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Dall’Isew al Gpi, come calcolare il benessere oltre il Pil

Star bene senza Pil/Venti stati americani su 50 utilizzano l’Indice di sostenibilità economica. E le organizzazioni internazionali pensano a nuovi indici di misurazione

Il benessere rappresenta un concetto complesso e spesso controverso dal punto di vista semantico e, di conseguenza, dal punto di vista della sua misurazione. A differenza di quanto avviene per altri fenomeni sociali, economici e ambientali, per il benessere non esistono né una definizione condivisa, né una metodologia univoca di misurazione, né tanto meno degli standard consolidati.

All’origine di tutte le difficoltà vi è la natura multidimensionale di un concetto chiamato a prendere in considerazione aspetti della vita delle persone, della società e dell’ambiente diversi tra loro e spesso di difficile conciliazione. I caratteri rilevanti che compongono tale multidimensionalità variano nel tempo, nei luoghi e tra culture differenti, fino ad arrivare, per quanto riguarda le priorità individuali, a differenze sensibili da persona a persona. Inoltre, quando si affronta il tema della misurazione, si accavallano aspetti oggettivi (come il reddito pro-capite, il livello di istruzione e formazione, le condizioni di salute, etc.) con aspetti che dipendono essenzialmente dalla percezione individuale (come il livello di soddisfazione, la sicurezza percepita o le relazioni sociali), accrescendo la complessità del risultato finale. Nonostante queste difficoltà, vi è stato un crescente interesse sul tema della misurazione del benessere fino ad arrivare ad interessare i più alti livelli istituzionali: negli ultimi anni, l’OCSE con il progetto Better Life Index e numerosi istituti nazionali di statistica, tra cui l’ISTAT con il progetto BES, hanno proposto set di indicatori con i quali misurare le variazioni delle diverse componenti di benessere nazionale. Tuttavia la scelta di non racchiudere in un unico numero tutte le informazioni fornite dai diversi indicatori, pur permettendo di evitare le controversie metodologiche legate alla procedura di sintesi, non consente alle misure proposte di godere di quella comunicabilità e comparabilità che hanno aiutato il PIL a diventare uno strumento guida per le politiche.

A tale riguardo è utile ricordare che dagli anni ’70 si è sviluppato un filone di ricerca avente come obiettivo quello di correggere il PIL e produrre una misura di welfare aggregato. Una misura sintetica, dunque, espressa in termini monetari, perfettamente confrontabile con il PIL stesso ma scevra di tutte quella storture metodologiche e di quei problemi teorici che rendono il PIL sia una pessima misura di benessere che di welfare, inteso come progresso socio-economico. L’indicatore più noto in questo filone è l’Index of Sustainable Economic Welfare (ISEW), proposto nel 1989 Daly e Cobb, e conosciuto anche come Genuine Progress Indicator (GPI). Per il suo calcolo si parte dall’aggregato del consumo privato nazionale, il cui valore è aggiustato per tenere conto delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito. A questo aggregato sono sottratte delle voci che incidono negativamente sul livello di welfare aggregato e che sono invece indirettamente incluse nel valore del Pil (per esempio il valore economico del pendolarismo, dell’inquinamento atmosferico, idrico, acustico, dello sfruttamento risorse non rinnovabili, etc.) e aggiunte altre che invece vi contribuiscono positivamente (come una parte della spesa pubblica in salute e istruzione o il lavoro domestico non retribuito).

Calcolato in serie storica per diversi Paesi, regioni e città, l’ISEW ha mostrato che anche nei Paesi più industrializzati si sia da tempo arrivati ad un livello di progresso socio-economico non più sostenibile e spesso decrescente. Dal punto di vista del suo impatto, l’indicatore ha avuto un discreto successo nel corso degli anni e anche per questo da alcuni mesi quasi la metà degli Stati USA (20 su 50) lo ha adottato come indicatore ufficiale. Naturalmente il dibattito in ambito scientifico ed accademico è tutt’altro che concluso, in particolare sui fenomeni da includere nel calcolo e sui metodi di stima di molte componenti per le quali non esistendo un mercato non esiste un prezzo da usare per definirne il valore monetario. Infine, c’è da segnalare che a differenza di indicatori monetari più consolidati, nel caso dell’ISEW/GPI mancano completamente standard internazionali e metodologie statistiche condivise, che ne aumenterebbero sicuramente la diffusione e l’utilizzo come indicatore confrontabile ed alternativo al PIL.

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