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Lombardia: vicina all’Europa senza mai raggiungerla

Da sempre considerata come la regione più europea tra quelle italiane, oggi in qualche misura la Lombardia è lo specchio fedele della “meridionalizzazione” dell’economia italiana. Ecco perchè

La Regione Lombardia, nella pubblicistica nazionale, è da sempre considerata come la regione più europea tra quelle italiane. Sebbene ci sia più di un indicatore a supporto di questa tesi, nel corso di questi ultimi 15 anni è scivolata ai margini del consesso europeo, pur conservando il primato tra le regioni nazionali, sollevando, però, alcune riflessioni circa la solidità del proprio tessuto economico e industriale. Infatti, molti indicatori economici e sociali (PIL, tasso di occupazione, specializzazione produttiva, ricerca e sviluppo, intensità tecnologica e morfologia del mercato del lavoro) non solo non sono in linea con le tendenze europee, ma divergono (in negativo) con il passare degli anni. Possiamo sintetizzare lo stato dell’economia lombarda in questo modo: campioni in casa, residuali in Europa.

In qualche misura la Lombardia è lo specchio fedele della “meridionalizzazione” dell’economia italiana, indipendentemente dalla presenza di alcuni assets di tutto rispetto nel consesso europeo. Per esempio, la capacità della componentistica (automotive) lombarda nell’agganciare il settore automotive tedesco è importante, ma questa performance non dove far dimenticare che il settore è, in qualche misura, (1) eterodiretto dalle policy tedesche e (2) dal profilo tecnologico maturato sempre in Germania [1]. Nella catena della creazione di valore internazionale, in altri termini, la Lombardia è ai margini, come si desume dagli indicatori relativi al valore aggiunto per occupato che rimane sempre una frazione di quello medio tedesco. Il settore dei macchinari rimane centrale del tessuto produttivo lombardo, con un saldo attivo della bilancia commerciale importante, ma con il passare degli anni si è ridotta la quota del commercio internazionale e, soprattutto, incorpora alta tecnologia dall’estero, pregiudicando (nel tempo) la sua sostenibilità. Infatti, se l’economia è diventata sempre più knowledge oriented, la capacità di generare innovazione diventa strategica, e la creatività (lombarda e/o nazionale) nell’adozione della stessa non è un indicatore positivo: step by step si dipenderà sempre di più dalla conoscenza prodotte da altri paesi.

La crescita e il consolidamento dei così detti NEET [2] intervenuta tra il 2011 e il 2016 [3], indipendentemente dalla crescita del tasso di occupazione, la maggiore crescita dei contratti a termine e apprendistato rispetto ai contratti a tempo indeterminato, i livelli di intensità tecnologica degli investimenti, sempre una frazione rispetto alla media europea, delineano una struttura produttiva che recupera i propri margini di profitto a “margine” dei costi di produzione. Inoltre, il reddito da lavoro dipendente della Lombardia, pur divergendo in misura ridotta rispetto al valore aggiunto per occupato (meno 0,3 punti tra il 2013 e il 2016), non ha intercettato la crescita del PIL intervenuta nello stesso periodo, con uno spread di 2,2 punti di PIL. In altri termini, il reddito da lavoro (contrattato) non riesce ad agganciare la crescita del PIL, con delle implicazioni economico-fiscali rilevanti, in particolare rispetto alla base imponibile che con il passare del tempo tende a comprimersi [4].

qui l’articolo completo

 

[1] ESTA’ (A. Di Stefano e M. Lepratti), 2015, “Effetti del caso Volkswagen: verso un nuovo modello di mobilità sostenibile”, ed. EStà

[2] Not in Education, Employment or Training

[3] I dati sono per lo più riferiti a questo periodo temporale in ragione della loro certificazione e possibilità di comparazione con altri paesi di area euro.

[4] Se il PIL tecnicamente non può andare al salario (capitale e lavoro sono una parte del PIL), se il sistema fiscale è progressivo solo per il reddito da lavoro (85% dell’IRPEF), se tutti gli altri redditi sono soggetti a una sorta di cedolare secca – si pensi agli affitti, al reddito da capitale, oppure agli interessi sui titoli pubblici -, occorre comprendere e capire come sia possibile allargare la base imponibile nell’IRPEF o trovare delle vie che riconsegnino all’IRPEF la sua natura originaria.

 

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