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Il Pil è morto, abbasso il Pil. Rifacciamo i conti

Da Sarkozy al Sole 24 Ore: la revisione degli indicatori economici sfonda il muro dell’ortodossia. Ma non tutte le misure alternative sono davvero alternative

Sono ormai molti anni che numerosi economisti, scienziati sociali ed ambientalisti si sgolano per portare all’attenzione della disciplina economica, dell’opinione pubblica e dei policy makers la necessità di distinguere, sia nella misurazione che nel design delle politiche, tra performance economica, benessere economico e benessere in senso generale. Sono decine, forse centinaia, gli esempi di classifiche, indici sintetici, set di indicatori, realizzate da ricercatori pubblici e privati, universitari e della società civile, in cerca di una misura per benessere, felicità, sostenibilità ambientale, qualità della vita… esperimenti che si muovono all’interno di un dibattito affatto concluso sia sui metodi che sui significati.

L’accademia che conta, ovvero quella che in questi anni non ha lesinato consigli su liberalizzazioni, flessibilità e politiche restrittive, ha sempre intimamente snobbato questi tentativi mentre la politica semplicemente li ignorava. In questi ultimi anni però le cose sono cambiate: per primo inizia l’Ocse di Giovannini (ora presidente Istat) che nel 2006 lancia il Global Project on Measuring the Progress of Societies, nel 2007 la Commissione Europea e il Parlamento Europeo organizzano una grande conferenza a Bruxelles, Beyond GDP, ed infine nel 2008 Sarkozy incarica due premi Nobel Stiglitz e Sen di curare un rapporto proprio sulle misure di performance economica e progresso sociale. I risultati politici non si fanno attendere: ultimo fra molti, poche settimane fa in una comunicazione la Commissione Europea ha adottato una roadmap in cui si impegna ad orientare le proprio politiche in virtù di un set di indicatori più ampio.

Se da un lato il lavoro dell’Ocse consiste in un interessante e dinamico work in progress che coinvolge moltissimi protagonisti del dibattito a livello intercontinentale, quello della commissione Stiglitz consiste piuttosto in un riassunto delle puntate precedenti ragionato e culturalmente avanzato: un esercizio di sistematizzazione del sapere indubbiamente utile, in particolare per chi non era avvezzo ad un certo tipo di linguaggio. Tuttavia il rapporto formula delle raccomandazioni, rivolte sia a chi si vede impegnato nella proposta di nuovi indicatori sia a chi abbia come compito la realizzazione delle politiche, che mantengono un’impostazione decisamente economista. Niente di male se non fosse che questa caratteristica si tramuta in debolezza nell’affrontare la complicata relazione benessere/ambiente. Ad ogni modo, nel rapporto vengono individuate 8 dimensioni molto articolate al loro interno che, secondo gli autori, devono essere prese in considerazione quando si voglia misurare il benessere.

E’ probabile che in molti seguiranno queste prestigiose raccomandazioni. Un primo esempio in Italia è certamente il nuovo indicatore prodotto dal Sole24Ore per le province italiane: il BIL – Benessere Interno Lordo- nasce aggregando 8 indicatori ciascuno rappresentativo delle 8 dimensioni di cui sopra.

C’è da dire che in questi anni molti erano arrivati a conclusioni simili a quelle della commissione seguendo strade diverse spesso meno sistematiche e decisamente più empiriche. Una un po’ fuori dal coro l’ha seguita la campagna Sbilanciamoci! che negli ultimi 6 anni ha prodotto un indicatore sintetico di sviluppo per le regioni italiane (QUARS) proprio a partire dall’aggregazione di dimensioni (7, articolate in 42 indicatori) molto simili a quelle sopraccitate, individuate attraverso un processo di consultazione della società civile coinvolta nella campagna (il rapporto 2009 verrà presentato il 3 ottobre al Salone dell’Editoria Sociale, spazio ex-GIL Roma).

La metodologia di aggregazione statistica dei dati di QUARS e BIL è identica, e nemmeno le classifiche differiscono molto: le regioni (per il BIL le province, ma poco cambia) centrali vengono premiate a scapito delle più ricche regioni del nord, mentre le regioni del sud occupano gli ultimi posti di entrambe le classifiche. Tralasciando il fatto che questo risultato delude i molti che si aspettano che invertendo la logica del PIL vengano premiati il sole, l’ottima cucina, la bassa industrializzazione e le relazioni sociali del sud, uno si può domandare: che cosa c’è di diverso tra questi due lavori? Ed è qui che arriviamo al punto. Il BIL sembra piuttosto un esercizio di stile che rimane sulla superficie considerata la complessità del fenomeno che vuole misurare. É un disegno appena abbozzato che non permette di zoomare all’interno di ciascuna dimensione di per sé altrettanto complessa e interessante. La dimensione sicurezza per esempio: mentre nel rapporto Stiglitz si parla di sicurezza in termini di vulnerabilità, ovvero di esposizione a rischi o a shock improvvisi che possono essere la perdita del lavoro, della salute piuttosto che rischi di natura fisica come terremoti e alluvioni, per i ricercatori del Sole24Ore la sicurezza ha un solo volto: quello della criminalità. Così la dimensione salute si riduce al tasso di mortalità infantile (tra l’altro quello italiano è uno dei più bassi al mondo), le relazioni sociali alla spesa per andare al cinema o a teatro e la dimensione ambiente è identificata con le emissioni di CO2. Le pari opportunità non vengono neppure prese in considerazione. Lungi dal voler affermare il lavoro della Campagna Sbilanciamoci! come ultimativo ed esaustivo, il set di 42 indicatori che descrivono 7 dimensioni messi in campo nella costruzione del QUARS forse permette di andare ad analizzare un po’ più a fondo i fenomeni per cercare delle soluzioni di policy più coerenti: non c’è dubbio che ridurre le emissioni di CO2 sia una priorità ma siamo sicuri che basti a migliorare l’ambiente? o forse bisogna parlare anche di inquinamento acustico, delle acque o di sfruttamento insostenibile delle risorse? Ovviamente la mortalità infantile è un dato da monitorare, ma forse all’amministratore di un paese avanzato interessa capire quali possano essere altre cause di mortalità evitabile, come tumori o violenze, o l’accessibilità dei servizi sanitari. E si potrebbe estendere il ragionamento a tutte le dimensioni tirate in causa, tanto che viene da chiedersi perché il Sole abbia abbandonato il vecchio lavoro sulla qualità della vita basato su un set di informazioni molto più ricco.

Sentire il Sole24Ore o Sarkozy che parlano della necessità di superare il PIL è un po’ come sentire Fini parlar bene della finanza etica, la Merkel della Tobin tax o ancora Tremonti di tassare gli extraprofitti delle imprese energetiche. Certamente sarebbe sbagliato non cogliere con soddisfazione il successo politico che stanno ricevando quelle che per anni sono stati i cavalli di battaglia di molti movimenti. Ma non sarà forse che i liberisti conservatori ci stanno solo dimostrando come è facile predicare bene per poter continuare a razzolare male ed indisturbati?

Ucraina guerra Europa

 

 

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