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Cina e Usa, due modelli sempre più alternativi

Appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, dallo sviluppo dell’Intelligenza artificiale alle criptovalute, dall’impegno per il multilateralismo sul piano geopolitico alla transizione energetica.

L’incontro di Busan

Ci sono degli avvenimenti, magari non ufficialmente percepiti al momento come molto importanti, mentre i media ne parlano soltanto per un paio di giorni, che segnano invece uno spartiacque profondo per le implicazioni che comportano. 

Questo è stato il caso dell’incontro del 30 ottobre tra Xi Jinping e Donald Trump a Busan, una città della Corea del Sud. La reale importanza di tale incontro non sta tanto nella pur importante tregua commerciale concordata in quella sede tra Cina e Stati Uniti, ma nella dimostrazione evidente, quasi ufficiale, che il Paese asiatico può ormai affrontare gli Stati Uniti da pari a pari (Doshi, 2025), con una tendenza anzi, a nostro parere, del rovesciamento dei rapporti di forza tra i due paesi. Si tratta ovviamente di una constatazione della massima importanza sulla strada di un rilevante mutamento dell’ordine internazionale. Più in generale, il 2025 è stato un anno molto favorevole al Paese asiatico.

Nell’ambito di una guerra che dura ormai da parecchio tempo, almeno sin dai tempi di Barak Obama e del suo pivot to Asia, Trump ha ingaggiato una battaglia, mesi prima dell’incontro fatidico, imponendo dazi ai prodotti cinesi di oltre il 140%, convinto che il Paese asiatico si sarebbe piegato, come tanti altri, ai diktat Usa; ma Xi ha risposto colpo su colpo con armi che hanno alla fine neutralizzato l’avversario. E tutti hanno percepito come l’incontro di Busan abbia sancito la vittoria dei cinesi. 

Le armi della vittoria sono costituite dal quasi monopolio delle terre rare e dei magneti (comunque alla fine “una pistola puntata alle tempie agli Stati Uniti”, Doshi, 2025), ma per capire come è stato ottenuto questo risultato è necessario anche considerare altre implicazioni che ci sono dietro. Tra queste, il fatto che la stragrande maggioranza dei farmaci utilizzati negli Stati Uniti dipendono dalle forniture dei componenti di base che provengono dalla Cina. Inoltre va considerato che senza le merci cinesi il livello dei prezzi della gran parte dei beni di consumo venduti sul mercato interno americano sarebbe salito in maniera verticale, e alcune merci sarebbero diventate di difficile reperimento. Qualcuno, ad esempio, aveva rilevato già nei mesi primaverili che senza i condizionatori cinesi gli americani avrebbero sofferto molto più caldo nel periodo estivo, sarebbero mancati gli arredi di Natale, che, come è noto, provengono pressoché tutti da un’unica città cinese, così come le bandiere americane e i cappellini con la scritta Maga. Tutto ciò, sino a non molto tempo fa. 

In questo quadro, il testo che segue si sofferma soltanto su alcuni punti relativi ai differenti modelli di sviluppo dei due Paesi, non tanto analizzando le grandi differenze tra le caratteristiche generali del sistema economico e politico cinese e di quello statunitense, quanto piuttosto concentrando l’attenzione su alcuni temi specifici venuti alla luce nell’ultimo periodo.

L’AI, due modelli differenti

Il modello di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale portato avanti dai grandi gruppi Usa del settore appare mirato ad affermare la loro supremazia tecnologica attraverso enormi investimenti (OpenAI da sola programma di impegnare 400 miliardi di dollari nei prossimi anni nel settore), che producono massicci programmi proprietari chiusi e a pagamento, con il controllo dell’esportazione delle tecnologie dei chip e del software avanzati verso la Cina. Donald Trump ha dichiarato a questo proposito che gli Stati Uniti faranno qualsiasi cosa che sarà necessaria per essere la guida mondiale nel settore dell’IA (Thornhill, 2025).

La Cina invece investe somme certo importanti, ma nettamente inferiori a quelle degli Usa: secondo una stima cinese gli impegni del Paese asiatico nel settore tra il 2023 e il 2025 sono stati dell’82% più bassi di quelli degli Stati Uniti (Global Times, 2025), mentre altre stime sono un poco più elevate, ottenendo peraltro risultati sostanzialmente equivalenti a quelli statunitensi, con la diffusione poi di un sistema aperto a tutti e gratuito, con il parallelo obiettivo di diffondere rapidamente e in maniera diffusa la tecnologia. Si tratta evidentemente di un approccio che sarà privilegiato nei Paesi del Sud del mondo, ma anche in molti casi in quelli del Nord. In effetti si registra un crescente uso dei modelli cinesi anche negli Stati Uniti; si cita tra l’altro il caso di Airbnb (Global Times, 2025).

