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La filantropia interessata delle lobby

La norma “venti per cento” e il caso delle slot machines. Due esempi di come le lobby riescono a perseguire il proprio interesse spacciandolo per quello della collettività

Con il termine lobby si indica – come è noto – un certo numero di gruppi, organizzazioni, individui, legati tra loro dalla volontà di influenzare, a favore di un loro specifico interesse, le istituzioni legislative, politiche ed amministrative quando queste sono chiamate ad individuare un interesse generale ed a legiferare in merito ad esso.

Il contrasto tra lo specifico interesse delle lobby e quello dell’intera collettività viene spesso mascherato con una comunicazione ambigua, tesa a dimostrare che non esiste alcun contrasto, ma anzi l’intervento delle lobby è a favore della collettività.

Questo avviene perché una lobby, composta da un numero di soggetti relativamente ristretto, ha maggiore facilità, rispetto alla collettività, nell’organizzarsi per portare avanti una strategia di difesa dei propri interessi, riuscendo ad essere più efficace in termini di pressione sui canali di informazione e sui soggetti istituzionali (partiti, governo, Parlamento).

Vogliamo smascherare questo inganno soffermandoci su due casi paradigmatici nei quali, in particolare, l’interesse delle lobby non solo non coincide con quello della collettività ma, addirittura, provoca sensibili danni all’economia del paese.

Il penultimo Ministro della Salute, Balduzzi, tentò di caratterizzare i diciassette mesi di governo della sanità italiana con una sensata accelerazione sul miglioramento degli stili di vita, programmata a costo zero per le casse dello Stato. Tra le norme introdotte (ventisette, poi ridotte a quindici) ve ne era una particolarmente gradita: l’aumento del contenuto di frutta nelle bibite, il cosiddetto articolo di legge “venti per cento”. Con una ricaduta economica, stimata per le bibite a base di agrumi, valutata in 200 milioni di chili di arance in più assorbite dal mercato (1).

Grande resistenza, da parte dei produttori, di vario tipo: timore della necessità di nuovi investimenti, dubbi sull’elasticità della domanda del bene il cui prezzo sarebbe inevitabilmente aumentato. Ricorso immediato all’azione di lobby. La norma “venti per cento” viene tacitamente bocciata dalla burocrazia di Bruxelles, con l’osservazione che in tal modo si sarebbe impedito alle imprese comunitarie di entrare nella catena commerciale italiana, in contraddizione con il principio della libera circolazione delle merci. Balduzzi tenta una strada diversa: si lascia alle imprese straniere la facoltà di scegliere la quota di frutta da mettere, per esempio, nelle aranciate, ma si tiene fermo il vincolo del 20% per le aziende italiane. La lobby dei produttori si rimette all’attacco: e di nuovo la burocrazia europea, senza tanto chiasso, ribadisce la libera circolazione delle merci. Ma viene da chiedersi: come reagiscono gli europarlamentari italiani a questo smacco? Il fatto è che gli europarlamentari in questione sono totalmente contrari (ma che sorpresa!) all’articolo “venti per cento”. E, in piena sintonia con le lobby, argomentano così. In un periodo di crisi, non si cerca il prodotto che anche dal punto di vista della salute può offrire qualcosa di più. Si cerca di risparmiare. Di fronte a questa tendenza, che non accenna a rientrare, evidentemente le aziende italiane sapevano bene che le loro aranciate prodotte con il 20% di frutta in più avrebbero avuto prezzi più alti che le avrebbero poste fuori dalla possibile competitività. Tra l’altro un 8% in più di arancia nell’aranciata non può essere un’attrazione così forte da spingere il consumatore ad accettare di pagare di più. E poi parliamo francamente di una percentuale di aumento modesta che non aveva alcun grado competitivo di attrattività (intervista all’on. Giuseppe La Via in “La Sicilia” del 27 settembre 2013). Come è buono lei, verrebbe da dire solo aver letto questa disquisizione sull’eticità delle lobby che hanno sempre come riferimento, apparirebbe, i bisogni del consumatore in rapporto alle risorse di cui dispone (2).

