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Dall’economia dei disastri al Green New Deal

Prevenzione e tutela del territorio, trasporti, energia. Ecco il piano per un rilancio verde e sostenibile dell’economia, elaborato dall’Istituto Wuppertal per i Verdi del parlamento europeo. Per uscire dalla crisi in un nuovo clima

Crisi economica, crisi ambientale. Il “new deal verde”, del quale si parla da tempo, prende concretezza a opera dell’Istituto Wuppertal, che in un Rapporto commissionato dal gruppo dei Verdi del Parlamento europeo analizza il potenziale economico e occupazionale di una politica europea basata su tutela e protezione dell’ambiente (politica di cui l’Italia, come confermano le tragiche cronache da Messina, ha disperatamente bisogno) e sviluppo ecosostenibile. Il Rapporto, intitolato A Green New Deal for Europe. Towards a green modernization in the face of crisis, (http://www.greens-efa.org/cms/default/rubrik/16/16475.documents) chiede all’Unione europea di coordinare un piano di azione capace di consolidare le attività eco-innovative già esistenti, aumentando la qualità e il raggio d’azione delle sue politiche ambientali: un New Deal verde che, in analogia con il famoso piano di rilancio economico del presidente statunitense Franklin D. Roosevelt, che tragga impulso da una visione di modernizzazione ambientalista dell’economia e crei al tempo stesso milioni di posti di lavoro.

Un piano per l’Europa

Basandosi sulla definizione di eco-industrie fornita dall’Eurostat e dall’Ocse, il Green New Deal può essere definito come un piano pubblico di investimenti in attività dirette alla produzione di beni e servizi che “misurano, prevengono, limitano, riducono e correggono i danni ambientali causati all’acqua, all’aria e alla terra così come i problemi legati ai rifiuti, all’inquinamento acustico e più in generale all’eco-sistema”. L’obiettivo di tali investimenti è di far convergere i programmi europei di sviluppo eco-innovativo già esistenti entro piani più ambiziosi di crescita eco-sostenibile. Il Piano sottolinea la necessità di raccordare le scelte di investimento di breve periodo con una visione di più lungo termine, muovendo nella direzione di una rottura delle vecchie strutture produttive e di una loro ristrutturazione verso uno sviluppo più sensibile all’utilizzo delle risorse ambientali. Esso, dunque, non si basa tanto su un maggior impiego di risorse quanto sullo sfruttamento ad ampio raggio del potenziale di crescita del settore eco-industriale europeo.

Per far questo, l’Europa deve muoversi sui piani delle strategie, delle politiche e dei programmi:

  1. Dal punto di vista delle strategie, il Rapporto propone di dotare l’Unione di un quadro di valutazione più omogeneo nel monitoraggio e nella valutazione delle politiche, equilibrando la Strategia di Lisbona del 2000 con le linee guida della Strategia di Sviluppo Sostenibile (sviluppate solo pochi anni dopo dal Consiglio Europeo). Le politiche ambientali dovrebbero così essere guidate dalla riduzione del gap di produttività nell’intensità dell’utilizzo delle risorse all’interno dell’Unione Europea. In alcune regioni dell’Est, infatti, l’intensità è 8 volte più grande rispetto alle regioni occidentali. Tale gap andrebbe ridotto in quanto una maggiore uniformità nella produttività garantirebbe contemporaneamente meno pressione all’ambiente e maggiore competitività nei settori industriali.

  2. Sul versante delle politiche, il Rapporto propone di adottare azioni più mirate, indirizzando i fondi a diposizione delle politiche di “Common Agricultural Policy” e di “Regional Policy” (che costituiscono ad oggi la maggior parte del bilancio dell’Unione) ad attività che promuovano l’eco-sostenibilità delle attività produttive. In questo senso, la cooperazione fra fondi nazionali e fondi europei potrebbe procedere dando assoluta priorità a piani che aumentino la produttività di imprese e infrastrutture.

  3. Infine, sul piano dei programmi per l’implementazione di tali politiche, l’Unione dovrebbe puntare sulla convergenza fra i differenti piani di innovazione ambientale di breve e di medio termine (che già sono parte dell’attività dell’Unione Europea) ed ad una maggiore integrazione con i Fondi di Coesione.

Tre le possibili linee di intervento, corrispondenti ad altrettante aree di priorità: la riduzione della dipendenza dai trasporti privati attraverso il passaggio a forme di trasporto pubblico sostenibili; la scelta di politiche energetiche di lungo periodo per edifici privati e pubblici; la definizione di obiettivi di miglioramento dell’efficienza nell’utilizzo delle risorse disponibili per ridurre i costi dell’approvvigionamento energetico.

Il merito di tali politiche sarebbe quello di promuovere un deciso passo avanti nello sviluppo ambientale dell’Unione Europea in una fase in cui la necessità di stimolare la domanda globale e di mantenere alti livelli di occupazione potrebbe facilitare l’implementazione di nuove politiche pubbliche.

