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Salari in crisi, dove e perché

La riduzione della quota distributiva del lavoro riguarda tutti, ma non è uguale per tutti. Un confronto tra Italia, Europa e Stati Uniti, nel Rapporto dell’Ires FacebookTwitterGoogle+LinkedinPinterestemailPrint

L’articolo di Travaglini, Le diseguaglianze alla radice del crack, indica nella riduzione della quota distributiva del lavoro, uno degli squilibri delle economie occidentali all’origine della crisi finanziaria e della conseguente recessione che ci ha investiti. Il IV Rapporto Ires su salari, produttività e distribuzione del reddito in Italia ed in Europa (Birindelli, D’Aloia, Megale, 2009), uscito con il titolo “Salari in crisi”, ha approfondito la questione in una prospettiva di comparazioni internazionali.

E’ ben noto che la quota distributiva del lavoro è cresciuta dall’inizio degli anni 60 fino alla metà degli anni ’70, per poi cominciare una fase discendente. Nell’Ue 15 cresce, di circa cinque punti percentuali per poi diminuire continuativamente fino al 2005, ad un livello di circa cinque punti inferiore a quello dell’inizio degli anni ’60. Abbastanza sorprendente il confronto con gli Usa. Qui la quota distributiva resta sostanzialmente costante lungo tutto il periodo con un grado di variazione molto più bassa di quella europea. Nel 2005 la quota del lavoro nell’Eu15 risulta di circa cinque punti inferiore a quella degli Usa (all’inizio degli anni ‘60 erano all’incirca sullo stesso livello). Come vedremo, anche il Regno Unito manifesta un andamento analogo.

Il Rapporto Ires ha esaminato l’andamento delle quote distributive in sei dei maggiori paesi europei (Francia, Germania, Italia, Regno unito, Spagna e Svezia) più gli Stati Uniti, disaggregando i dati per i grandi settori dell’economia: il settore privato dell’economia, l’industria manifatturiera, i servizi (commercio, turismo, trasporti e tlc) e il settore delle attività finanziarie dei servizi alle imprese, informatica, ecc..

Il risultato è che le quote distributive del lavoro – pur all’interno di una tendenza generale al declino – manifestano andamenti divergenti nei settori e paesi considerati e che anche le diverse variabili che contribuiscono a determinarne l’andamento (in particolare retribuzioni ed occupazione), giocano un ruolo profondamente diverso nei diversi paesi. La cosa che maggiormente colpisce è la divergenza con gli andamenti delle retribuzioni e del costo del lavoro reali. Anche paesi che registrano una sensibile crescita delle retribuzioni e del costo del lavoro subiscono nello stesso tempo una sensibile riduzione della quota distributiva del lavoro: il caso più evidente è quello della Svezia. Evidentemente nello stesso periodo si registra una crescita sensibilmente superiore della produttività. Emerge anche un significativo effetto settore, nel senso che i diversi settori esaminati mostrano dinamiche divergenti nei diversi paesi, con un diverso effetto sulla dinamica complessiva nell’insieme del settore privato.

In linea di massima si delineano due tendenze fondamentali. Una, che caratterizza soprattutto l’Italia (e, in parte, anche la Spagna), nella quale la caduta della quota distributiva è da attribuirsi fondamentalmente alla bassa crescita del costo del lavoro, inferiore a quella della produttività e dell’economia nel suo complesso (qui parliamo in termini di grandezze reali, cioè deflazionate) e in presenza di una crescita relativa dell’occupazione; la seconda, che caratterizza soprattutto Svezia e Regno Unito, nella quale, nonostante una sostenuta crescita del costo del lavoro, la quota distributiva diminuisce per il maggiore tasso di aumento della produttività, e la stagnazione o la riduzione dell’occupazione.

Il confronto con gli altri paesi lungo tutto il periodo 1980-2006, mette in luce che la tendenza al declino della quota distributiva nel nostro paese si inserisce in tendenze analoghe in tutti i paesi considerati, anche se, nel nostro caso, con uno spostamento piuttosto verso gli anni ’90.

Nel settore privato dell’economia la quota distributiva del lavoro in Italia, durante gli anni ’80 e fino al ’92 oscilla intorno al valore di inizio periodo (tocca dei picchi di incremento di 3 punti percentuali nell’83 e nel ’92 ed un minimo di -2% nell’87-‘88). Nello stesso periodo, mentre alcuni paesi (Francia, Regno Unito e Usa) mostrano un andamento non dissimile dal nostro, altri (in particolare Spagna, Svezia, in parte Germania e la media della zona euro) registrano già delle flessioni più sensibili (fino a circa -5% alla fine degli anni ’80).

