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La nuova geografia dello sviluppo italiano

La metafora delle tre Italie rappresenta ancora congruamente le diverse forme di sviluppo territoriale? L’Italia di oggi è trainata dalle regioni che meglio nel nostro paese hanno saputo combinare attività manifatturiere e servizi ad alta intensità di conoscenza

L’Italia, già dalla sua Unità, si caratterizza per la differenza nei livelli di sviluppo economico: un primo periodo di lieve divergenza, cui segue, fra le due guerre mondiali, una forte divergenza che muta in convergenza nella fase post-bellica fino ad un nuovo aumento del divario, anche se a macchia di leopardo, a partire dalla recente crisi. Fino agli anni ‘60 questi squilibri territoriali possono essere riassunti nel dualismo nord-sud, riferibile, nonostante la complessità della questione, ad un dualismo di tipo produttivo: industria fordista al nord contro prevalenza di attività e modalità agricole arretrate al sud. A partire dagli anni ’70, però, questa dicotomia non è più in grado di dare conto degli squilibri regionali, la cui articolazione si è andata nel frattempo arricchendo con la diffusione del fenomeno dei distretti industriali nelle regioni del Nord-Est-Centro (NEC). Accanto al modello organizzativo e produttivo basato sulle grandi citt à industriali del nord-ovest, si affianca quello tipico “dell’Italia dei comuni” e della “campagna urbanizzata”.

Trascorsi trent’anni dall’affermarsi di quel modello, un nuovo cambiamento di paradigma mischia di nuovo le carte in tavola, costringendoci ad una nuova lettura degli squilibri regionali. L’affermarsi della cosiddetta “knowledge economy”, un sistema economico fondato sulle attività e sui servizi ad alta intensità di conoscenza e creatività, generatori di innovazione, sembra, nella sua prima fase, avvantaggiare le regioni che si erano industrializzate per prime e che, sempre per prime a cavallo fra gli anni ’80 e ‘90, avevano intrapreso il processo di terziarizzazione. A circa trent’anni da quella svolta e dopo la più grande crisi mondiale che si ricordi dal 1929, la metafora delle tre Italie rappresenta ancora congruamente le diverse forme di sviluppo territoriale in Italia?

Ragionando in termini di PIL per abitante, sembrerebbe sufficiente ribadire il classico dualismo Nord-Sud per interpretare gli squilibri regionali. Secondo Eurostat, infatti, sono tutte meridionali, con l’aggiunta di Marche ed Umbria, le regioni con PIL pro-capite inferiore alla media nazionale nel 2015. Fra le restanti, la maggior parte, al 2015, aveva recuperato totalmente o quasi i livelli di reddito pro-capite pre-crisi, con la rilevante eccezione del Lazio, in cui il differenziale negativo si attesta sul 10%, e della Provincia di Bolzano, che, invece, non sembra essere stata toccata dalla crisi. Fermo restando che l’Italia, fra le nazioni OECD, è quella che ha mostrato le maggiori difficoltà nel superare la fase recessiva, cosa possiamo dire della diversa capacità di queste regioni nell’assorbire gli shock dettati dal cambiamento di paradigma economico e nell’adattarsi alle mutate condizioni di mercato? Esistono dei pattern comuni? Per rispondere a questa domanda consideriamo due tipologie di fattori: le diverse composizioni settoriali delle economie regionali e le peculiarità dei singoli quadri istituzionali. L’ ”Indice Europeo di Competitività Regionale” elaborato dalla Commissione Europea, ossia la capacità di una regione di offrire un ambiente attraente e sostenibile tanto alle imprese che ai cittadini, cerca di tenere conto di questi aspetti nel valutare le performance delle singole regioni. La lettura dell’Indice suggerisce la presenza di una situazione articolata. Lombardia e Emilia Romagna possono essere considerati i motori dell’economia italiana. La Lombardia, che, con il Piemonte e la Liguria, ha traghettato l’Italia nell’era fordista, è la più internazionalizzata delle regioni italiane, e quella che maggiormente ha saputo combinare una ancora rilevante base manifatturiera con i servizi ad alta intensità di conoscenza, coadiuvati anche dai numerosi atenei presenti sul territorio, accrescendo la capacità innovativa e creativa del proprio sistema economico. Stesso discorso, seppur sulla base di un sistema economico di più ridotte dimensioni, si può fare per l’Emilia Romagna, dove si è riusciti a creare un legame virtuoso fra manifattura hi-tech e servizi ad alta intensità di conoscenza, anche in questo caso supportati da un’ottima offerta accademica. Le stime di crescita delle economie regionali per il 2017, non a caso, vedono prima l’Emilia Romagna e seconda la Lombardia. La Lombardia e l’Emilia Romagna, nonostante rappresentino l’esito di due modelli significativamente diversi – una regione industriale della prima ora ed una regione NEC – convergono nelle performance. In entrambi i casi sembra funzionare la “Tripla Elica”, ossia un modello basato sulla centralità dei rapporti fra università e centri di ricerca, industria e istituzioni pubbliche nel sostenere i sistemi innovativi regionali.

