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Europa anno zero

L’accordo Grecia-Europa mostra l’incompatibilità tra interessi popolari e istituzioni economiche e monetarie europee. Ci serve una nuova immaginazione politica per cambiare i rapporti di forza in Europa e a livello nazionale

L’accordo tra Europa e Grecia che è stato annunciato lunedì mattina traduce in realtà i sogni del più intransigente sostenitore dell’austerità. Tra i primi punti del testo è previsto l’aumento delle tasse sui consumi impoverendo la già devastata capacità d’acquisto della popolazione greca. Si è ceduto sull’innalzamento dell’età pensionabile e sulla riduzione dei sussidi per le pensioni minime. Il premier si è impegnato, inoltre, a conseguire una serie di avanzi primari, accompagnati da apposite clausole di salvaguardia e da espliciti riferimenti al controllo da parte della Commissione Europea e della Troika del processo legislativo greco. L’accordo prevede la privatizzazione – per un ammontare pari a 52 miliardi di euro – di quel che resta delle grandi imprese pubbliche greche, tra le quali il gestore dell’energia elettrica. Quest’ultimo punto, proseguendo nella logica predatoria del debito utilizzato come strumento di governo, prevede che le privatizzazioni servano a ‘ripagare’ il nuovo prestito promesso dall’Europa. E’ stata inserita una clausola sulla base della quale la Grecia si impegna a ‘modernizzare’ il proprio mercato del lavoro, introducendo ulteriore flessibilità (la liberalizzazione dei licenziamenti è esplicitamente menzionata nell’accordo). Nel mezzo di una selva di minacce all’‘inaffidabile Grecia’ di cui l’accordo è costellato, il leader di un partito a rischio smottamento ha quindi acconsentito al ribaltamento della logica temporale con cui aveva negoziato. L’accordo prevede che il trasferimento degli 82 o 86 miliardi dovrà avere la forma di un prestito, ovvero di un’ulteriore cessione di sovranità da parte della Grecia e sarà subordinato all’introduzione di ciascuna delle misure contenute nel piano. Un neocolonialismo a colpi di ‘tranche di aiuti’ che non risparmia nemmeno l’obbligo per la Grecia di coinvolgere nuovamente il Fondo Monetario Internazionale nel percorso previsto.

È il tragico epilogo di una vicenda che trascende i confini della Grecia. L’illusione generata dal sussulto democratico, l’orgoglio di un popolo devastato da sei anni di austerità, la stessa novità politica di un partito al tempo radicato sul territorio e con proiezione internazionale, la leadership innegabile di un personaggio che aveva sconvolto i rituali delle tecnocrazie europee si sono scontrati con il muro di gomma dell’Unione Europea. Si tratta della manifestazione, in tutta la sua evidenza, dell’incompatibilità tra volontà e interessi popolari ed istituzioni economiche e monetarie europee. Rispetto a questo è necessario costruire un discorso politico all’altezza del presente scenario.

In Europa i meccanismi e gli assetti istituzionali sono il frutto del compromesso e dello scontro tra interessi e, in quanto tali, sono mezzi per raggiungere obiettivi politici. Se non servono a ottenere i fini, vanno messi in discussione. E, soprattutto, non vanno identificati come un valore in sè. Lo scenario da guerra aperta generato dell’aggressività del capitale europeo e delle istituzioni che lo rappresentano impone una nuova immaginazione politica. La dimensione europea continuerà a essere dominante nelle esigenze di coordinamento di alcuni aspetti della politica economica (per esempio la fine dell’austerità o provvedimenti contro i bassi salari in Germania), mentre su altri la battaglia potrà essere quella per il ripristino del potere di azione a livello nazionale. E l’opinione pubblica va preparata a battaglie, come quella sul controllo dei capitali, che sono essenziali per creare le condizioni di un recupero di controllo politico sull’economia. Lo strumento di una politica internazionalista può essere l’Europa, ma il fine deve essere il cambiamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro.

Una difesa a oltranza di un sistema istituzionale, l’Unione Europea, e di una moneta, l’euro, che sono stati gli strumenti dell’affermazione del potere della finanza non può che distruggere quel bene che è stato così spesso menzionato durante queste ‘trattative’: la fiducia. Non la fiducia di cui parla Schauble – l’arida valutazione dei corsi azionari da parte di chi investe in borsa – bensì la fiducia delle persone nei confronti di chi, con gli strumenti della politica, dovrebbe difendere gli interessi del popolo. Dalla frustrazione dei greci umiliati dall’accordo di Bruxelles potrebbero emergere opzioni politiche di tipo autoritario e fascista. E l’intervista di lunedi a Repubblica di un esultante Theodoros Koudounas, leader di Alba Dorata, ne è un cupo presagio (http://www.repubblica.it/economia/2015/07/13/news/alba_dorata_grecia_theodoros_koudounas-118993068/?ref=HREA-1).

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