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Niente Palio quest’anno

Ancora niente Palio, come durante la spagnola. Però si riparte con le bandierine, con le suppletive a Siena. Intanto siamo al semestre bianco, alla incredibile rosa dei nomi per il dopo Mattarella, alla nuova legge elettorale che ridurrà gli eletti. Tra un incendio, un’inondazione, un sondaggio, poco da stare sereni.

Siamo arrivati al semestre bianco. Come è noto si tratta del periodo di sei mesi che precedono il termine dell’incarico per il presidente della Repubblica. Durante tale periodo il presidente non può esercitare la facoltà di sciogliere il Parlamento. In sostanza si tratta di un periodo di ibernazione, assai temuto (o sperato) durante il quale il sistema politico principale del nostro paese è immutabile. Ciò non significa che tutto il mondo politico, per esempio il sistema dei partiti, resti bloccato. Anzi, si tratta di prendere le mosse, come al palio di Siena, per scegliere i tempi e i i modi per gareggiare, correre in testa, infastidire i concorrenti. Al Palio originale le contrade, dentro o fuori gara che siano, fanno alleanze per favorire la propria vittoria o più spesso per ostacolare quella temuta della contrada rivale, scelgono i fantini, comprano i fantini delle altre contrade e compiono molti altri trucchi che l’abitudine e la tradizione consentono. La politica del Palio: tutto è permesso. 

Nel caso attuale, nostro, le due prime mosse, difficili da capire per noi incompetenti, sono state le dimissioni da deputato in un collegio di Siena di Pier Carlo Padoan già ministro democratico all’economia e alle finanze, per consentire la sua salita alla presidenza dell’Unicredit, la grande banca nazionale, incaricata di acquisire il Monte dei Paschi di Siena, la banca-città, per liberare l’antica gloria cittadina dall’ingombrante proprietà statale. Andrea Orcel, nuovo consigliere delegato/ceo dell’Unicredit, accantonato il precedente ceo Jean Pierre Mustier, era infatti disposto ad accettare l’operazione. Intanto, in vista del voto suppletivo d’autunno, ormai prossimo, a poco più di un anno (ben che vada) dalle prossime elezioni generali del febbraio 2023 il partito democratico candidava al collegio di Siena, restato libero, il proprio attuale segretario, Enrico Letta, fuori per anni dal Parlamento e dalla politica italiana attiva, dato il suo trasferimento in Francia per insegnare in un prestigioso istituto universitario. Il partito democratico istruiva così, senza vera necessità, un notevole pasticcio, quasi si volesse impigliarvi, una volta per tutte, l’attuale numero uno del partito, facendolo partecipare al coro, cantato a voce alta e squillante, “Il Montepaschi è cosa nostra. Guai a chi si avvicina”, senza contare che al Palio chi entra vincitore, molto spesso perde. Lo racconta la Storia.

Sia chiaro che il Palio di Siena è un modello molto semplificato della corsa alla presidenza della Repubblica e al successivo governo italiano. I cavalli in corsa là sono dieci, le contrade, in tutto, diciassette, i fantini da contattare e compromettere cinque o sei. Con un facile (?) algoritmo si potrebbe indicare il vincitore di ogni Palio. Non mancheranno certo degli hacker capaci di misure contrarie. Nel nostro caso – la politica – le variabili sono troppe; anche l’algoritmo non ce la fa. Gli hacker non è detto. Inoltre le regole della seconda parte della gara per decidere chi vince e chi perde il governo – una volta eletto il presidente, per alto difensore della democrazia nazionale che sia –  sono solo accennate, possono cambiare dalla sera alla mattina, e neanche i risultati sono definitivi. Per esempio il partito che vince le elezioni – se di questo si tratta – potrebbe essersi presentato agli elettori con un mantello scuro che ne contiene sotto un altro rosso che fa tutta un’altra figura. Molti specialisti della politica ricordano che nel nostro paese, nell’ultimo periodo, è capitato anche questo. Un patto congressuale può declinare in una scissione, non necessariamente di minoranza. (Mi ricordo una vicenda del secolo scorso: tanti anni orsono, nella mia breve vita politica, sono stato espulso da una scissione di maggioranza. Anni dopo, dopo altre scissioni, ho fatto pace con gli scissionisti di allora). Al Palio, quando ricomincia, si discute con serietà le tecniche per far vincere – a tavolata – questa o quella contrada. Poi le cose andranno diversamente e nella festa della vittoria – comune a tutti e tutte – insieme si faranno i piani per il Palio successivo. Alla nostra discussione politica, una volta scartato Sergio Mattarella che si rifiuta di partecipare per un reincarico, il candidato più forte è Mario Draghi.