Piemonte e Liguria, le altre due regioni del triangolo industriale, non sembrano tenere il passo della Lombardia, nonostante si tratti di sistemi economici in cui l’eredità industriale – ad alta e media intensità tecnologica – e la presenza di aree metropolitane importanti, garantiscano buone prestazioni rispetto alla capacità innovativa. Veneto e Toscana, regioni NEC che possono vantare indicatori di qualità istituzionale simili a quelli dell’Emilia, non riescono ad eguagliarne la capacità innovativa. Nonostante l’importanza manifatturiera di questi regioni, la presenza di specializzazioni a minor intensità tecnologica non permette alla Tripla Elica di operare al livello di quella emiliana. Queste due regioni, hanno prestazioni comunque superiori ad Umbria e Marche, due ulteriori regioni NEC, la cui distanza dalla media italiana in termini di PIL pro-capite si è andata allargando dal 2007 ad oggi, facendole, di fatto, “scivolare verso il sud”. Si tratta di due regioni, giova ricordare, con base manifatturiera a bassa intensità tecnologica e scarsa capacità innovativa. Un discorso a parte merita il Lazio, il cui maggiore punto di forza è la capacità e la propensione ad innovare. A differenza della Lombardia e dell’Emilia, però, dove l’innovazione si concretizza in misura significativa nei servizi per il mercato (manifattura e finanza), nel Lazio essa è maggiormente legata alla presenza dei servizi pubblici di rango superiore. Infine, le regioni a statuto speciale (Bolzano, Trento, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia), destinatarie di particolari privilegi di finanza regionale, mostrano buone performance soprattutto rispetto all’elica istituzionale (qualità della governance, livello di corruzione, imparzialità delle PA), che sembra correlarsi positivamente con il livello di maturità tecnologica delle proprie imprese e dei propri cittadini.

In definitiva l’Italia di oggi è trainata dalle regioni che meglio nel nostro paese – comunque in ritardo rispetto al resto dei paesi OECD – hanno saputo combinare attività manifatturiere e servizi ad alta intensità di conoscenza, la Lombardia e l’Emilia Romagna. Contribuiscono alla ricchezza nazionale da una parte Liguria e Piemonte (ex economie fordiste) e dall’altra Veneto e Toscana (ex economie NEC) con l’aggiunta delle regioni a statuto speciale, seppur a livelli inferiori rispetto alle precedenti, dal punto di vista qualitativo o quantitativo. Stante la peculiarità del caso del Lazio, tutto il sud Italia può essere considerato a traino del nord, con una evidente esacerbazione del relativo divario, soprattutto in termini di capacità d’innovazione. Capacità d’innovazione il cui basso livello sembra aver spinto Umbria e Marche più verso le regioni trainate che trainanti.

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