Secondo caso. Circondati da una scarsa attenzione, con eccezione della Chiesa, gli imprenditori del gioco d’azzardo legale, grazie a concessioni statali, hanno dato ai loro investimenti e profitti una dimensione di tutto rilievo (3). In virtù di una deregolamentazione selvaggia, l’Italia si è trasformata in un gigantesco casinò, con 400 mila slot–machines mangiasoldi in azione. Gli italiani nel 2012 hanno giocato lecitamente circa 87 miliardi di euro che, al netto delle vincite, hanno generato per l’industria dell’azzardo (seimila aziende e 120 mila addetti) una raccolta netta di 17,4 miliardi di euro, di cui otto miliardi versati allo Stato con uno sviluppo impressionante di ludopatie (4).

Avviene che nel 2012, dopo cinque anni di contenzioso, la Corte dei Conti commini una multa record da 2,5 miliardi di euro a dieci concessionari di slot-machine. Colpevoli di non aver collegato le macchine alla rete dei Monopoli che ne avrebbe dovuto controllare attività e incassi (5). Entrano in azione le lobby e suggeriscono una sanatoria: la possibilità di definire il provvedimento pagando una sanzione minima pari al 25% di quanto previsto in primo grado. Subito destinata dal Governo alla copertura del decreto che eliminava la prima rata dell’IMU. Ma finora nessuna richiesta di sanatoria è stata presentata. Ed il mancato incasso della prima rata dell’IMU dovrà essere compensato con il ricorso ad altre fonti di entrata, ovvero ad ulteriori tagli della spesa pubblica.

Attenzione: la resistenza degli imprenditori del gioco d’azzardo viene affermata nel precipuo interesse dello Stato e del consumatore. Qual è il ragionamento?

Se le imprese del gioco d’azzardo legale fossero gravate da questa sanzione fiscale, sia pur ridotta, onde conservare i loro equilibri gestionali (leggi il loro profitto) dovrebbero diminuire il cosiddetto payout (la vincita da pagare). In tal modo, perderebbero il loro potere d’attrazione sul giocatore, che si sposterebbe nel mercato dell’illegalità (che già fattura, si stima, dieci miliardi). Senza dover sopportare alcun costo, se non quello virtuale di sintonizzarsi su un altro canale, rispetto a quelli abitualmente in visione o dedicarsi alle scommesse clandestine. Non esiste legge – almeno questo viene sostenuto – per escludere dalle reti televisive casinò che operano all’estero senza concessione statale. E la lotta all’illegalità comporterebbe comunque un costo.

Comunicazione supplice delle lobby del gioco: vogliamo davvero diffondere illegalità ed al tempo stesso sottrarre entrate allo Stato?

Insomma, guardavamo con sospetto ideologico alle lobby ed, invece, nei due casi esaminati li ritroviamo con la veste candida di enti di beneficienza preoccupati del “bene comune”. Ma è vera filantropia?

1 Si tenga comunque presente che ne caso in questione non esiste alcun obbligo della dichiarazione d’origine.

2 Val la pena far notare la cancellazione di un’altra norma del decreto Balduzzi che introduceva una tassa sui produttori di bibite gassate-zuccherate e di superalcolici.

3 Due norme del decreto Balduzzi già citato riguardavano la distanza delle sale giochi dalle scuole (200 metri) ed il divieto di far pubblicità al gioco d’azzardo in TV in orario protetto. Deve essere stato, scusate l’ironia, “un gioco” per la lobby delle scommesse legali eliminarle nella stesura definitiva.

4 Cfr. M. Esposito, Quando il gioco si fa duro, “lavoce.info”, 1.10.2013.

5 L’inchiesta delle forze dell’ordine aveva stimato il danno in 100 miliardi circa.

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