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Il socialismo in Germania

La parola “socialismo” è diventata incomprensibile. Porta con sé e comunica altre cose; ha cambiato contenuto. Che significato può avere la parola “produttori” in un mondo che conosce solo consumatori?

L’espressione “proletario” è oggi ridicolizzata, ma sono scomparsi i soggetti, le masse che un tempo venivano così definiti? È ormai senza nome la parte dell’umanità che vive solo grazie a un lavoro dipendente? Dipendente da cosa e da chi? Il concetto di “socialismo” si è svuotato o, meglio, nel suo spazio abbandonato sono vagamente riconoscibili relitti di ogni genere e ad essere esposti in primo piano sono i suoi orrori (…).

In Germania non a caso il discorso più avanzato sui “problemi del socialismo” si faceva nella letteratura e soprattutto nel teatro della DDR.1 “L’elaborazione” della rivoluzione d’ottobre, della mancata rivoluzione tedesca, del fascismo e della costruzione del socialismo è stato il grande tema di Brecht, Braun2, Hacks, Müller, Seghers, Strittmatter, Christa Wolf e altri ancora. Non solo la costruzione dell’utopia, ma anche il suo fallimento forniscono temi e materiali straordinari. “Shakespeare ha usato come miniera la storia dell’Inghilterra del suo tempo. Noi utilizziamo quella della Germania. Con la DDR come punto di osservazione privilegiato”, sosteneva Heiner Müller (1929-1995)3. La funzione del suo teatro è quella di rompere i tabù, rimuovere le rimozioni, dialogare con i morti. I morti ricordano la storia e la devono raccontare. Questo vale sopratutto per i grandi sogni dell’umanità rimasti sepolti sotto le macerie insieme ai loro protagonisti. Così gli spettri di Thälmann e Ulbricht continueranno a fare le sentinelle sul muro di Berlino, anche se è sparito questo “mausoleo del socialismo tedesco” con “le sue corone di filo spinato”4. Rosa Luxemburg, l’ebrea polacca assassinata, compare ancora nella maschera di Kriemhild sui campi di battaglia di Stalingrado. I fratelli continueranno ad ammazzarsi e le guerre nel mondo continuano a bruciare/strappare l’erba “affinché rimanga verde”. La grande domanda alla fine dell’esperimento socialista rimane: “Perché uccidere e perché morire / se il prezzo della rivoluzione è la rivoluzione/ il prezzo della libertà l’uomo da liberare”5. Perché si è dovuto o voluto pagare quel prezzo disumano? È il tema dei Lehrstücke di Brecht che in un frammento scritto tra il 1926 e il 1930 con chiaroveggenza sofferta anticipa la sconfitta: “e da ora in poi e per molto tempo ancora / Non ci sarà più alcun vincitore / Nel vostro mondo ma soltanto / Vinti”6. Nel secolo di Auschwitz non possono esserci vincitori.

Il punto centrale del racconto di Müller sul Novecento non può non essere Auschwitz. Il suo principio è quello della selezione portata agli estremi. La selezione domina un mondo politico-economico in cui “non c’è abbastanza per tutti”. Nel suo famoso discorso davanti agli industriali a Düsseldorf (il 26 gennaio 1932) Hitler deduceva da questa semplice costatazione malthusiana il dovere morale di opprimere i popoli meno civili nella lotta per le risorse che garantiscono il sopravvivere della nostra civiltà o come si direbbe oggi, del nostro “way of life”. La stessa logica delle macchine impone la razionalità economica come unico criterio delle nostre scelte. L‘ uomo viene ridotto a materia prima, al suo “valore materiale più l’oro dei denti”7. A questa tendenza implicita nello sviluppo del mondo moderno non esiste ancora nessuna alternativa. La democrazia odierna può solo proporre delle variazioni, alleggerimenti, compromessi più o meno umanitari. L’unica alternativa al principio di selezione sarebbe: “O tutti, o nessuno”8. Da soli non ci si salva. Ma dopo il fallimento della costruzione della “coscienza di classe” sarà difficile sviluppare una “coscienza della specie” capace di creare nuovi rapporti tra gli uomini e tra gli uomini e la natura. Spingono però in questa direzione necessità oggettive e soggettive provocate dalle migrazioni, dal limite delle risorse, dai cambiamenti climatici, dalle crescenti disuguaglianze e dalle deformazioni imposte dalla “produzione per la produzione”.

