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Afghanistan. Manager al posto dei militari

Mentre a Buxelles si pianifica il ritiro delle truppe occidentali, nella capitale indiana si è tenuto il Delhi Investment Summit on Afghanistan sul futuro del paese

Herat – Se a Bruxelles, al quartier generale della Nato, si definiscono i termini del ritiro dall’Afghanistan nel 2014, e a Kabul ci si posiziona politicamente e militarmente in vista del dopo 2014, a Delhi si fanno affari. Giovedì scorso infatti nella capitale indiana si è tenuto il Delhi Investment Summit on Afghanistan: organizzato dalla potente Confederazione indiana delle industrie (CII), promosso dal governo locale in collaborazione con quello afghano e fortemente voluto dagli Stati Uniti, l’incontro puntava ad attrarre investimenti verso il paese centroasiatico, la cui economia è stata fin qui legata agli aiuti dei donatori internazionali, che torneranno a riunirsi in Giappone l’8 luglio.

Il presidente Karzai, a cui vanno attribuite molte colpe ma a cui va riconosciuto un discreto fiuto politico, sa bene che qualunque accordo uscirà dalla conferenza di Tokyo (si parla di 5 miliardi di dollari l’anno), sarà comunque una soluzione parziale alle patologie del sistema economico afghano, che secondo le stime della Banca mondiale è per il 90% dipendente dalla comunità internazionale: gli aiuti sono inevitabilmente destinati a diminuire nei prossimi anni, e i precedenti non promettono nulla di buono. Come ricordato a maggio nel rapporto dell’Afghanistan Analysts Network Beating a Retreat da Barbata Stapleton, già consigliera politica per il Rappresentante speciale europeo per l’Afghanistan dal 2006 al 2010, il ritiro della Nato dalla Bosnia nel 2004, per esempio, ha fatto scendere il volume degli aiuti da un massimo del 57% del Pil nel 1995 all’8% del 2004. Lo stesso accadrà anche in Afghanistan, dove già si tirano i remi in barca: il più grande donatore singolo, Usaid (l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale), ha ridotto il suo budget complessivo dai 4.1 miliardi del 2010 ai 2.5 del 2011, arrivando a poco più di un milione nel 2012.

Karzai è dunque consapevole che la bolla economica in cui l’Afghanistan è stato immerso dal 2001 – con tassi di crescita intorno all’8% annuo e un aumento del 73% del Pil complessivo – rischia di scoppiare presto. Sapendo di non potersi affidare a lungo agli aiuti, cerca di attrarre investimenti privati, presentando l’Afghanistan come il prossimo “snodo” del commercio asiatico, oltre che come cerniera ideale tra Asia, Europa, Medio Oriente. I tentativi in questo senso vanno avanti da tempo, già nel 2003 per esempio è stata istituita la Afghan Investment Support Agency (AISA), con il compito di facilitare gli investitori stranieri nell’affrontare le pastoie burocratiche. E proprio a Delhi il direttore dell’AISA, Wafiullah Iftekhar, è tornato a rassicurare gli investitori dell’ambiente favorevole che troverebbero a Kabul, mentre Prasoon Sadozai, responsabile per il ministero del Commercio e dell’industria afghano delle questioni legali e dei regolamenti, ha ricordato alcuni degli sforzi fatti dal governo di Kabul: tra gli altri, la possibilità che le azioni di un’azienda che opera in Afghanistan siano al 100% nelle mani di stranieri, l’esenzione da qualsiasi dazio doganale per l’esportazione di ogni prodotto assemblato o costruito sul suolo afghano.

Per gli indiani, la conferenza di Delhi, a cui hanno partecipato colossi finanziari come General Electric ed Exxon Mobil, rappresenta un tentativo “di offrire una prospettiva di opportunità che contrasti l’ansia legata al ritiro, l’incertezza, l’instabilità e l’interferenza straniera”, ha commentato S.M. Krisha, ministro indiano degli Esteri, che si è augurato che “i grigi abiti dei dirigenti aziendali sostituiscano le divise verde oliva o marrone dei soldati, e gli amministratori delegati i generali”. Se lo augura anche Karzai, che in vista del disimpegno della Nato ha intensificato i rapporti diplomatici ed economici con India, Cina, Iran, Russia e i paesi dell’Asia centrale, a scapito degli occidentali, già con le valigie in mano.

