L’ostilità degli Stati Uniti verso un’Europa più unita e autonoma – oggi al centro della politica di Trump – ha una lunga storia, intrecciata alla Guerra fredda e al declino americano. Ma ci offre l’occasione per pensare a un’altra Europa possibile.
I governi europei – e i media accodati – continuano a reagire alla “Strategia di sicurezza nazionale” di Donald Trump come se fosse l’attuale presidente ad avere inventato l’ostilità di Washington nei confronti di ogni autentica unità europea, mentre egli si è limitato a renderla provocatoriamente esplicita, in collaudata sintonia con Mosca. In tal modo il presidente degli Stati Uniti fornisce una preziosa occasione agli europei per definire e focalizzare l’urgente correzione di struttura e rotta dell’Unione Europea, in direzione della sua indipendenza – non soltanto “autonomia” – strategica, restituendo l’unica sovranità possibile ai suoi popoli. Un ulteriore paradosso è Giorgia Meloni – la presunta sovranista ed ex fascista che, da presidente del consiglio della Repubblica Italiana, si fa baciare in testa da Joe Biden, per poi diventare la tuttofare (per carità, non cortigiana) di Donald Trump – a ricordare ai pseudo europeisti di casa nostra che esiste un’altra Europa dall’UE attuale, quella di Ventotene. Non succederà ora, ma la prospettiva non può che essere quella.
Sia consentito spiegarmi con alcuni ricordi personali. Quando, dopo la caduta del Muro, reincontrai Henry Kissinger – che era stato mio professore nel corso di due anni di studi giovanili – gli chiesi: “Nevvero che sei sempre stato ostile all’unificazione dell’Europa?”. Mi rispose: “No, perché dici questo?”. Poi, dopo una pausa di riflessione, soggiunse: “Credo tu abbia ragione”. Questa tardiva ammissione fa riferimento ad una realtà che risale al tempo della sconfitta degli Stati Uniti nel Vietnam, la quale segnò l’inizio del declino dell’egemonia mondiale, prima incontrastata. Ne derivò la crescente dipendenza, ai fini di un consolidamento del residuo primato politico-militare Usa, dal permanere della “credibile minaccia” sovietica. Fu lo stesso Kissinger, al culmine del suo potere, ormai segretario di Stato dello sprovveduto presidente Gerald Ford, ad invitare l’allora capo della Cia, George Tenet, a riscrivere la sua valutazione della potenza sovietica, perché insufficiente a giustificare la spesa e la presenza militare statunitense nel mondo. Coincise con una svolta nei rapporti con gli alleati europei, incoraggiati negli anni cinquanta da Eisenhower ad unirsi per dare vita ad una propria difesa autonoma allo scopo di creare un’improbabile “alleanza tra eguali” – successivamente sostenuta dalle presidenze Kennedy e Johnson – nell’ambito della Nato.
La caduta del Muro, lungi dal costituire “la fine della storia” e il trionfo della politica estera di Washington in un mondo ormai unipolare, in realtà ne segnò la crisi. Ormai privi della “minaccia credibile”, i governanti statunitensi, che potremmo chiamare post-kissingeriani, si trovarono impegnati in un angoscioso sforzo di surrogare la minaccia sovietica, ormai insufficiente a giustificare armamenti e basi militari, con relativa spesa a carico dei contribuenti. Tramontata la presidenza di Ronald Reagan e con essa la lungimirante intesa politica tra Howard Baker e Mikhail Gorbachev, i loro successori vollero salvaguardare la Nato, oggettivamente obsoleta, estendendone i confini verso Est, con ulteriore umiliazione della Russia.
Dopo gli interventi anti serbi nei Balcani, l’attacco alle Torri gemelle del 2001, con la conseguente “guerra al terrore”, ridiede spazio al ruolo di potenza militare di Washington; le guerre in Afghanistan e Iraq e poi gli attacchi alla Libia servirono ad offrire ossigeno al complesso militare-industriale, a mezzo secolo di distanza dalla denuncia di Eisenhower. Infine, l’attacco lungamente provocato della Russia all’Ucraina, sortì il beneficio, reciproco ai fini delle due superpotenze in declino, di riesumare gli spettri della Guerra fredda. La Cina, grande potenza in ascesa, era diversamente impegnata nella costruzione di un mondo multipolare, usando lo strumento dei Brics; perciò scarsamente disponibile ad adottare lo schema bipolare di cui Stati Uniti e Russia sono vedove tenaci quanto inconsolabili.
E l’Europa? Avversaria di Washington, e non da oggi. Qui cedo, ancora una volta, alla tentazione di ricorrere ad un ricordo personale. Giovedì 17 settembre 1992. Il Senato della Repubblica Italiana era impegnato nel dibattito che precedeva il voto per l’autorizzazione della ratifica del trattato di Maastricht, programmato per il pomeriggio, a conclusione dei lavori settimanali. Che l’Italia lo approvasse, non avrebbe fatto notizia, ma anche solo un rinvio avrebbe potuto avere conseguenze letali per il trattato in tutta Europa. La Francia aveva, infatti, deciso di sottoporlo ad un referendum, dall’esito assai incerto, programmato per la domenica successiva. La mancata ratifica da parte dell’Italia avrebbe riesumato il fantasma del fallimento della Comunità Europea della Difesa che, nell’anno del Signore 1955, fu respinta dal governo Mendès-France, usandola come ragione o pretesto.