Draghi presidente della Repubblica dovrà scegliere il dafarsi. I suoi elettori si saranno garantiti in maggioranza, prima di votarlo, che la legislatura continuerà fino alla fine naturale. Una soluzione possibile sarà allora di dare l’incarico governativo al segretario – o comunque si chiamerà – del partito più rappresentato in Parlamento, cioè M5S, cioè Giuseppe Conte, l’avvocato. l’alternativa sarà quella di mantenere Draghi al governo di coalizione e cercarsi un altro presidente della Repubblica. Occorrerà insomma mettersi d’accordo per il Colle. Gli altri candidati presidenti della Repubblica (tanto per conservare Draghi al governo) non son poi molti: Emma Bonino, Marta Cartabia, Chiara Saraceno, Rosi Bindi, Paolo Mieli, Pier Ferdinando Casini, Silvio Berlusconi, Pier Camillo Davigo, il direttore d’orchestra Riccardo Muti, Romano Prodi, Salvatore Settis, Dario Franceschini, Renzo Piano, Giuliano Amato, Francesco Rutelli, Sabino Cassese. Tutte magnifiche persone, sempre però mancanti di un quid tale da garantire il Parlamento riunito a consesso. Chi andrà in giro a cercare la maggioranza necessaria per uno o una di loro? Come essere sicuri che la persona eletta non farà un colpo di mano, un legittimo colpo di stato, facendo fuori il capo del governo designato Draghi e scegliendone un altro, più rispondente alle proprie preferenze, rischiando così elezioni anticipate? 

La questione della scelta ed elezione del nuovo presidente della Repubblica, il dodicesimo della serie è dunque complicata. Il Parlamento avrebbe ancora un anno di vita. Nella prassi il governo in carica, di fronte al nuovo presidente si presenta dimissionario. Il neo presidente mantiene il governo in carica per gli affari correnti, ma non può evitare consultazioni: apre la crisi. I partiti di Camera e Senato quale governo suggeriscono al presidente? Preferiscono un suicidio collettivo con elezioni parlamentari anticipate (e decurtazione dei seggi) oppure scelgono di “resistere, resistere, resistere” come diceva un alto magistrato di un epoca ormai dimenticata? Se pensano in maggioranza che sia opportuno procedere a elezioni anticipate – la scadenza “naturale” sarebbe febbraio 2023, ma ormai cosa c’è di naturale? – votano contro il governo e in questo caso il presidente “indìce” nuove elezioni politiche. Come è noto, una legge costituzionale del 2020 complica un mondo già complicato per sé: riduce del quaranta per cento i seggi di entrambi i rami parlamentari: da 630 a 400 la Camera dei deputati e da 330 circa a 200 il Senato della Repubblica. Il partito oggi meglio rappresentato l’M5s, promotore anche della legge di decurtazione, mantenendo la stessa proporzione di voti – circa un terzo – passerebbe da 336 a 201 eletti parlamentari. Per semplicità (incompetenza?) non si distinguerà tra voto proporzionale e voto maggioritario, tra Camera e Senato, tanto più che la legge elttorale per il futuro Parlamento non c’è ancora. Gli altri partiti avrebbero in teoria traiettorie simili. Vi sono poi “tre delegati per Regione, eletti dai Consigli regionali, in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle D’Aosta ha un solo delegato” (articolo 83 della Costituzione).

Tali prospettive sono note ai deputati e senatori attuali che non avrebbero da affrontare soltanto la riduzione del numero degli eletti, ma anche l’ostacolo asfissiante dei sondaggi che determinano le decisioni di partito, come quella di escludere un terzo mandato che è operante nel gruppo di maggioranza al Parlamento. Una scelta del genere, parziale, ha portato negli anni e nelle legislature passate a risultati difficili e forse negativi nella vita tormentata di Pds-Ds-Pd. 

Qualcuno ha favoleggiato di tre o quattrocento cambi di partito all’interno del Parlamento (in realtà nell’attuale legislatura sono stati 259, di cui 171 alla Camera e 88 al Senato; qui non si tien conto di ulteriori passaggi e cambiamenti). In tal modo si è posta un’attenzione crescente a una scelta sempre più discussa: quella relativa al “vincolo di mandato”, cui una parte del mondo politico aspira, preferendo dimenticare che in democrazia e per la Costituzione, il parlamentare eletto risponde liberamente al paese e non al partito. Attualmente – governo Draghi – vi è un solo partito rilevante, di opposizione, Fratelli d’Italia, che guadagna spazio nei sondaggi. Nelle scorse elezioni nel 2018 era a poco più del 5-6 per cento con circa 60 parlamentari. Se adesso arrivasse al 20 per cento che gli è preconizzato, avrebbe un buon incremento, arrivando a 120 parlamentari. Il gioco varrebbe la candela.

