basterà. Nelle sfere alte della finanza, già si discute apertamente dei rischi concreti di un prolungato periodo di bassa crescita e deflazione in stile Giapponese, non solo per l’euro zona, ma anche per gli Stati Uniti (dove l’unione monetaria è già “ben rodata”). Di fronte a questo scenario, sarebbe ora che l’Italia dimostri di tenere nei fatti, e non a mezze parole, alla moneta comune (oltre che a se stessa).

Cosa c’è da perdere ad unire le forze con chi ci sta, a cominciare da Francia e Spagna, e cominciare a discutere sul serio di Europa al Consiglio europeo di dicembre o in vista delle elezioni europee dell’anno prossimo? Esperti del tesoro francese hanno recentemente messo sul tavolo una proposta tecnicamente seria di unione fiscale. Il think tank Bruegel, tra i più influenti in Europa, ne parla da più di un anno. A Washington, ricercatori del Fondo Monetario Internazionale (FMI) hanno avanzato diverse proposte. Il Glienicker Gruppe – un gruppo di intellettuali Tedeschi di primo piano – ha elaborato un manifesto su simili posizioni. Dibattiti sul mandato delle banche centrale per il XXI secolo sono all’ordine del giorno. E se si vuole rimanere all’interno dei trattati e del paradigma corrente, una proposta per una tassazione Europa più equa e in linea con il mercato unico è stata proposta proprio da queste pagine.

L’unica grande idea made in Italy che ha bucato lo schermo a Bruxelles è stata, invece, la favola dell’ “austerità espansiva” raccontata da Alberto Alesina e Silvia Ardagna in persona all’Ecofin dell’aprile 2010. Nonostante un analisi più approfondita dello stesso FMI apparsa nel World Economic Outlook autunnale dello stesso anno screditasse l’intero approccio e ribaltasse i risultati, il grande contributo al dibattito Europeo ormai era stato pienamente recepito. E a differenza del capo economista del Fmi – Olivier Blanchard – diversi commentatori hanno notato che l’austerità è stata supportata con veemenza da un altro grande rappresentate dell’élite Italiana all’estero, il capo economista dell’Ocse, Pier Carlo Padoan. Per fortuna che a Francoforte, Mario Draghi, ha dato prova di enormi capacità di leadership a capo della Banca Centrale Europea riuscendo, per ora, ad anestetizzare la crisi dello spread.

In ultima istanza, e indipendentemente da questa crisi, si sapeva fin dagli anni settanta che l’unione monetaria non potesse funzionare senza un budget comune significativo, l’aveva scritto la stessa Commissione europea, nel famoso MacDougall report (1977). In un’ipotetica unione economica e monetaria, il rapporto stimava, è necessario un budget comune equivalente almeno al 5%-7% del Pil europeo (10% se si includono le spese per la difesa). Non si tratta di reinventare la ruota. Ormai è di dominio pubblico, e non un fatto noto solo ad alcuni economisti, che non si può essere a favore di una moneta comune ma contrari ai trasferimenti fiscali. Le alternative ai trasferimenti ci sono, ma portano inevitabilmente verso una ri-nazionalizzazione degli affari economici e finanziari (si veda la recente proposta per uno ‘Schuman compact‘).

Sono passati cinque anni dal crollo di Lehman Brothers e i risultati della gestione della crisi sono sotto gli occhi di tutti. Basterebbe che l’Italia – paese fondatore dell’Unione Europea nel lontano 1957 – ritrovasse l’onestà intellettuale e la determinazione politica di riportare il senso nel dibattito a Bruxelles. Ma per questo, probabilmente, ci vorrà un governo e una classe dirigente nuova, in Italia come altrove. Il coraggio, chi non ce l’ha, non se lo può dare. E di signorotti e di don Abbondio, seduti al tavolo che conta a Bruxelles, l’Europa – come l’Italia – non se ne può davvero più permettere.

1 Data la metodologia approvata dai governi europei per calcolare il ciclo economico, l’aggiustamento strutturale in Spagna, per fare un esempio chiaro, è calcolato assumendo che un tasso di disoccupazione al di sotto del 23% crei una spinta inflazionistica. In altre parole la metodologia ci dice che se uno Spagnolo su quattro è senza lavoro, non c’è nulla che la politica economica possa fare nell’immediato, si tratta di disoccupazione cosiddetta ‘strutturale’. E non sono i sindacati castigliani a denunciarne l’assurdità, e’ il wall street journal, il giornale dell’oligarchia finanziaria d’oltreoceano ad indignarsi.

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