Ambiente e pacchetti anti-crisi

Secondo il Rapporto, nella fase di spesa successiva alla crisi economica (si tratta dei pacchetti di rilancio approvati negli ultimi mesi del 2008 e nei primi del 2009 e aventi come riferimento di azione il biennio successivo), l’Unione Europea ha destinato alla produzione ambientale circa 17,61 miliardi di euro sui circa 30 miliardi previsti dal pacchetto comunitario di stimolo all’economia. La maggior parte di queste risorse si è tuttavia rivolto alla riduzione delle emissioni carboniche. In termini assoluti, in campo ambientale, l’Europa ha speso meno di Stati Uniti e Cina. Quest’ultima ha riservato all’ambiente circa il 37% dei fondi di rilancio dell’economia (171,07 miliardi di euro su un totale di 453,1) con investimenti dedicati al potenziamento delle reti ferroviarie e delle infrastrutture idriche. Gli Stati Uniti hanno speso 751,4 miliardi di euro con una quota riservata al comparto ambientale pari al 21% (86,77 miliardi), destinando tali risorse ad energie rinnovabili e alla costruzione di edifici a basso impegno energetico.

Il pacchetto comunitario di sostegno risulta del tutto insufficiente anche se comparato alle misure adottate da Germania e Francia. La Germania, da sola, ha infatti destinato al settore ambientale 11 miliardi di euro su un totale di 81. La Francia 5,52 su un totale di 26,1. Mentre la Francia ha speso di più in energie rinnovabili, la Germania si è concentrata sulla spesa nell’edilizia a basso impatto energetico. Degli 80 miliardi di euro che il governo italiano sostiene di aver messo nel pacchetto di stimolo, invece, solo l’1,3% (circa 1 miliardo) è destinato alla riduzione del rischio ambientale. E per di più, dentro tale voce per la quasi totalità di questi fondi si intendono gli incentivi alla costruzione di veicoli a basso impatto ambientale.

Pur ricordando la difficoltà nel valutare con efficacia la qualità degli interventi pubblici di spesa, sembra dunque necessario agire per aumentare il budget messo a disposizione dell’Unione Europea e contemporaneamente ampliare la varietà degli interventi per attivare più convincenti politiche verdi.

Il potenziale verde

Nel 2004 il fatturato totale del settore eco-industriale generato dall’Eu-15 è stato stimato a 214 miliardi di euro, il 7% in più del 1999 valutato a prezzi costanti. Fra il 1999 e il 2004, il settore finlandese è cresciuto del 54%, seguito da quello irlandese (27%), olandese (26%) e danese (20%). L’Italia ha visto crescere il settore eco-industriale solo del 6%, mentre Germania e Francia rispettivamente dell’8% e del 9%. Va tuttavia rilevato che circa il 50% del fatturato totale del settore è generato dalle eco-industrie francesi e tedesche.

Nel 2004 sono state stimate circa 3,4 milioni di persone che lavorano direttamente o indirettamente nel settore ambientale, di cui 2,3 nel settore della gestione dell’inquinamento e 1 milione nel settore della gestione delle risorse. Le proiezioni riferiscono di quasi 8 milioni di posti di lavoro potenziali che potrebbero essere creati in Europa nei prossimi 20 anni nei settori dell’energia solare ed eolica. Inoltre, nuovi stimoli all’occupazione verranno dalla costruzione di strutture energetiche efficienti, dalla riqualificazione degli edifici, dall’adattamento a nuove forme di coltivazione, dall’espansione del re-cycling e dall’ammodernamento del comparto del trasporto pubblico.

L’esempio più promettente di rilancio ambientale è sicuramente quello della Germania. Secondo il Ministero dell’Ambiente tedesco, fra il 2004 e il 2006, il 40% delle industrie legate al settore ambientale è cresciuto a tassi annui del 10%. Dal 2005 al 2007, la produzione totale nell’industria ecologica è cresciuta del 27% con aziende che hanno registrato un aumento medio del 15% nella forza lavoro fra il 2004 e il 2006. Nel 2006 quasi 1,8 milioni di tedeschi era impiegato nel settore ambientale pari al 4,5% dei lavoratori occupati. La Germania è anche uno dei maggiori esportatori mondiali di prodotti a tecnologia eco-sostenibile con una quota attuale intorno al 16% dell’intero commercio internazionale.

L’esempio tedesco ci insegna che la chiave del rilancio “verde” passa per una chiara leadership politica, fatta di investimenti mirati e di chiari interventi legislativi volti allo sviluppo del settore. Per il Rapporto del Wuppertal Institute, più che di fondi, l’Europa avrebbe bisogno di capitale politico, molto più difficile da acquisire.

Tuttavia, la crisi economica può rappresentare un punto di svolta per le politiche ambientali europee. Perché questo si realizzi, l’Europa deve farsi promotrice di una visione di sviluppo sostenibile che sia il più possibile funzionale alla crescita e al mantenimento di alti livelli occupazionali.

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