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La flat tax: solo un problema di finanza pubblica?

Nel surreale dibattito di questa campagna elettorale la proposta di una flat tax occupa un posto di primo piano per superficialità e incapacità di comprenderne le conseguenze

Nel surreale dibattito di questa campagna elettorale la proposta di una flat tax occupa un posto di primo piano per superficialità e incapacità di comprenderne le conseguenze. La proposta è al primo punto del programma elettorale di Forza Italia, e da anni un cavallo di battaglia della Lega Nord. L’idea è semplice: un’aliquota fiscale unica (al 15% per Salvini, al 20% per Berlusconi), che dovrebbe ridurre in modo significativo la pressione fiscale, e quindi aumentare consumi, investimenti, produttività, e in ultima istanza condurre a tassi di crescita più elevati. La flat tax inoltre, essendo percepita come più giusta, consentirebbe di far emergere una quota sostanziale delle attività oggi sommerse. Per rispettare il principio di progressività sancito dalla Costituzione, la proposta è corredata di un’esenzione per i redditi più bassi (la soglia differisce per i diversi partiti).

L’idea non è nuova, ed è già stata applicata con fortune alterne in molti paesi. Il più celebre sostenitore è stato il premio Nobel Milton Friedman negli anni Sessanta del secolo scorso. Se i dettagli delle diverse proposte possono variare (soprattutto riguardo a quali tipi di reddito sono tassati, e alla presenza eventuale di esenzioni), il principio di base è quello enunciato sopra. La proposta trae la sua giustificazione dalla teoria neoclassica, e dai cosiddetti Teoremi Fondamentali del Benessere, enunciati da Vilfredo Pareto alla fine del XIX secolo. Per schematizzare, i teoremi stabiliscono che l’equilibrio di mercato è ottimale, in assenza di distorsioni e rigidità come ad esempio potere di mercato, asimmetrie informative, e così di seguito. L’intervento pubblico nell’economia è ovviamente possibile, anzi auspicabile, visto che equilibri molto diversi tra loro, per esempio in termini di distribuzione del reddito, possono coesistere e richiedono quindi alle autorità di compiere delle scelte. Ma ogni intervento di politica economica deve rispettare le linee guida di non introdurre (e anzi rimuovere) distorsioni nel funzionamento dei mercati. Per quel che riguarda la tassazione, i sistemi di imposizione progressivi sarebbero per loro natura distorsivi, perché disincentiverebbero la produzione di ricchezza elevata (che sarebbe tassata in proporzione maggiore). La flat tax invece è un’imposta non distorsiva (come l’IVA), e in quanto tale garantirebbe secondo la teoria una maggiore efficienza dei mercati. Le magnifiche sorti e progressive della flat tax dunque, non deriverebbero solo dalla riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese, ma anche dalla maggiore efficienza dei mercati che sarebbe garantita dall’abbandono di un sistema di imposizione progressivo.

In questa strana Italia di inizio 2018, in cui il debito pubblico sembra essere l’alfa e l’omega dei problemi nazionali, la proposta di flat tax è stata attaccata dai competitor della destra perché aprirebbe una voragine nelle finanze pubbliche italiane. L’Istituto Bruno Leoni ha calcolato una perdita di gettito di 27 miliardi con un tasso al 25%, perdita che sarebbe ovviamente maggiore se il tasso fosse al 15% o al 20%. I proponenti della flat tax ovviamente hanno ribattuto che la semplificazione, l’eliminazione delle nicchie fiscali, la sempiterna lotta all’evasione, ridurrebbero la voragine. Ma soprattutto, la spinta data all’economia consentirebbe di sostenere le finanze pubbliche, in ultima analisi aumentando e non riducendo il gettito fiscale. È insomma stata resuscitata la curva di Laffer[1], che dopo un meritato sonno di oltre trent’anni è già stata invocata da Donald Trump per giustificare la sua riforma fiscale. Ora, il sonno della curva di Laffer era giustificato. Facendo una media dei molti studi esistenti, si trova che il tasso al quale la curva di Laffer raggiunge il massimo si situa intorno al 70%. L’ultimo rapporto dell’OCSE sulla tassazione mostra che la media per le economie più avanzate nel 2016 era ben al di sotto (34,3%), con l’Italia (43,3%) nel gruppo di testa, condotto da Danimarca e Francia che sono sopra al 45%. Gli Stati Uniti sono invece in fondo al gruppo, con il 26%. Tutti i paesi, anche quelli in cui la pressione fiscale è maggiore, sono dunque molto probabilmente nella parte sinistra del vertice della curva di Laffer; in altre parole, è con l’aumento del tasso di imposizione, e non con la sua riduzione, che si otterrebbe gettito fiscale supplementare.