Il Novecento ha visto il fallimento del socialismo e del suo obiettivo più ambizioso: un tempo libero dalle costrizioni del consumo, del mercato e delle macchine. In Müller il racconto del fallimento scende fino alle radici dei grandi miti. Eracle, eroe del proletariato già nell’immaginario del Ottocento, riprende la sua lotta contro l’Idra, il mostro che si rinnova e cresce a ogni crisi. Le sue teste si moltiplicano ogni volta che se ne taglia una. Eracle va a cercare l’Idra e scopre di trovarsi non di fronte, ma dentro il mostro in una simbiosi impossibile da sciogliere senza distruggere la propria dimora, la base dell’esistenza del tipo di uomo che siamo diventati9. Impossibile tornare indietro, impossibile andare avanti? Ecco il nocciolo del dramma “comunista” raccontato da Müller. Müller non sottace il prezzo da pagare per l’utopia. Ma ritiene impossibile vivere senza.

Presentiamo qui una parte dell’articolo di Peter Kammerer “La fortuna del socialismo nella Germania del Novecento” pubblicato ora nel n. 52 della rivista “Parolechiave” dedicato al Socialismo, pubblicata dalla Fondazione Basso

1 Una preziosa raccolta di testi di scrittori dell’ est e dell’ ovest della Germania sul loro rapporto con lo stato si trova in: Vaterland, Muttersprache. Deutsche Schriftsteller und ihr Staat seit 1945. Offene Briefe, Reden, Aufsätze, Gedichte, Manifeste, Polemiken, a cura di Michael Krüger, Susanne Schüssler, Winfried Stephan und Klaus Wagenbach, Berlin, 2009

2 Particolarmente interessanti i diari di Volker Braun del periodo 1977-1989 e 1990-2008, Werktage. Arbeitsbuch, 2 voll. Frankfurt 2009 e 2014.

3 H. Müller, L’invenzione del silenzio. Poesie, testi, materiali dopo l’ Ottantanove, a cura di P. Kammerer, Ubulibri, Milano 1996.

4 H. Müller, Germania 3. Spettri sull’ Uomo Morto, in Teatro IV, Ubulibri, Milano 2001, p. 23.

5 H. Müller, Mauser, in Teatro I, Ubulibri, Milano 1991, p. 62 (trad. modificata).

6 B. Brecht, La rovina dell’egoista Johann Fatzer, traduzione di M. Massalongo, Einaudi, Torino 2007, pp. 92 ss. Si veda anche P. Kammerer, Bertolt Brecht scopre come suo unico spettatore Karl Marx, in P.P. Poggio (a cura di), L’Altronovecento, vol. 1, L’età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945, Jaca Book, Milano 2010, pp. 367-378.

7 H. Müller, Denken ist grundsätzlich schuldhaft. Die Kunst als Waffe gegen das Zeitdiktat der Maschinen, in Jenseits der Nation, Müller im Interview mit Frank Raddatz, Rotbuch, Hamburg 1991, p. 40.

8 A. Kluge – H. Müller, Ich schulde der Welt einen Toten. Gespräche, Hamburg 1995, p. 61.

9 H. Müller, Eracle 2 ovvero l‘Idra, in Id., Lo stakanovista e altri testi, Ubulibri, Milano 1998, pp. 78 ss. Anche il romanzo di Peter Weiss apre e chiude evocando le gesta di Eracle.

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