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Clima, l’ultima spiaggia di Parigi

Alla canna del gas/Dopo il fallimento di Copenaghen, il summit di Parigi, alla fine del 2015, dovrebbe varare il nuovo accordo globale sul clima che entrerà in vigore a partire dal 2020

È iniziata la navigazione verso il summit di Parigi che, alla fine del 2015, dovrebbe varare il nuovo accordo globale sul clima che entrerà in vigore dal 2020. Molte le lezioni imparate dal Summit di Copenaghen di cinque anni fa, quando si mancò l’obiettivo di un trattato davvero globale e multilaterale. Parigi non è l’ultima spiaggia. Tuttavia, proprio in queste settimane il rapporto degli scienziati del Panel scientifico dell’Onu sul clima (Ipcc) ci ricorda che dobbiamo agire, globalmente, entro pochi anni se vogliamo rimanere lontani dalla soglia pericolosa dell’aumento medio della temperatura terrestre superiore a 1.5-2˚C rispetto all’era preindustriale, il limite indicato per evitare i cambiamenti catastrofici. Le azioni vanno fatte a ogni livello, locale, nazionale, continentale; ma per assicurare il risultato, l’impegno va preso anche globalmente, in modo da usare tutte le leve per promuovere le risposte e uno sviluppo non più fondato sui combustibili fossili.

Il percorso della Convenzione sul Clima va parallelamente a quello sugli obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Onu, che dovrebbero tracciare le linee di un benessere più equo e ambientalmente sostenibile per il «futuro che vogliamo» nel mondo. La chiave di volta è proprio qui: abbiamo visto in questi ultimi anni le emissioni di CO2 salire vertiginosamente, raggiungendo le 400 parti per milione (una concentrazione che l’atmosfera non vedeva da milioni di anni): il fenomeno del cambiamento climatico è stato provocato dalla rivoluzione industriale fondata sui combustibili fossili avvenuta negli ultimi due secoli nei Paesi che chiamiamo sviluppati; uno sviluppo che ha creato grande ricchezza e consumi enormi, ma anche grandi disparità. Oggi altri Paesi stanno seguendo lo stesso percorso, e il livello delle emissioni di gas a effetto serra è salito a livelli mai registrati.

Per cercare di evitare i livelli più pericolosi, occorre che le emissioni decrescano rapidamente. Il percorso deve essere iniziato dai Paesi sviluppati, nel quadro di una responsabilità comune ma differenziata. Invece, finora si è molto parlato e fatto poco. D’altro canto, il fatto che tutti i Paesi le cui emissioni gravano sull’atmosfera debbano imboccare il percorso della decarbonizzazione è ormai riconosciuto. I paesi sviluppati saranno più credibili se affronteranno con onestà la questione dell’equità, se per esempio dedicheranno risorse per aiutare i Paesi più poveri nel garantire energia sostenibile per tutti, nonché nell’affrontare gli impatti del cambiamento climatico, per esempio sulle risorse idriche: quindi nel fronteggiare e risolvere il grande problema della povertà e della diseguaglianza.

Il Wwf ritiene che elementi centrali della decarbonizzazione debbano essere le energie rinnovabili e l’efficienza e il risparmio energetico, e ha posto l’obiettivo che il mondo si alimenti al 100 per cento con energie rinnovabili entro la metà del secolo. In questi anni, le energie rinnovabili hanno fatto un grosso balzo in avanti: dal 1977 il costo del fotovoltaico è sceso del 99 per cento. È anche vero che continuiamo (noi contribuenti) a foraggiare i combustibili fossili: 544 miliardi di dollari solo nel 2012, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (cifra stimata per difetto). Ma soprattutto in questi anni stiamo assistendo a un costante attacco alle rinnovabili: non solo i tagli agli incentivi, ma vere e proprie barriere legislative e nuovi balzelli. La realtà è che la transizione avverrà, ma gli interessi delle lobby più potenti del mondo la potrebbero rendere difficile e costosa, specie se i governi non assumeranno finalmente una prospettiva di lungo periodo e non agiranno da subito con coerenza.

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