Diritto di esplorazione

L’India, per esempio – si nota nell’ultimo rapporto (marzo 2012) sull’Afghanistan dell’International Crisis Group, Talks about Talks: Towards a Political Settlement in Afghanistan – sta aumentando il proprio peso politico attraverso strumenti economici: dal 2001 al 2007 Delhi ha trasferito a Kabul almeno 900 milioni di dollari in aiuti, si è impegnata per un altro miliardo, e sta espandendo la sua influenza nel settore privato degli investimenti afghani verso l’estero con una serie di contratti bilaterali, tra cui il memorandum d’intesa tra l’Indian Export Import-Bank e l’Afghanistan Investment Support Agency. Mentre nel gennaio scorso un consorzio metallurgico di sette compagnie private, guidate dalla Steel Authority of India Ltd, si è aggiudicato il diritto di esplorazione di tre dei quattro blocchi della miniera di ferro di Hajigak, nella zona di Bamiyan. Un affare da 1.8 miliardi di tonnellate di ferro, e miliardi di dollari. Perfino sotto il profilo dell’assistenza militare, New Delhi non si tira indietro: è dell’ottobre 2011 la firma di un accordo con Kabul che prevede, oltre al sostegno alla nascente forza area afghana, l’addestramento e l’equipaggiamento di armi leggere per l’esercito nazionale. Il protagonismo dell’India in Afghanistan preoccupa il Pakistan, ma non dispiace agli Stati Uniti: meno di due settimane fa c’è stato un incontro tra il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, e il ministro degli Esteri indiano Krishna, e i due hanno promesso incontri trilaterali tra India, Usa e Afghanistan, mentre il segretario alla Difesa, Leon Panetta, ha parlato spesso dell’India come di un “fulcro” fondamentale nella strategia del Pentagono di ri-bilanciare le sue forze nell’area “Asia-Pacifico”, invitando Delhi a giocare un ruolo più attivo in Afghanistan.

Più problematica, per gli Stati Uniti, la crescente influenza sull’Hindu Kush della Cina, che nonostante il rapporto privilegiato con il Pakistan mostra evidenti segni di insofferenza: Pechino non vorrebbe che l’ambiguo oltranzismo dei militari e dei servizi segreti (Isi) del “paese dei puri” compromettesse i suoi interessi economici, già consistenti: il colosso energetico statale China National Petroleum Corporation diventerà a breve la prima azienda straniera ad estrarre petrolio dai giacimenti afghani delle province di Sari Pul e Faryab, un serbatoio da 87 milioni di barili, grazie a un contratto con il governo afghano mediato dal Watan Group, vicino alla famiglia Karzai; mentre risale al 20 novembre 2007 il contratto – 3 miliardi e mezzo di dollari – con cui il China Metallurgical Group si è aggiudicato il diritto esclusivo di estrarre rame dalla miniera di Aynak, 40 chilometri a sud della capitale.

L’orso russo in agguato

L’orso russo, da parte sua, aspetta prudentemente il cadavere del nemico atlantico lungo la sponda del fiume, e intanto fa affari: il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, ha giudicato “irrealistica e artificiale” la data del 2014 come passaggio definitivo della sicurezza nelle mani afghane. A dispetto della posizione critica, negli ultimi anni la Russia ha comunque dimostrato una certa disponibilità: dal 2009 ha concesso alle forze della Nato di transitare nel proprio territorio per trasportare materiali non letali utili alla guerra afghana, e pochi giorni fa, il 25 giugno, il primo ministro Medvedev ha firmato l’accordo che concede anche il transito aereo. L’aeroporto di Ulyanovsk – luogo di nascita di Lenin – è già stato aperto al trasporto di materiali, per e dall’Afghanistan. Mentre a Novosibirsk comincerà un programma di addestramento – a spese dei russi – per gli ingegneri che si occupano della manutenzione degli elicotteri. Gli stessi che la Russia ha venduto al governo afghano e che sono stati pagati in dollari americani: nel 2011, Mosca ha firmato con il Dipartimento di Stato americano un contratto del valore di 367.5 milioni di dollari per la fornitura di 21 Mi-17V5, utili sia per i trasporti che per le azioni di guerra.

Quanto ai paesi dell’Asia centrale, sono preoccupati dell’eventuale destabilizzazione dell’Afghanistan una volta avvenuto il ritiro delle truppe Isaf-Nato, ma per ora coltivano interessi più prosaici: dalla fine del 2008, quando sono aumentati gli attacchi ai convogli della Nato lungo la rotta proveniente dal Pakistan, la Nato ha puntato al Northern Distribution Network, la rotta di distribuzione che include Russia, Caucaso e Asia centrale. Dal 2009, c’è stato un aumento del 75% dei materiali che passano per questa rotta, considerata ormai vitale da Washington, vista la riluttanza di Islamabad a riaprire le frontiere dopo l’incidente del 26 novembre scorso, quando 24 soldati pakistani sono morti, colpiti da aerei americani della Nato (si veda il manifesto del 22 giugno). Non è un caso dunque che i paesi interessati già stiano imponendo prezzi altissimi sui trasporti con cui la Nato porterà via container e mezzi. Perché in Afghanistan la guerra costa. Costa farla e costa finirla.

Questo articolo è uscito anche sul manifesto del 4 luglio

Ucraina guerra Europa

 

 

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