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Le classi sociali nell’Italia in crisi

Le liberalizzazioni non vanno pensate secondo un’ottica solo economica. Ma come lo strumento per un progetto di società ispirato all’inclusione sociale

Sono stati presentati in questi giorni i provvedimenti presi dal governo in tema di liberalizzazioni e concorrenza in un clima forse non facile dal punto di vista politico, viste le resistenze dei gruppi sociali colpiti, ma tutto sommato di relativo consenso, soprattutto all’interno dei giornali e dei luoghi che fanno riferimento alla sinistra. Un’area culturale che individua nella questione della riforma in senso liberista di quelle che vengono considerate “corporazioni” e in una politica più energica di recupero dell’evasione fiscale due componenti essenziali di un progetto di riforme per il nostro paese.

Ora è possibile che le “corporazioni” abbiano effettivamente svolto un ruolo di tutela più o meno giustificato degli iscritti, creando rendite di posizione, così come è certo che l’evasione fiscale abbia assunto nel nostro paese una dimensione tale da renderla di fatto incompatibile con il mantenimento di equilibri sociali di lungo periodo. Pur tuttavia non può non colpire il fatto che anche a sinistra si stiano affrontando questi temi rimanendo all’interno di una logica strettamente economica e trascurando la dimensione sociale. Finendo col dimenticare il fatto che questi fenomeni si sono consolidati – quando non sviluppati – all’interno di un ventennio che si è caratterizzato per un continuo processo di declino dei ceti medi sia dal punto di vista del reddito che del ruolo sociale. Declino che ha interessato quasi tutti i paesi industriali avanzati e che ha radici più profonde che vanno ricercate nel modo di essere di un sistema economico in cui i mercati finanziari giocano un ruolo centrale. Quella che sembra mancare, in altre parole, è una coscienza del fatto che:

a) si rischia di focalizzare l’attenzione su aspetti specifici, anche se indubbiamente rilevanti, di processi che hanno natura complessa;

b) si usa una chiave di lettura che, più o meno coscientemente, schiaccia la questione delle tensioni che attraversano la società sulla sola logica dell’efficienza di breve periodo. Una chiave di lettura che ripropone, neanche troppo implicitamente, la convinzione della sostanziale subalternità della dimensione sociale alle “leggi dell’economia”.

Come molti studi, anche recenti, hanno messo in evidenza, i ceti medi devono essere considerati un’area in qualche modo scomponibile per gruppi relativamente omogenei ma in continua evoluzione. Il ruolo di questi gruppi all’interno della società, il loro appartenere ad una “costellazione di interessi” o ad un’altra può dipendere da molti fattori ma anche dallo stesso sistema di regolamentazione posto in essere dallo stato. Dunque, se non si è convinti che l’unico metro per valutare un progetto di convivenza civile sia quello dell’efficienza di breve periodo, ogni intervento di politica deve essere pensato a partire dalla considerazione che cambiare la regolamentazione vuol dire in qualche modo intaccare equilibri sociali prima ancora che economici e che questo tipo di interventi deve essere costruito in primo luogo in funzione del progetto sociale che si vuole proporre al paese.

Che la questione sia all’ordine del giorno ce lo suggerisce l’esperienza del passato che ci dice che, in situazioni non troppo diverse da quelle che stiamo sperimentando in Italia, ma anche in larga parte del mondo occidentale, la posizione dei ceti medi è stata decisiva per lo sviluppo in senso democratico delle società. In queste fasi, a mio giudizio, la sinistra dovrebbe evitare di cadere nella tentazione di riproporre quelle logiche di esclusione che sono state e sono il riferimento naturale del pensiero di destra. Logiche che passano per l’acquisizione del consenso di gruppi sociali che si sentono minacciati nel loro ruolo – oltre che nei livelli di reddito – attraverso l’individuazione di “nemici” plausibili su cui scatenare le tensioni che si vanno accumulando nella società. Quello che si vuol dire è che se per una certa destra i nemici sono stati individuati di volta in volta negli immigrati, nei meridionali e persino nei dipendenti pubblici, il rischio che si corre per la sinistra è quello di proporre, e non solo a livello di comunicazione, un percorso che presenta fin troppe assonanze. Nel senso almeno che individua in coloro che hanno capacità di fissazione del prezzo o coloro che, per motivi diversi, riescono ad evadere l’obbligo del pagamento delle tasse, i “nemici” a cui attribuire la responsabilità del declino avvertito dai ceti medi. Certo si tratta di argomentazioni di tutt’altro spessore, sia sul piano della capacità di spiegare sia su quello strettamente etico e della convivenza civile. Che hanno tuttavia il difetto di affrontare aspetti particolarmente “irritanti” della realtà del nostro paese senza contenere una risposta in positivo ai problemi posti dal declino dei ceti medi e, per certi versi, dal modo in cui i ceti medi stanno cercando di adattarsi (in molti casi con successo) alle caratteristiche che ha assunto lo sviluppo degli ultimi venti anni.

Semplificare vuol dire in primo luogo dimenticarsi che quello che è stato messo in discussione negli ultimi venti anni è il progetto di inclusione che era stato pensato nel dopoguerra. E’ possibile che quel progetto vada ripensato, ma certo la risposta non può essere delimitata al punto da finire con l’essere percepita come produttrice di nuove segmentazioni in una realtà socio-economica che si è andata già di per sé sempre più parcellizzandosi. Il problema è piuttosto quello di ragionare su regole che riescano a tenere insieme una società che la crisi economica sta provando duramente e quindi di regole che facciano perno su quell’insieme di valori, quegli “ideali” con i quali i ceti medi – che, come è stato notato, devono essere considerati la componente della società più sensibile alla questione dei valori – possano identificarsi.

Questo non significa che non ci siano vincoli con i quali ci si deve misurare nel tentativo di dare risposte in termini prevalentemente inclusivi ai processi di trasformazione della società in atto. Al contrario. Ed è chiaro che questi ci vengano anche da problemi di efficienza di breve durata. Ma la sfida vera è quella di costruire le condizioni per cui questo progetto di inclusione costituisca anche una risposta ad un’altra questione, che è tutta interna alla dimensione economica e che é la sfida dell’efficienza di lungo periodo. Accettare pienamente la logica del mercato mentre si sta sviluppando una crisi profonda e duratura, non significa affatto creare le condizioni migliori perché si avvii un processo di razionalizzazione del sistema economico che lo metta in grado di ripartire quando la crisi avrà esaurito i suoi effetti. Gli anni che stiamo vivendo non sono quelli in cui scompaiono dal mercato solo i segmenti più deboli dell’apparato produttivo. Sono invece quelli in cui sono messe in discussione anche le parti vitali dello stesso. Non intervenire vuol dire creare contemporaneamente grande sofferenza sociale e le condizioni per un potenziale spreco di risorse, cioè per una situazione di inefficienza. L’ovvia difficoltà di salvaguardia di saperi, conoscenze che si sono accumulate nel tempo e che, una volta disperse da una crisi come quella che stiamo vivendo, può tradursi in una perdita irrecuperabile che può rendere più difficile lo sviluppo di lungo periodo. Dunque la costruzione di una capacità di far convergere i saperi che esistono come patrimonio del nostro sistema produttivo verso nuove forme organizzative che siano in grado di valorizzarli non può che essere una componente centrale di una politica di intervento che si ponga l’obiettivo di recuperare pienamente i valori dell’inclusione.

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