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Superclass, l’eurocrazia di Juncker

Ancien régime/Gli alti funzionari delle istituzioni europee sono ormai diventati un’élite sovranazionale autonoma e corporativa. La Bce dà i soldi solo alle banche. Il calo di fiducia nelle istituzioni non si ferma e l’Unione continua ad essere percepita forte coi deboli e debole coi forti

Quando il 4 novembre scorso dichiarava: «Non sono il capo di una banda di burocrati», il neo-presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker non stava replicando alle illazioni sulla vigilanza bancaria di qualche pericoloso euroscettico, ma alle spavalde dichiarazioni del premier di un Paese fondatore della Comunità europea. Quel Matteo Renzi che pochi giorni prima Susanna Camusso aveva etichettato come un’«espressione dei poteri forti», gli stessi evocati da Palazzo Chigi già a settembre. Se dunque i poteri forti sono sempre gli altri, agitare il loro spauracchio, senza ulteriori precisazioni, è inutile o dannoso.

Meno sterile è interrogarsi sui motivi che rendono plausibile descrivere l’Unione come un’implacabile eurocrazia, un triangolo del rigore che ha i suoi vertici a Strasburgo e a Bruxelles, sedi di Parlamento e Commissione europei, e culmina a Francoforte, nel palazzo della Banca centrale. D’altronde, dallo scoppio della crisi in poi, l’eurobarometro non smette di segnalare il calo di fiducia nelle istituzioni comunitarie.

La loro legittimità è precipitata prima di tutto per una ragione culturale. L’Unione monetaria progettata a Maastricht sull’asse franco-tedesco è figlia di una cultura economica che ha di fatto sacrificato il «modello sociale europeo» sull’altare del modello di sviluppo anglosassone a forte dominante finanziaria. Fatte salve le singole responsabilità dei diversi Stati membri e dei loro governi, il risultato economico e sociale è sotto gli occhi di tutti: recessione dilagante e disuguaglianza senza precedenti tra capitale e lavoro.

Ma l’Unione europea può apparire come un «comitato d’affari» anche per l’intreccio di ragioni istituzionali e geopolitiche. Negli ultimi anni sono venuti al pettine, infatti, i nodi del sistema decisionale stabilito dal Trattato di Lisbona. L’autentico luogo di scelta delle (fallimentari) misure anticicliche non è stato il Parlamento europeo (che rappresenta i cittadini), ma il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo (che rappresenta gli Stati). Due le inevitabili conseguenze: gli interessi della Germania e dei suoi alleati del Nord sono riusciti a prevalere su quelli dell’Europa meridionale e lo scontro tra i Paesi dell’eurozona e quelli aderenti solo all’area di libero scambio ha prodotto una paralisi sulle stesse finalità del processo di integrazione.

La terza ragione della cattiva fama dell’Unione attiene alla sua struttura amministrativa. Questa è cresciuta a dismisura (circa 55 mila i funzionari, considerando i precari e i rappresentanti permanenti degli Stati). Ed è una pia illusione ritenere che la burocrazia abbia la semplice funzione di promuovere l’implementazione delle policies comandate. Così non può essere, per due motivi: complici la selezione concorsuale e, soprattutto, l’inveterata pratica di revolving doors , gli alti funzionari dell’Unione hanno ormai sviluppato un forte senso corporativo, cementato dagli ottimi salari e dalla sensazione di incarnare un’élite sovranazionale autonoma; ma il motivo più importante è che la burocrazia concorre in modo essenziale al processo decisionale, e non soltanto nella fase di attuazione ma anche e soprattutto in quella di elaborazione delle politiche pubbliche: è sulla base dei dati forniti dagli uffici competenti, infatti, che può essere adottato un provvedimento anziché un altro.

Una quarta ragione di ostilità nei confronti dell’Unione deriva dalla particolare natura della Banca centrale europea. Pur godendo di un’invidiata autonomia, questa difetta di due funzioni tipiche di qualunque banca centrale: lo statuto non la abilita né a finanziare i deficit degli Stati membri né a fungere da prestatore di ultima istanza. Anomalia per la quale negli ultimi anni Mario Draghi ha potuto sì inondare il mercato di liquidità, ma prestando denaro alle banche con un tasso d’interesse nettamente inferiore a quello indirettamente imposto agli Stati.

Il Consiglio europeo (in cui finora ha prevalso la signora Merkel), le direzioni generali e il board della Bce rappresentano dunque un castello di poteri pubblici forti, sì, ma non abbastanza determinati e coesi per incidere sui poteri forti del settore privato. Proprietari e manager di industrie fortemente concentrate e finanziarizzate finiscono così per comporre un eterogeneo e contraddittorio gruppo dominante, che David Rothkopf, consigliere dell’amministrazione Clinton, ha chiamato «superclass» e che Leslie Sklair, sociologo della London School of Economics, ha definito più propriamente come «classe capitalistica transnazionale». Finché gli occhi rimarranno chiusi non solo sulle questioni richiamate ma anche sulla gigantesca elusione fiscale garantita dal Lussemburgo di Juncker, l’Ue continuerà ad apparire forte coi deboli e debole coi forti.

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