C’è stato nel passato della nostra Italietta almeno un cambio di governo più complicato, per non dire più drammatico di quello in corso. Si è verificato il 25 luglio del 1943 con passaggio da Benito Mussolini a Pietro Badoglio. C’erano in campo, in quell’occasione, gli alleati tedeschi, i bombardieri americani, la Sicilia occupata,  perduta o liberata che fosse, la Camera dei deputati sostituita da quella dei fasci e delle corporazioni, il Gran Consiglio del fascismo, il re, la monarchia, il Vaticano, la grande industria, gli alti gradi militari, gli antifascisti (molti in galera, qualcuno alla Banca Commerciale) e infine i massoni di varie osservanze. C’era la guerra. Molti studiosi, storici e politici, e filosofi,  si sono provati a spiegare ogni aspetto – e le cause e le conseguenze – di quel sostanziale colpo di stato. Una recente ricostruzione è di Paolo Cacace (Paolo Cacace, “Come muore un regime” il Mulino, 2021). Per riassumerlo in brevissime parole vi si sostiene che dopo due devastanti avvenimenti delle ultime settimane – occupazione angloamericana della Sicilia e bombardamento americano di Roma-San Lorenzo con migliaia di morti, nel rifiuto tedesco di rifornire l’esercito italiano, riconfermato nell’incontro Hitler-Mussolini a Feltre – troppo breve per organizzare un attentato – , Vittorio Emanuele III che considerava il Gran Consiglio del fascismo come un simulacro di Camera parlamentare adatto ai tempi, ottenne da quest’ultima similcamera una specie di sfiducia a Mussolini e quindi il “consenso” alla deposizione del duce per poi dare, rientrato nelle sue prerogative regali statutarie, il ruolo di primo ministro a Badoglio, il suo generale preferito (si parlavano in dialetto piemontese). A tarda sera il comunicato, preparato da un politico prefascista, Vittorio Emanuele Orlando: Mussolini kaputt;  “la guerra continua”. 

Anche noi, uomini e donne di oggi, abbiamo una guerra che continua, anzi due. Una guerra del clima, una guerra della pandemia, con il Covid 19 e tutto il resto. Inciderà una di queste guerre, incideranno entrambe nel nostro futuro politico, inteso come governo risultante nel periodo post-Mattarella? Probabilmente no. I politici nella loro pochezza si immaginano che la politica venga prima; poi, semmai, tutto il resto. Il loro problema vitale è come tenere i 200 e passa miliardi provenienti dall’Europa. Il futuro ministero è quello che avrà l’incarico di ridividere tale malloppo e ripagare i propri adepti, gli alleati dell’industria e delle neocorporazioni, avvantaggiare il proprio partito reale e imbellire il tutto. Con un compito speciale per il ministero: scegliere un ministro tecnico che con un paio di colleghi fidati, sia capace di produrre carte giustificative appropriate, tali da convincere l’Europa. Nessuna vera attenzione ai pericoli reali attuali: di qui la pandemia, di là le inondazioni, i fuochi inarrestabili. Si guarderà alla produzione, ai guadagni finanziari, alle voglie dell’economia internazionale, con una sorte di attenzione riflessa alle questioni del lavoro, alle caste sindacali capaci di difendere sparute categorie di addetti: scuola, industria tradizionale, produzione agricola. Nessun timore per il futuro, immediato e lontano; solo una grande preoccupazione di scontentare “gli elettori”.

Quando avvenisse il disastro – Centritalia a fuoco, Nordest inondato – o l’altro disastro – “variante pandemica ipsilon” a mille, nessun vaccino appropriato disponibile – due eventi magari contemporanei, toccherà al presidente – Mattarella o al successore, il famoso Chicchessia, forse Draghi – di scegliere una persona capace di limitare i guai.   

Per non farla tanto lunga, i problemi aperti sono: l’elezione di un presidente della Repubblica nel febbraio del 2022. Il favorito, Mattarella non correrà. Peccato, perché terrebbe fermo il governo Draghi, molto apprezzato in Europa (e anche fuori) e abbastanza in Italia. Possibili alternative sono Draghi stesso e poi Romano Prodi, Sabino Cassese, Salvatore Settis, Francesco Rutelli, Giuliano Amato, Emma Bonino, Marta Cartabia, Renzo Piano, Chiara Saraceno. Draghi a parte, tutti appaiono incredibili, ma un presidente ci vuole, altrimenti si fa cattiva figura; e se si vuole un presidente, si deve passare da lì, perché le altre persone sarebbero ancora meno credibili. L’italia è povera anche di questo. 

Sia pure Draghi, l’eletto. Mettiamo che chiami al governo Conte che a sua volta chiamerà Giorgetti all’industria, Salvini agli interni, Cingolani alla sopravvivenza, Di Maio al convincimento dell’Europa a fare presto, anzi subito, le opere del si-salvi-chi-può, nel fuoco sempre più inarrestabile e con l’acqua che sale. Non è un gran governo; tocca a voi inventarne uno migliore.

Tocca a noi saperlo fare.

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