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L’Argentina verso le elezioni

Tra meno di un mese si sfideranno alle elezioni presidenziali Daniel Scioli, il peronista governatore della provincia di Buenos Aires, e Maurizio Macrì, conservatore e attuale sindaco della capitale

Manca meno di un mese alla data delle prossime elezioni presidenziali in Argentina e due candidati sembrano staccare tutti gli altri nell’ultimo miglio della corsa elettorale. Sono il peronista Daniel Scioli, governatore della provincia di Buenos Aires ed il conservatore Mauricio Macri, attuale sindaco della capitale. I sondaggi sembrano favorire Scioli (38% a 25%), ma l’insidia del possibile ballottaggio può rovesciare questo vantaggio perché l’esponente conservatore potrebbe giovarsi del voto delle restanti opposizioni. Per evitare le sorprese del secondo turno Scioli deve superare il muro del 45% o distanziare Macri per un vantaggio di 10 punti. La partita è, dunque, aperta ed imprevedibile.

Scioli, pur essendo il candidato più forte del “Frente para la Victoria”, non ha certamente il piglio carismatico dell’attuale presidenta Cristina Kirchner o di suo marito Nestor. E’ sicuramente più moderato di loro e ha mosso i primi passi in politica insieme all’ex presidente Menem. Un pedigree non certo entusiasmante per le classi meno abbienti e per buona parte dell’elettorato peronista che negli ultimi dodici anni ha sostenuto convintamente le politiche antiliberiste dei propri governi. La stessa Cristina non sembra fidarsi più di tanto del candidato che le potrebbe succedere alla presidenza se ha voluto imporre un potenziale vicepresidente, Carlos Zannini, da tempo fedelissimo dei Kirchner. E, forse, memore della clamorosa svendita del patrimonio pubblico e di rovinose privatizzazioni che hanno anche alimentato la corruzione delle classi dirigenti ai tempi di Menem, ha fatto approvare in Parlamento una legge che impedisce di vendere azioni di un’impresa pubblica o nazionalizzata senza il consenso dei due terzi del Congresso.

Sul fronte opposto il conservatore Macri vuole smantellare ogni vincolo limitativo ai movimenti di capitali introdotti dall’attuale governo argentino e si schiera con i possessori di titoli (gli hedge fund) che rifiutano il compromesso raggiunto dalla ristrutturazione del debito (in ballo ci sono 25 miliardi di dollari). Questa sfacciata alleanza con la finanza viene sostenuta da una populistica ed arrembante campagna contro la corruzione del governo peronista.

Ma chi di populismo ferisce, di populismo rischia di perire. Manco a farlo apposta in queste ore il candidato di punta di Macri, capolista nella provincia di Buenos Aires, il 40% di tutto l’elettorato argentino, è costretto alle dimissioni da uno scandalo che imbarazza e smussa le unghie allo stesso leader conservatore. Il Comune di Buenos Aires, il cui sindaco è Macri, ha stipulato un contratto con l’impresa di questo importante candidato per ben 2 milioni di dollari. Già la cosa in sé è un po’ anomala vista la vicinanza politica tra i due. Se poi l’impresa suddetta risulta essere priva di lavoratori, cioè praticamente inesistente, trattasi di truffa. Macri era convinto che l’acquisto di questo noto candidato potesse essere il traino per la vittoria. Fernando Niembro è, infatti, notissimo in Argentina essendo uno dei più famosi giornalisti sportivi. Peraltro un transfuga proveniente dalle file peroniste. Un vero asso nella manica per un Paese che impasta quotidianamente calcio e politica. Ma la notorietà del soggetto ha impedito il contenimento dello scandalo. Un vero e proprio autogol.

Anche al di là della stretta politica interna il voto argentino risulta essere veramente importante per l’intera America Latina. Non è un caso se l’ex presidente del Brasile Lula ed Evo Morales si siano impegnati a fianco di Scioli in questa campagna elettorale. Sono stati, infatti, proprio Lula, Nestor Kirchner e Chavez che hanno affossato, una decina di anni fa, il mega accordo con gli Usa previsto dal trattato Alca per poi, invece, promuovere una forma di cooperazione tra gli Stati dell’America Latina, l’Unasur, a cui in seguito hanno aderito anche Morales e Correa. Lula sa bene che va sbarrata la strada ai conservatori in Argentina per tentare di tenere aperta la partita in Brasile. Il suo Paese non se la passa bene. Lo scandalo della compagnia petrolifera Petrobras ha scosso dalle fondamenta il Partito dei Lavoratori e distrutto un importante patrimonio di consensi. La Rousseff è ai minimi storici nei sondaggi ed i titoli pubblici brasiliani sono stati ridotti a “spazzatura” dal rating di Standard & Poor’s. E poi la crisi economica e finanziaria sta pericolosamente minacciando i paesi latinoamericani. La perdita di prezzo delle materie prime, l’appannamento delle performances cinesi con cui questi paesi hanno costruito un legame commerciale, il possibile rialzo dei tassi d’interesse Usa e le smagliature nella credibilità politica di alcuni governi possono compromettere un’intera stagione di successi e conquiste sociali.

Nella fase decisiva del voto l’impegno per Scioli è molto forte nonostante le sue ambiguità e una politica più aperta nei confronti degli investitori internazionali rispetto a quella della Kirchner. E Cristina in questi giorni arringa il Paese. Non vuole che l’Argentina, terra di emigranti, si comporti come l’Europa che alza muri e barriere contro i rifugiati. Parla di una vera e propria “decadenza culturale”. Non vuole che, con i conservatori, siano importati il liberismo e l’austerity che hanno imprigionato ed impoverito il vecchio continente. Difende le funzioni dello Stato contro le angherie del libero mercato. Forse per queste ragioni politiche Estela Carlotto, la più autorevole e nota tra le “Abuelas de Plaza de Mayo” poco prima di una iniziativa elettorale con Scioli, si lascia andare ad un desiderio: “Mi piacerebbe tanto che dopo Scioli tornasse Cristina…”. Che sia questo il vero obiettivo della Kirchner? Sono in molti a prevederlo. O a sperarlo.

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