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India, risorse e conflitti dal cuore della terra

Lo stato indiano, le grandi aziende estrattive, e gli “adivasi”, le popolazioni native. Tutti sullo stesso pezzo di terra. In un libro di Marina Forti, cronache dal “Cuore di tenebra” dell’India

L’inchiesta di Marina Forti nel Cuore di tenebra dell’India – recita così il titolo del volume pubblicato da Bruno Mondadori alla fine del 2012 – è il frutto di un “lento peregrinare” per le strade dell’India, negli stati del Chhattisgarh e del Jharkhand, entrambi parte di un’ampia regione montagnosa che costituisce la cosiddetta mineral belt, la fascia mineraria.

L’India possiede enormi risorse minerarie, ci ricorda l’autrice: “è il secondo produttore mondiale di cromite e talco, il terzo produttore di carbone, il quarto produttore di ferro, un importante produttore di bauxite, e di molti altri minerali”. Gran parte di queste risorse sono racchiuse in una decina di stati, “più in particolare in una regione montagnosa che attraversa cinque stati centro-settentrionali”, tra cui, appunto, il Chhattisgarh e il Jharkhand visitati da Marina Forti. Qui da decenni si combatte una guerra spesso violentissima, i cui protagonisti principali sono quattro.

Innanzitutto ci sono lo stato indiano e le grandi aziende estrattive. Sui giacimenti minerari l’India ha infatti costruito parte del suo sviluppo industriale ed economico fin dalla metà del Novecento. Inaugurata con l’indipendenza, oggi la politica dei settori energetici strategici è tramontata, e a dominare la scena sono nomi come l’angloindiana Vedanta, la sudcoreana Posco, nuovi astri come Arcelor-Mittal o Essar, insieme a vecchi nomi come Tata Iron and Steel. Ma le ragioni del conflitto rimangono le stesse, oggi come allora: la mappa dei giacimenti minerari coincide con quella delle popolazioni native, gli adivasi, il terzo protagonista della lotta nel cuore di tenebra dell’India.

Si tratta di una minoranza consistente, molto diversificata al suo interno, che rappresenta l’8,6 per cento della popolazione. Tradotto in numeri, oltre 90 milioni di persone che subiscono processi di espropriazione delle terre, trasferimenti forzati, transazioni fraudolente, militarizzazione del territorio, negazione dei diritti. I dati lo confermano: secondo uno studio della Banca mondiale, pur essendo soltanto l’8 per cento della popolazione, gli adivasi rappresentano il 25 per cento di coloro che in India rientrano nel decile più povero.

Gli adivasi “vivono sui maggiori giacimenti minerari, quindi bisogna cacciare via gli adivasi, punto: tutte le storie di crescita dal volto umano sono balle”, sintetizza Gladson Dungdung, direttore di un’organizzazione per i diritti umani, il Jharkhand Rights Movement. Le promesse di inclusione sociale, di miglioramento delle condizioni di vita sono andate disilluse, denunciano i tanti attivisti incontrati da Marina Forti. E su questa disillusione si inserisce il quarto protagonista della storia: i maoisti. Quelli che il primo ministro indiano Manmohan Singh nel 2006 ha definito la “più grande minaccia alla sicurezza interna” dell’India.

I ribelli di oggi, precisa Marina Forti, sono la reincarnazione di un movimento sorto oltre quarant’anni fa nelle campagne del Bengala occidentale, al culmine di un’epoca di grandi lotte per la redistribuzione delle terre. Fortemente repressi negli anni Settanta, i maoisti non sono più i “Robin Hood itineranti” che erano negli anni Ottanta e Novanta, ricorrono sempre più spesso alla violenza e alla coercizione, impongono la propria presenza con le armi. Lo stato a sua volta radicalizza lo scontro, esclude ogni ipotesi di negoziato politico e finisce per affidarsi a sanguinarie milizie irregolari come Salwa Judum (“caccia purificatrice” in lingua fondi) e a massicce operazioni militari come quella di Green Hunt che mobilita 60.000 uomini delle riserva centrale di polizia e dei corpi paramilitari. L’esito è drammatico: stupri, omicidi, distruzione di centinaia di villaggi, centinaia di migliaia di persone sfollate. A rimetterci sono gli abitanti della tribal-mineral belt, e soprattutto quanti non si arrendono alla logica delle armi: gli attivisti, i gandhiani, i sostenitori della soluzione politica e non militare al conflitto.

Himanshu Kumar, fondatore di un ashram incendiato nell’offensiva delle milizie della Salwa Judum, si batte “perché gli adivasi di questi villaggi abbiamo la chance di restare non violenti”. Ma non è facile, come dimostra la storia di Soni Sori, 35 anni, maestra in una scuola governativa per bambini, impegnata a difendere i diritti degli adivasi, brutalmente picchiata, sottoposta a shock elettrici e stuprata per non essersi “arruolata”. Per Marina Forti la storia di Soni Sori è l’esempio di come un’ampia regione dell’India rurale sia sotto una sorta di stato d’emergenza de facto. Per uscirne, spiega padre Stan Swami, anziano gesuita che ha creato uno spazio di attivismo sociale alle porte di Ranchi, capitale del Jharkhand, bisogna andare alla radice del problema: la mancanza di giustizia sociale. Per Sharat Singh, attivista sociale ed ecologo, bisogna recuperare la lezione del Mahatma Gandhi: quando lo sviluppo mina la vita delle persone, è ora di ridiscutere lo sviluppo.

Una versione più ampia di questa recensione è uscita sul numero di marzo (153) della rivista “Lo Straniero” www.lostraniero.net

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