Il problema non era quello di una maggioranza disponibile, bensì del venir meno del numero legale. Infatti, ai voti della maggioranza di cui disponeva l’ultimo pentapartito, presieduto da Giuliano Amato, si sarebbero aggiunti quelli del gruppo più numeroso di opposizione, che faceva capo al Pds. Nei mesi precedenti avevamo deciso il nostro voto favorevole perché il trattato prevedeva l’istituzione della moneta comune, l’euro; una delle tre prerogative essenziali, accanto a territorio e governo, per la costituzione di un’Europa unita e sovrana. Invece, i gruppi di Alleanza Nazionale e di Rifondazione Comunista, pur dichiarandosi allora favorevoli a tale obiettivo, ritenevano con qualche ragione che altri aspetti del trattato avrebbero dato vita a un’”Europa dei banchieri”. Perciò essi non si limitavano ad affermare la loro contrarietà, ma s’impegnavano in un ostruzionismo che metteva in pericolo il raggiungimento del numero legale.
A metà mattinata si verificò il colpo di scena. Mi vennero incontro il relatore di maggioranza, senatore Bruno Orsini della Dc, e il capogruppo socialista, Gennaro Acquaviva, che mi chiesero quale sarebbe stata la reazione dei Pds se il governo avesse deciso il rinvio del voto in data da destinarsi, accampando come ragione la sopraggiunta crisi del precedente Sistema Monetario Europeo, Sme (che, in realtà, rendeva più urgente l’approvazione del trattato in discussione). Forte della posizione unita del mio gruppo, risposi ad alta voce che avremmo preso in mano la bandiera dell’Europa e che con essa avremmo colpito il governo finché lo vedevamo muoversi! Dopo una mezz’ora, tornarono i miei interlocutori, preannunciando l’intervento del ministro degli Esteri Emilio Colombo che avrebbe ribadito l’impegno del voto a fine seduta. A quel punto era d’obbligo, da parte mia, una richiesta di spiegazioni. La risposta fu: “Pressioni di Washington che osteggia l’euro per tutelare il dollaro”. A conferma di ciò la presidenza lassa di Giovanni Spadolini – primo della classe della corte statunitense dell’epoca – stava favorendo l’ostruzionismo che avrebbe potuto compromettere il numero legale e, di conseguenza, il destino del trattato. A questo punto, armato di tale episodio, ne informai Luigi Vinci – rappresentante di Rifondazione in commissione Esteri – che, dopo un breve interludio, confermò il voto contrario, ma garantì quel numero legale che salvò il trattato consentendo al Senato di non fare notizia addirittura a livello mondiale.
Se, con ogni probabilità, la difesa del dollaro nei mercati mondiali e la conseguente ostilità alla nascita dell’euro costituirono il detonatore degli eventi qui ricordati, quali erano e restano le ragioni di questo accanimento statunitense, contro un’Europa unita e sovrana? Quella programmata dai firmatari del manifesto di Ventotene e che ispirarono il trattato di Roma e tanti uomini di Stato, da Jean Monnet a Jacques Delors. Via via che l’egemonia di Washington è andata evaporando, l’unità politica di un mercato di circa 500 milioni di persone, con una forte impronta socialdemocratica, specie nel Nord Europa, ma non imputabile di orientamenti o strutture antidemocratiche, avrebbe dato vita ad un formidabile rivale, più temibile del nemico connivente di Mosca, nemmeno liquidabile quale dittatura ostile. In prospettiva quell’Europa avrebbe potuto compromettere il futuro della Nato, malamente sopravvissuta alla caduta del Muro, mettendo fine al divide et impera di Washington nel continente europeo.
Oggi come oggi, il sogno di Madeleine Albright e di Victoria Nuland (“Fuck Europe!“) – tanto per fare due nomi significativi – prima ancora che di Donald Trump, si è pressoché avverato. La gestione corrotta di Ursula von der Leyen, favorita dalle convergenze sovraniste di Baltici e dei paesi di Visegrad, ha fatto dell’Unione Europea un docile strumento di Washington sotto lo sguardo compiaciuto di Mosca. La propaganda di guerra, alimentata dagli eventi sanguinosi in Ucraina e Palestina, ha determinato una politica di riarmo a servizio del complesso militare-industriale statunitense che preclude una difesa europea, con relative economie di scala, che presuppone una politica estera integrata. Il ruolo anacronistico di minaccia credibile della Russia di Putin viene consolidato con l’interruzione degli acquisti di gas e petrolio da Mosca – e con il sabotaggio occidentale del gasdotto NordStream 2 che riforniva la Germania -, con la politica delle sanzioni e il congelamento delle risorse finanziarie russe in Europa. Allo stesso tempo gli Stati Uniti di Trump rilanciano e addirittura teorizzano in un documento ufficiale la loro tradizionale politica in Europa, fondata su prevaricazioni di politica estera e anche interna ai suoi singoli stati. La UE non ha dato nessuna risposta proporzionata agli incrementi dei dazi sulle esportazioni imposti da Trump, né all’obbligo di aumentare la spesa militare nel quadro degli accordi Nato, per lo più in forma di acquisti di armi statunitensi.
Insomma, siamo di fronte a una “vaste entreprise“, direbbe Charles de Gaulle. Eppure una diversa Europa, ispirata da quella delle origini, potrebbe prendere il suo posto in un mondo multipolare più pacifico, segnare la fine del prolungamento della Guerra fredda, persino stimolare una svolta di Stati Uniti e Russia, ancora impegnati nella sua spartizione in sfere d’influenza. Un mutamento di direzione che consentirebbe un’equa distribuzione delle risorse, una libertà di scambi come condizione di convivenza pacifica e produttiva nella salvaguardia ecologica del globo. Insomma, pane, pace e libertà per tutti. Utopia? Come affermava Barbara Ward, al fianco di Kwame Nkrumah, allora presidente del Ghana, più di mezzo secolo fa, abbiamo urgente bisogno di “relevant utopias” che, se anche non si avverano, indicano nell’immediato la direzione in cui impegnarci.