Per l’Italia il declino più forte e continuativo della quota distributiva nel settore privato dell’economia, comincia nel ’92 e prosegue (pur con una pausa dal ’95 al ’97) fino ad un minimo di -11,5 punti percentuali nel 2001 (rispetto all’80; rispetto al ’92, la riduzione è di quasi 15 punti); da quest’anno, si registra un recupero fino al 2006 di quasi quattro punti percentuali, ma comunque 8 punti sotto l’inizio degli anni ’80 e 10 quello degli anni ’90. Per quanto concerne gli altri paesi, mentre molti (con l’eccezione di Francia e Germania) registrano un declino forte tra il ’90 ed il ’95, dopo il ’97, si assiste ad un recupero fino al 2000 ed una nuova discesa negli anni 2000. Le perdite più drammatiche sono quelle registrate dalla Svezia, determinate, principalmente dagli andamenti dell’industria manifatturiera.

Nell’industria manifatturiera, la quota distributiva del lavoro ha un andamento sensibilmente diverso da quello registrato dall’insieme del settore privato.

In questo caso, in Italia, la quota distributiva del lavoro registra una sensibile crescita (fino ad un massimo di 9 punti nel ’91) tra fine degli anni ’80 e i primissimi anni ’90. Da quel massimo comincia un declino fino ad una diminuzione di circa 15 punti nel 2000 (analogo a quello che si riscontra nell’insieme del settore privato): con una caduta di quasi 10 punti tra il ’91 ed il ’95 (qui si torna al livello di inizio anni ’80) e di altri 5 tra il ’97 ed il 2000. Dal 2000 al 2006, si registra un recupero di quasi 9 punti (si torna a 4 punti al sopra della quota 100, dell’inizio del periodo). Complessivamente, la flessione della quota distributiva nell’industria manifatturiera è nel nostro paese abbastanza stabilmente inferiore a quella registrata negli altri paesi, nonostante la minor crescita registrata dalle retribuzioni. Evidentemente, qui la dinamica della produttività gioca un ruolo dirimente.

La caduta più drammatica della quota distributiva (e, nello stesso tempo, con delle varianze molto forti) è quella della Svezia, con una prima flessione di circa 15 punti negli anni ’80, una nuova caduta, dopo un parziale recupero, negli anni ’90, che la porta a perdere circa 30 punti rispetto alla quota di inizio periodo, nel ’97; infine, dopo un nuovo parziale recupero alla fine degli anni ’90, una nuova caduta dal 2001, che la riporta allo stesso livello del ’97, 30 punti sotto il livello del 1980 (andamenti tali, da far sorgere qualche dubbio sulla stessa coerenza dei dati).

Il diverso effetto dei settori

In tutti i paesi (con l’eccezione della Germania, dove il suo ruolo per tutti gli anni 80 e 90 si inverte) il settore delle attività finanziarie, dei servizi alle imprese e dell’informatica è quello che mostra un andamento positivo della quota del lavoro. L’andamento in generale declinante della quota del lavoro nell’insieme del settore privato dell’economia è dunque dovuto al trascinamento verso il basso degli altri due settori maggiori. Ma questo fenomeno è particolarmente evidente in Italia. Qui è il settore dei servizi (comm., trasp., tlc), quello che mostra le performance peggiori, già negli anni ’80 e per tutto il periodo considerato e che quindi trascina maggiormente verso il basso la quota distributiva per l’insieme del settore privato. A mostrare un andamento analogo a quello italiano, con il settore sei servizi (comm., trasp., e tlc) che svolge il ruolo maggiore di traino verso il basso della quota distributiva dell’insieme del settore privato, sono la Spagna (dove i differenziali sono anche maggiori) e l’insieme dell’eurozona. In Svezia e Gran Bretagna è, invece, principalmente l’industria manifatturiera a svolgere questo ruolo di traino verso il basso.

Il ruolo delle diverse variabili: produttività, occupazione e retribuzioni

In Italia, mentre negli anni ’80 si cumula uno scarto di 7-8 punti tra crescita del valore aggiunto e produttività (la produttività cresce ad un tasso medio annuo di 0,7 punti medi annui meno del VA – Tabella 1), in quanto l’occupazione cresce in modo modesto, tra il ’90 ed il ’95, la produttività cresce più del VA di 0.4 punti medi annui ed infatti l’occupazione si riduce complessivamente di un punto percentuale. Dal ’95 al 2006 la forbice riprende ad allargarsi, in quanto l’occupazione cresce ad un tasso simile a quello del VA: la produttività sostanzialmente si blocca e cresce solo dello 0.5% medio annuo tra il ’95 ed il 2000 e addirittura diminuisce nel periodo 2000-2006, quando l’occupazione cresce più del VA.

