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L’inflazione, cause e conseguenze

L’inflazione è arrivata con gli alti prezzi dell’energia, ha ridotto i redditi reali, cambiato le politiche dei governi. Come va affrontata? Presentiamo alcune parti dell’introduzione al volume “L’inflazione in Italia. Cause, conseguenze, politiche”, a cura di Mario Pianta (Carocci, 2023), ora in libreria.

Il 2022 è stato l’anno della guerra in Ucraina e dell’inflazione. Era da quasi quarant’anni che non ci trovavamo a vivere con i prezzi al consumo in rapido aumento: l’8,7% in più dell’anno precedente, una punta del 12,6% nell’ottobre 2022. Nel 2023 l’inflazione si va riducendo, ma si è ormai diffusa in tutta l’economia: le imprese di molti settori fissano prezzi più alti, specie quando la concorrenza è bassa, e in questo modo mantengono o aumentano i profitti. I consumatori pagano di più per avere meno beni, il potere d’acquisto diminuisce insieme al valore reale dei salari, che restano fermi da molto tempo. L’aumento dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari colpisce soprattutto le fasce sociali a più basso di reddito, che dedicano a questi beni una quota elevata dei propri consumi. In termini di reddito, l’inflazione in questo modo premia chi ottiene profitti e chi ha redditi elevati da lavoro autonomo, e colpisce soprattutto il lavoro dipendente e i pensionati, aumentando così le disuguaglianze. In termini di ricchezza, i depositi bancari e i titoli a reddito fisso perdono di valore, cresce l’incertezza e l’instabilità finanziaria.

Di fronte all’inflazione, le politiche economiche sono cambiate in fretta. Le Banche centrali di Stati Uniti ed Europa hanno ridotto la liquidità e aumentato i tassi d’interesse. La politica fiscale, specie in Europa, è diventata restrittiva. Il risultato è che nella primavera 2023 l’Area euro è già entrata in recessione e in Italia la produzione industriale è caduta drasticamente. Insieme all’inflazione, si prospetta una crisi dell’economia.

Come si vede, dietro i rincari di elettricità, benzina, viaggi aerei e fruttivendoli ci sono fenomeni complessi. L’inflazione riflette la presenza di tensioni nell’economia, a scala nazionale e internazionale, e va considerata a partire dai conflitti distributivi che la caratterizzano: le imprese, in condizioni di potere di mercato, possono aumentare prezzi e profitti; i lavoratori subiscono una riduzione dei salari reali a cui possono rispondere con nuove rivendicazioni contrattuali. Agli effetti sulla distribuzione del reddito si sommano quelli nei rapporti con l’estero: cambiamenti nelle ragioni di scambio, perdita di competitività delle imprese, deficit di bilancia dei pagamenti; nei casi più gravi, indebolimento della valuta nazionale e uscite di capitali. E poi ci sono gli effetti sulla ricchezza e la finanza, che sono particolarmente importanti in un modello di capitalismo segnato dall’espansione finanziaria. Più in generale, l’inflazione può cambiare i rapporti sociali, i comportamenti di consumo, risparmio, investimento, le aspettative sul futuro.

Le cause immediate dell’inflazione sono soprattutto nel forte aumento dei prezzi dell’energia – gas, petrolio, elettricità – beni scambiati in mercati internazionali che sono fondati su una logica finanziaria che ha accentuato volatilità dei prezzi e speculazione. I governi di Mario Draghi e Giorgia Meloni si sono concentrati su misure di compensazione degli aumenti dei prezzi, con riduzioni della tassazione dei beni energetici, sostegni alle imprese e “bonus” per le famiglie, soprattutto quelle a basso reddito. Altri paesi sono intervenuti con strumenti di controllo dei prezzi dell’energia o con la nazionalizzazione delle imprese energetiche, ottenendo risultati significativi nel rallentare la trasmissione dell’inflazione al resto dell’economia.

Le conseguenze dell’inflazione sono legate al conflitto distributivo che la caratterizza. Nella primavera del 2023 il gap tra la crescita dei prezzi al consumo e quella dell’indice delle retribuzioni contrattuali era di 6 punti percentuali, dopo aver raggiunto i 12 punti nell’autunno 2022. Rispetto a altri paesi europei, dopo il 2021 la caduta dei salari reali in Italia è dovuta più alla più lenta dinamica delle retribuzioni nominali, che al maggior aumento dei prezzi. Mentre il lavoro ha registrato una grave perdita di potere d’acquisto, i profitti sono ora la componente principale che spiega l’inflazione interna misurata dal deflatore del PIL. 

La dinamica dei salari – quelli nominali dei contratti di lavoro e quelli reali al netto dell’inflazione – è governata dal sistema di relazioni industriali, dai rapporti tra imprenditori e sindacati e dalle politiche dei governi. L’attuale caduta dei salari reali si somma a tre decenni di stagnazione salariale, che ha portato l’11,8% dei lavoratori italiani a rischio di povertà. Le soluzioni sono nell’introduzione di un salario minimo indicizzato all’inflazione, puntuali rinnovi contrattuali che consentano un recupero del potere d’acquisto perduto, e politiche di tutela del lavoro e dei redditi che vadano in direzione opposta a quelle perseguite oggi dal governo di Giorgia Meloni.

