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Berlino-Parigi, come cambiano i poteri europei

Vicolo cieco a Bruxelles/5. L’occasione perduta della Francia di Hollande, sempre più allineato alla Germania. E la Grosse Koalition si dimentica l’Europa

All’inizio c’era stata la promessa di Hollande durante la campagna elettorale del 2012, che ha suscitato speranze ben oltre la Francia, di rinegoziare il nuovo trattato europeo. Alla fine, per il momento, c’è simbolicamente l’incontro tra Hollande e Peter Hartz, l’ex direttore delle risorse umane di Volkswagen consigliere di Gerhard Schröder dal 2002 al 2005 e principale ispiratore dell’Agenda 2000 con la quale l’ex cancelliere ha modificato il mercato del lavoro in Germania (e ha perso le elezioni) in nome del principio del Förden und Forden (incitare ed esigere: il bersaglio sono i disoccupati di lungo periodo). L’irruzione di Hartz in Francia arriva dopo l’annuncio della «svolta» di Hollande, confermata nella conferenza stampa del 14 gennaio scorso, a favore della supply side economics , l’antica teoria classica di Jean-Baptiste Say (1767-1832), già ampiamente contestata da Keynes il secolo scorso, attenuata dal «patto di responsabilità» che il presidente francese ha chiesto al padronato e che attende ancora una risposta positiva (hanno tempo fino a marzo per proporre «contropartite» sull’occupazione). Questo percorso ha finito per confermare la falsa idea che nella Ue in generale e nella zona euro in particolare non esista nessuna altra alternativa all’austerità. Hollande, nei fatti, a parte il discorso elettorale sul «rinegoziato» del trattato, non ha poi fatto nessuna proposta concreta al principale alleato, la Germania, per andare nella direzione promessa. E adesso, di fronte ai dati negativi sulla disoccupazione – la «curva» non è stata «invertita» come promesso – la Francia sembra non avere altra alternativa che piegarsi ai diktat dell’austerità (riduzione del costo del lavoro e tagli alla spesa pubblica), proprio nel momento in cui la Germania «copia» dalla Francia il salario minimo e l’Fmi mette in guardia contro l’eccessiva austerità che sta soffocando la crescita nella zona euro. Hollande ha introiettato il diktat di Angela Merkel che, prima di accedere a stimoli all’economia, si debbano fare i «compiti a casa», cioè rimettere i conti in ordine rispettando i due (su cinque) parametri di Maastricht – riduzione dei deficit al 3% e del debito al 60% del pil – diventati la Bibbia assoluta, su cui non è permessa nessuna esegesi. Il percorso di Hollande è stato confuso fin dall’inizio. Il presidente, appena eletto, ha tentato una strada diversa, cominciando con l’annullare gli sgravi sui contributi padronali decisi da Sarkozy. Ci sono state assunzioni nella scuola, un programma di posti di lavoro sovvenzionati per i giovani (che ha funzionato, ma è una goccia nell’oceano) e la proposta che ha avuto poco seguito dei «contratti di generazione» (sgravi alle imprese in cambio di un’assunzione di un giovane mantenendo contemporaneamente un senior al lavoro). Il tentativo è stato di mantenere alto il livello della domanda delle famiglie, che è alla base della relativa tenuta dell’economia francese durante la crisi. Ma su Hollande ha pesato la minaccia di Sarkozy, che in campagna elettorale aveva affermato che, in caso di vittoria socialista, i tassi di interesse bassi non avrebbero «tenuto quindici giorni» e la Francia si sarebbe trovata allineata sui piigs, punita dai mercati. In realtà, i tassi bassi hanno tenuto, e questo malgrado la perdita del rating AAA e le successive «prospettive negative» delle agenzie statunitensi. Ma Hollande non è mai uscito dall’estrema prudenza. E di fronte al proseguire dell’aumento della disoccupazione, ha scelto la «svolta» che si compiace di chiamare «social-democratica»: un grosso pacchetto di sgravi di contributi alle imprese, dopo aver annunciato che non saranno compensati da ulteriori aumenti delle tasse, scelta impossibile politicamente dopo la rivolte anti-fiscali che hanno scosso la Francia prima di Natale. L’unico spiraglio sembra essere, agli occhi di alcuni economisti, una furbetta scelta sui tempi: le riforme strutturali richieste da Berlino vengono proposte sul medio periodo, mentre a breve verrebbero evitati gli effetti deflazionistici causati dalla riduzione della spesa pubblica, nella speranza che della lotta alla deflazione che minaccia la zona euro si occupi la Bce, lasciando così alla Francia le redini più lunghe sui tempi del rientro nei parametri.

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