Se il problema della copertura della riforma proposta dalla destra esiste, è stupefacente che la stragrande maggioranza delle critiche si siano concentrate su gettito fiscale e finanze pubbliche. Eppure, soprattutto nel mondo di oggi, a far gridare allo scandalo dovrebbe essere soprattutto (se non solamente) l’impatto redistributivo della riforma fiscale. Senza giri di parole, l’aliquota unica è chiaramente regressiva (è disegnata proprio per esserlo), e se è vero che un sistema di detrazioni potrebbe reintrodurre qualche (limitato) elemento di progressività per gli scaglioni di reddito medi e bassi, i contribuenti più agiati vedrebbero ulteriormente migliorare la propria posizione relativa. Colpisce in modo particolare oggi, dicevamo, quando le nostre economie escono dalla crisi ancora più diseguali di quanto non fossero nel 2007. Ma come per la curva di Laffer, i proponenti della flat tax ricorrono ad un altro pilastro di quella che Paul Krugman ha chiamato zombie economics, quell’impianto dottrinale che continua a riproporsi immutabile nonostante ogni volta ne sia provata la fallacia. L’idea che ritorna come un morto vivente, purtroppo non solo in Italia, è quella per cui la disuguaglianza non ha effetti negativi sulla crescita. Al contrario, si sostiene come negli anni Sessanta che ridistribuire risorse verso i più ricchi incentiverebbe il risparmio, l’investimento, e in ultima analisi la crescita. Più disuguaglianza, insomma, porterebbe a più crescita, e quindi a maggiore benessere per tutti. La marea solleverebbe tutte le barche. La teoria detta del trickle down, il ‘gocciolamento’ della ricchezza dai più ricchi al resto della società, non è purtroppo un’esclusiva del deprimente dibattito italiano. La prima legge di bilancio del presidente Macron in Francia, è stata incentrata su significative riduzioni fiscali per le classi più agiate, per i detentori di capitale, e per le imprese. Tali riduzioni sono finanziate, almeno nelle intenzioni, di Macron, da un mix di aumenti di imposte per i meno abbienti e di tagli di spesa; tagli che, plausibilmente, colpiranno principalmente coloro che beneficiano in maggior misura dello stato sociale. Due sono gli argomenti in favore della traslazione del carico fiscale dal capitale al lavoro e dalle classi agiate ai meno abbienti. Il primo è che il capitale e i ricchi sono più mobili di lavoro e meno abbienti rispettivamente; in quanto tali possono sfuggire all’imposta migrando, per cui l’unico modo di farli contribuire al bene pubblico è ridurre le richieste del fisco. Il secondo argomento è la riproposizione del principio del trickle down, per cui la riduzione delle tasse per i più ricchi porterebbe benefici a tutta la società sotto forma di crescita, innovazione, e creazione di ricchezza. Emmanuel Macron ha paragonato la società ad una cordata in cui il successo dell’ascensione verso la cima è tanto più probabile quanto più il capo cordata sarà libero di avanzare senza impedimenti.

Oltre ai fondamenti dell’alpinismo (il capo cordata non avanza se i suoi compagni sono fermi, o ancora peggio arretrano), tuttavia, i proponenti del trickle down sembrano ignorare sia le lezioni della storia sia la situazione particolare in cui si trovano le società occidentali all’alba del ventunesimo secolo. La ricerca recente su distribuzione e reddito, un iceberg di cui la superstar Thomas Piketty è solo la (benemerita) punta, mostra con sempre maggiore forza come la dimensione della torta non sia indipendente dalla dimensione delle singole porzioni. L’eccessiva disuguaglianza costituisce un freno alla crescita economica, il che priva di fondamento empirico il concetto di trickle down. Basandosi su di un poderoso lavoro che negli ultimi decenni ha visto Tony Atkinson, Thomas Piketty e molti altri arrivare a misure sempre più accurate della distribuzione del reddito, la ricerca degli ultimi anni ha riesaminato il legame tra distribuzione e performance macroeconomica. Lavori recenti prodotti tra l’altro da economisti del Fondo Monetario e dell’OCSE, mettono in evidenza una forte correlazione negativa tra disuguaglianza e crescita, e mostrano inoltre che i paesi più attivi nelle politiche di ridistribuzione del reddito hanno tendenza a crescere più rapidamente. I canali per cui la disuguaglianza influisce negativamente sulla crescita sono diversi, ma uno di particolare importanza sembra essere il fatto che una distribuzione più ineguale influisce negativamente sull’accumulazione di capitale umano: le classi medie impoverite hanno accesso ridotto all’istruzione, e questo rende più difficile l’aumento delle conoscenze, la mobilità sociale, e la capacità di intraprendere.