Tabella 1 – Italia – VA, produttività, e occupazione – Tassi di crescita medi annui – Settore privato dell’economia

80-90

90-’95

95-00

00-06

VA Reale

2.1%

2.3%

1.9%

1.3%

Produttività reale

1.4%

2.7%

0.5%

-0.2%

Occupazione

0.2%

-0.2%

1.5%

1.9%

Fonte: nostre elaborazioni su dati OECD:Stat

Un andamento analogo si manifesta in Spagna, dove – negli anni ’90 e 2000 – l’occupazione cresce ad un tasso confrontabile con quello del VA (circa il 3.5% medio annuo) e la produttività registra una sostanziale stagnazione (anzi una lieve diminuzione); negli Usa la pur modesta crescita dell’occupazione (lo 0.7% medio annuo nel periodo ’90-03) fa sì che la produttività cresca solo di circa il 2,5% medio annuo, a fronte di una crescita del VA di circa il 3.4% medio annuo.

Negli altri paesi (Francia, Svezia, e Regno Unito), la sostanziale stagnazione dell’occupazione, fa sì che la produttività cresca sostanzialmente allo stesso tasso del VA e con una intensità ben diversa da quella dell’Italia in particolare dalla seconda metà degli anni ’90. In Germania la modesta crescita dell’economia negli anni ‘90, accompagnata da una sostanziale stagnazione dell’occupazione (in questo paese la valutazione di questi andamenti è resa difficile per gli effetti dell’unificazione del paese nel ’91, reso evidente dal gradino di crescita registrato in quell’anno), è sufficiente ad assicurare una crescita della produttività.

Queste dinamiche medie dell’insieme del settore privato dell’economia sono il risultato di andamenti molto diversi tra i settori: in particolare in Francia, Svezia, e Regno Unito la crescita complessiva della produttività è determinata significativamente da quella molto forte nell’industria manifatturiera (in particolare in Svezia) dovuta a sua volta da una crescita sostenuta del VA ma anche da una contemporanea caduta dell’occupazione in questo settore.

Questi andamenti della produttività e dell’occupazione hanno una ricaduta sugli andamenti delle quote distributive. Come abbiamo già visto, in tutti i paesi si manifesta una tendenza al declino della quota distributiva del lavoro più o meno accentuata. Il ruolo delle diverse variabili che contribuiscono a determinare queste tendenze differiscono però nei vari paesi. Abbiamo già messo in luce un rilevante (e diverso tra diversi gruppi di paesi) effetto settore.

Tabella 2 – Italia – Costo del lavoro, quota distributiva, VA, produttività e occupazione – Tassi di crescita medi annui – Settore privato dell’economia

80-90

90-’95

95-00

00-06

Costo Lav Reale

1.8%

0.1%

0.1%

0.0%

Quota Redd. Lav.

0.0%

-1.2%

-1.0%

0.5%

VA Reale

2.1%

2.3%

1.9%

1.3%

Produttività

1.4%

2.7%

0.5%

-0.2%

Occupazione

0.2%

-0.2%

1.5%

1.9%

Fonte: nostre elaborazioni su dati OECD:Stat

In Italia, durante gli anni ’80, una crescita del costo del lavoro reale, abbastanza vicina a quella del VA reale e superiore a quella della produttività, determina una sostanziale stagnazione della quota distributiva.

Negli anni ’90, invece, nel periodo ’90-’95, sono insieme il radicale rallentamento della crescita delle retribuzioni e la caduta dell’occupazione a determinare una prima caduta della quota distributiva. Nella seconda metà del decennio la ripresa della crescita dell’occupazione non è sufficiente ad invertire la tendenza. In questo caso è l’insufficiente crescita delle retribuzioni, inferiore a quella della produttività a determinare una ulteriore flessione della quota distributiva. Una inversione di tendenza avviene negli anni 2000, ma non per effetto di una ripresa delle retribuzioni (e, quindi, del costo del lavoro) ma per il rallentamento della crescita dell’economia, l’accelerazione dell’aumento dell’occupazione e, quindi, la contemporanea caduta della produttività.

Svezia e Regno Unito mostrano un andamento simile delle diverse variabili: la crescita delle retribuzioni, significativa ma pur sempre inferiore a quella della produttività, insieme alla stagnazione (o riduzione) dell’occupazione, determinano la flessione della quota distributiva (simile a quella, registrata dall’Italia).

La Spagna, anche in questo caso, mostra delle dinamiche simili a quelle italiane: qui, la crescita dell’occupazione, pur ad un tasso simi e a quello del VA dagli anni ’90 in poi, non basta a compensare la stasi/declino delle retribuzioni che in questo periodo hanno un andamento sostanzialmente sovrapposto a quello della produttività.

In Francia, la crescita delle retribuzioni ad una tasso comparabile a quello della produttività, insieme a quella dell’occupazione, determina una modesta flessione della quota distributiva. Gli Usa registrano sì una crescita sia di retribuzioni e occupazione, ma sensibilmente inferiore a quella del valore aggiunto, con un effetto, ancora una volta di stagnazione/declino della quota distributiva.

In allegato pdf, la versione completa del paper