Per capire le radici dell’inflazione dobbiamo però guardare alle trasformazioni del sistema economico nel suo insieme. Il cambiamento più importante è stata l’espansione finanziaria che ha caratterizzato il capitalismo a partire dagli anni ottanta del Novecento. L’aumento dei valori patrimoniali è stato il fenomeno principale, trainato dagli incrementi dei prezzi dei beni finanziari e immobiliari, in rapporto a un’economia reale che cresce lentamente e con prezzi dei prodotti manifatturieri che sono rimasti a lungo stabili. Questi aumenti non sono rispecchiati dall’indice dei prezzi al consumo – la misura generalmente utilizzata per quantificare l’inflazione – ma hanno effetti rilevanti sui prezzi relativi e sulla distribuzione del reddito. Sono cambiati così i rapporti tra capitale finanziario e capitale “industriale”, e quelli tra capitale e lavoro. Rendite finanziarie e logiche speculative offrono grandi opportunità di arricchimento, spesso a danno dell’economia reale, con il rischio di instabilità e crisi finanziarie, come quella del 2008.

Un’economia dominata dall’aumento di valore dei beni patrimoniali può offrire prospettive di crescita per i centri finanziari del sistema mondiale – gli Stati Uniti innanzitutto – ma al prezzo di una maggior instabilità. L’inflazione attuale può essere interpretata come un sintomo della fragilità dell’espansione finanziaria del capitalismo. Siamo di fronte a una fase di transizione economica e politica caratterizzata da elevata incertezza economica, instabilità politica, conflitti: un “caos sistemico” che potrebbe evolversi in un diverso ordine mondiale. 

Le dinamiche dell’inflazione riflettono queste trasformazioni; l’aumento dei prezzi è un fenomeno soprattutto occidentale: Cina, Giappone e Taiwan hanno avuto nel 2022 tassi d’inflazione tra l’1,9 e il 2,9%, il resto dell’Asia orientale ha avuto valori poco più alti. In questa prospettiva, le politiche monetarie restrittive lanciate dalla Federal Reserve americana possono apparire anche come la nuova modalità per prolungare il modello di espansione finanziaria degli ultimi quarant’anni con al centro gli Stati Uniti, ridefinendo il terreno del conflitto economico internazionale. 

Quali politiche possono affrontare l’inflazione? Si potrebbe intervenire su prezzi, mercati e strutture produttive, ma in questi anni di liberalizzazioni si è rinunciato a controllare i prezzi che aumentano in modo anormale, regolamentare i mercati dominati da oligopoli, sviluppare nuove attività. La politica energetica, ambientale e industriale è rimasta indietro, mentre avrebbe un ruolo chiave per promuovere l’uso di fonti di energia rinnovabili, ridurre i prezzi di beni essenziali, aumentare produttività e sostenibilità dell’economia.

Le politiche che vengono oggi realizzate negli Stati Uniti e in Europa sono invece quelle restrittive: fermano tutta l’economia per fermare la crescita di alcuni prezzi. Più alti tassi d’interesse rallentano produzione, occupazione e salari e mutano gli assetti della finanza; la politica fiscale ha offerto sgravi fiscali e trasferimenti per compensare famiglie e imprese, ma si avvia ora a contenere la spesa pubblica. All’inflazione, si aggiunge la prospettiva di una recessione dell’economia, come conseguenza di politiche inappropriate.

La politica macroeconomica richiederebbe invece una forte integrazione tra misure monetarie e fiscali per guidare l’economia lungo uno stretto sentiero che eviti da un lato le spinte inflazionistiche e dall’altro i rischi di recessione e disoccupazione; che ridimensioni la ‘bolla’ della finanza evitando al tempo stesso nuovi fallimenti bancari; che crei gli spazi e le risorse per un’adeguata ristrutturazione produttiva e per la transizione ecologica dell’economia. Le decisioni prese finora dalle autorità europee e italiane non vanno, purtroppo, in questa direzione. 

Il libro “L’inflazione in Italia. Cause, conseguenze, politiche”, a cura di Mario Pianta (Carocci, 2023), ha testi di Leopoldo Nascia, Giuseppe Simone, Valeria Cirillo, Rinaldo Evangelista, Matteo Lucchese, Vincenzo Maccarrone, Guilherme Spinato Morlin, Marco Stamegna, Simone D’Alessandro, Claudio Gnesutta. 

E’ stato presentato il 21 ottobre alla conferenza della Società Italiana di Economia a L’Aquila, in due sessioni (https://editorialexpress.com/conference/SIE_RSA_64/program/SIE_RSA_64.html#28

https://editorialexpress.com/conference/SIE_RSA_64/program/SIE_RSA_64.html#27) e il 25 ottobre alla Scuola Normale Superiore a Firenze, insieme ad altri volumi recenti (https://www.sns.it/it/evento/changing-role-central-banks-and-return-inflation).