L’impatto della disuguaglianza sul reddito si spiega con il fatto che, contrariamente a quanto postulato dalla teoria, chi ha beneficiato della ridistribuzione non lo ha fatto in relazione ad una presunta maggiore produttività. Galbraith e Stiglitz tra molti altri hanno ad esempio mostrato in modo convincente come molto più dei fattori ‘fondamentali’, come la globalizzazione e il progresso tecnico, sia l’incremento dei comportamenti predatori delle élites a spiegare l’aumentata disuguaglianza nel corso degli ultimi decenni. Di fatto, negli ultimi trenta anni sembra essersi messo in moto un circolo vizioso per cui l’eccessivo peso del settore finanziario ha causato disuguaglianza crescente e accumulazione di rendite nelle mani delle élites, e a loro volta queste risorse sono state reinvestite nella finanza sottraendo ossigeno all’economia reale. È quindi naturale, come evidenziato dalla ricerca più recente, che l’aumento della disuguaglianza abbia ridotto i consumi, senza che aumentassero necessariamente gli investimenti. Anche la competitività non sembra essersi giovata della compressione dei salari. Già qualche anno fa notavo che la disuguaglianza ha un ruolo di primo piano nella tendenza delle economie avanzate a impantanarsi in una stagnazione secolare caratterizzata da cronica insufficienza di domanda.

Invece del trickle down, il circolo vizioso degli ultimi trent’anni ci ha portato più disuguaglianza e minore crescita. I proponenti della flat tax dovrebbero leggere in particolare il più recente fiscal monitor del Fondo Monetario Internazionale, che si è spinto fino rimettere in questione il dogma della tassazione non distorsiva. Il Fondo parte dalla constatazione, troppe volte dimenticata, che la tendenza generale degli ultimi decenni è verso una riduzione della progressività del sistema fiscale. Le aliquote marginali sono calate quasi ovunque in modo spettacolare, e lo stesso è avvenuto per l’imposizione sul capitale e sulle società. Le riforme fiscali di Trump e Macron, insomma, non fanno altro che prolungare una tendenza che, secondo gli economisti di Washington si è spinta ben oltre il necessario. Il Fiscal Monitor rompe con le tradizionali raccomandazioni del Fondo, e afferma chiaramente che un aumento della progressività della tassazione del reddito, pur introducendo distorsioni, avrebbe effetti benefici proprio perché contrasterebbe l’ormai eccessiva, e penalizzante per la crescita, disuguaglianza nella distribuzione del reddito.

In conclusione, ci sono valide ragioni per spiegare perché la flat tax non ha mai fatto molta strada anche in anni di neoliberalismo trionfante. La sua giustificazione economica si basa sul binomio curva di Laffer / trickle down che è stato ampiamente screditato in ambienti accademici. La sua vera ragione di essere esula dal campo dell’analisi economica, e si riassume a mio parere in due punti:

Il primo e più banale è che essa porterebbe a sostanziali riduzioni di imposta per i più ricchi, il celeberrimo 1% che costituisce il riferimento culturale della destra nostrana, ma anche di Donald Trump e di Emmanuel Macron. Certo, il bacino elettorale, soprattutto delle destre populiste americana e italiana, è bimodale e include i dimenticati dalla globalizzazione. Questo obbliga a complicate giravolte retoriche e a sofisticate operazioni di comunicazione politica per far digerire ad ampi strati della popolazione misure che in ultima istanza li danneggeranno. Operazioni che sono peraltro (molto) facilitate dall’incapacità della sinistra tradizionale di fornire risposte convincenti ai perdenti dei processi economici degli ultimi trent’anni.

Il secondo è che la forte riduzione del gettito fiscale associata all’aliquota unica porterebbe in un secondo momento al drastico ridimensionamento di quel che resta dello Stato Sociale in Italia e in Europa. Fin dagli anni Ottanta, i conservatori americani giustificarono le riduzioni fiscali di Ronald Reagan con la necessità di ‘affamare la bestia’ (starve the beast), vale a dire di ridurre le risorse disponibili per la cosa pubblica, al fine di renderne inevitabile il ridimensionamento. Contrariamente agli Stati Uniti, in Europa un approccio del genere non è elettoralmente remunerativo, e quindi deve rimanere sottotraccia. Ma c’è da scommettere che se una flat tax vedesse la luce, tra qualche anno si renderebbero necessari ‘dolorosi sacrifici’; magari imposti da un governo ‘responsabile’ di centro sinistra (il trattino è a discrezione del lettore) che per l’ennesima volta completerebbe l’agenda politica del governo di destra che lo ha preceduto.

 

Per una analisi più dettagliata delle proposte vedi qui e qui

 

*OFCE-Sciences Po, Parigi e LUISS-SEP, Roma. Twitter: @fsaraceno

 

[1] La leggenda narra che nel 1974, Arthur Laffer abbia spiegato la propria idea ad un gruppo di esperti economici in un ristorante, disegnando una curva su un tovagliolo: allo 0% di imposizione, le entrate fiscali erano naturalmente a zero. Stessa cosa per un tasso di imposizione al 100 %, non volendo nessuno lavorare unicamente per pagare le tasse. Tra i due estremi, le entrate fiscali sono positive, ed esiste quindi una soglia massima al di là della quale un aumento delle imposte riduce le entrate per il fisco, invece di aumentarle.