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Nuovi interessi vecchi warlord

In Afghanistan, cresce il protagonismo economico e diplomatico della Cina. Ma deve fare i conti con vecchi e nuovi signori della guerra, che non intendono cedere il potere

Herat – Nuovi interessi economici e vecchi warlord. Potrebbe chiamarsi così la vicenda che da alcuni giorni tiene banco nei circoli diplomatici di Kabul. Una vicenda che anche qui a Herat è sulla bocca di tutti, e che impensierisce Pechino. Senza grandi clamori, da anni il dragone cinese sta intensificando la sua presenza, commerciale e diplomatica, in Afghanistan. Il governo Karzai non fa mistero di apprezzare il discreto attivismo cinese: il rapporto con gli Stati Uniti – a dispetto dell’accordo di partenariato strategico firmato lo scorso maggio – è fragile, condizionato dalle operazioni militari sul terreno e da reciproci sospetti. Per questo, Kabul ha aperto le porte alla nuova superpotenza mondiale: risale al 2007 l’accordo con cui per 3 miliardi e mezzo di dollari è stato ceduto al China Metallurgical Group il diritto esclusivo di estrarre rame dalla miniera di Aynak, 40 chilometri a sud della capitale. I lavori, però, non procedono come dovrebbero: ad Aynak, proprio sotto il compound cinese, si trova un’area sacra di straordinario valore archeologico, Gol Hamid, che risalirebbe a un periodo compreso tra il V e il VII secolo dopo Cristo, già oggetto degli scavi dell’Afghan National Institute of Archeology e della Delegazione archeologica francese (anche gli italiani erano interessati, ma hanno deciso di tirarsene fuori). Fermi ad Aynak, i cinesi hanno voluto accelerare l’inizio dei lavori nel nord del paese, nel bacino dell’Amu Darya, dove nel 2011 il colosso energetico statale China National Petroleum Corporation si è aggiudicato il diritto di estrazione dei circa 80 milioni di barili di petrolio stimati. Pochi giorni fa, nell’area sono arrivati in pompa magna pezzi grossi del governo afghano, tra cui i ministri delle Finanze e delle Risorse minerarie, i governatori delle province di Sar-i-pul, Jawzjan e Faryab, oltre che il vicepresidente, il “maresciallo” Mohammad Qasim Fahim. Ad accompagnarli, l’ambasciatore cinese a Kabul, Xu-Feihon, che ha suggellato con un discorso l’inizio dei lavori. Secondo quanto sostenuto da Jawad Omar, portavoce del ministro delle Risorse minerarie, alla fine di quest’anno si riusciranno già ad estrarre 150 mila barili, cifra che raddoppierà nel prossimo anno. Peccato che anche lì le cose siano cominciate nel verso sbagliato: a mettersi di mezzo, ci ha pensato un uomo dal volto grasso e poco raccomandabile, Abdul Rashid Dostum. Generale tagliagola dalle alleanze variabili, Dostum da anni esercita una vera e propria potestà nell’Afghanistan del nord-ovest. Lo fa con metodi brutali, fatti di esecuzioni sommarie, uso disinvolto delle armi, tendenze autoritarie. Le stesse di cui si sono lamentati nei giorni scorsi gli ingegneri cinesi, che avrebbero ricevuto minacce e richieste di soldi. La cosa ha creato allarme e scandalo nel palazzo presidenziale di Kabul, che ha invitato una delegazione per risolvere la faccenda, mentre il Consiglio di sicurezza nazionale ha accusato Dostum di “compromettere gli interessi nazionali”, impedendo lo sviluppo economico del paese. Ancora più scandalo, però, l’ha causato il polverone che ne è derivato: l’accordo voluto da Karzai per l’estrazione petrolifera include infatti anche la compagnia Watan Group, controllata da un cugino del presidente, e il cui principale azionista secondo il New York Times sarebbe Qayum, fratello di Hamid Karzai. Inoltre, una delle aziende del Watan Group, la Watan Risk Management, in passato è stata accusata di aver finanziato i Talebani: avrebbe usato il 10% del contratto da 360 milioni di dollari stipulato con gli Stati Uniti per proteggere il passaggio dei convogli da Kabul a Kandahar per garantirsi una sorta di “immunità di passaggio”. Se ad Aynak è la ricca eredità culturale afghana a rallentare i lavori dei cinesi, nel nord del paese dunque è uno dei più conosciuti signori della guerra. Che cerca di rivendicare una parte del bottino finito nelle tasche dei politici di Kabul. Qui a Herat, c’è chi dice che Dostum non sia solo: ha sempre intessuto legami strategici con diversi paesi, tra cui la Turchia, il Pakistan e gli Stati Uniti, e non è detto che faccia il gioco sporco per qualcun altro. Qualcuno che non gradisce il protagonismo del dragone cinese in Afghanistan.

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