Lo stesso boss di Nvidia prevede che nella gara per la supremazia nel settore alla fine vincerà la Cina, mentre altri esperti statunitensi affermano che gli Stati Uniti stanno facendo un errore strategico catastrofico nello scommettere così pesantemente sui modelli IA giganti e chiusi e che gli Stati Uniti sono nel settore dalla parte sbagliata della storia (Thornhill, 2025). C’è chi prevede che il successo dei modelli di IA aperti cinesi, sei volte meno cari di quelli Usa, (Surman, 2025), faranno scoppiare la bolla dei valori oggi fortemente gonfiati delle imprese del settore statunitense. 

I ricercatori asiatici della Silicon Valley

Per altro verso, gli undici ricercatori che presso il gruppo Meta perseguono l’ambizioso obiettivo di costruire un programma che eguagli o sia più potente del cervello umano sono tutti immigrati educati in altri Paesi e sette di questi sono cinesi (Metz, Tan, 2025). Più in generale, l’industria high tech statunitense dipende in rilevante misura da ingegneri cinesi. E quindi se l’amministrazione Trump portasse ancora avanti la sua politica di contrasto agli scienziati del Paese asiatico presenti negli Stati Uniti le società della Silicon Valley resterebbero indietro nella gara per il primato nel campo dell’AI (Metz, Tan, 2025). E in effetti diversi ricercatori di primo livello hanno già lasciato gli Stati Uniti tornando nella madrepatria. C’è da pensare che diversi altri li seguiranno. 

Le cose peggiorerebbero ancora se anche per gli scienziati indiani, come per qualche verso si profila, l’aria diventasse difficile nel paese; si tratta infatti della seconda componente fondamentale del capitale umano della Silicon Valley dopo quella cinese. 

Una dipendenza sorprendente

Abbiamo visto come i grandi gruppi Usa dell’IA stiano portando avanti una forsennata politica di investimenti nei centri dati in giro per il mondo. Ora l’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede che per alimentare tali centri nel 2030 si consumerà un quinto di tutta l’energia generata negli Stati Uniti nello stesso anno (Sandlund, 2025).

Per quanto riguarda la componentistica necessaria per tali impianti- sistemi di immagazzinamento dell’energia, convertitori, trasformatori, ecc.- le imprese statunitensi stanno ricorrendo in misura massiccia alle imprese cinesi, in ragione della maggiore rapidità di consegne rispetto ai concorrenti di altri paesi come la Corea del Sud, della maggiore affidabilità e durata e di costi più vantaggiosi. Tutto questo mentre in teoria gli Stati Uniti vorrebbero ridurre la loro dipendenza dalla Cina nei settori chiave (Sandlund, 2025). 

La lotta al cambiamento climatico

Anche nel campo dell’ecologia si possono rilevare due atteggiamenti molto diversi tra Usa e Cina. Nel primo caso con l’amministrazione Trump ci troviamo di fronte alla negazione che ci sia un problema di qualche natura in campo climatico (come ribadito ancora nel dicembre del 2025) e a tentativi di bloccare in tutti i modi possibili gli investimenti nel settore nel suo Paese, oltre allo sforzo di frenare gli accordi relativi in sede internazionale. Del resto gli Stati Uniti erano assenti dai recenti incontri della Cop30 in Brasile.

C’è da sottolineare che la ricetta trumpiana non viene seguita negli Stati governati dai democratici, che cercano invece, tra crescenti ostacoli federali, di portare avanti dei programmi alternativi.

Nel frattempo la Cina è diventato di gran lunga il Paese che investe di più nel settore (normalmente almeno quanto il resto del mondo messo assieme) e il leader tecnologico su di un fronte molto ampio di prodotti relativi, dalle auto e camion elettrici, alle pale eoliche, ai pannelli solari, alle grandi batterie da accumulo; i suoi prodotti tendono ormai a conquistare i mercati mondiali, nonostante il boicottaggio degli Stati Uniti e in parte dell’Unione Europea. Senza le tecnologie cinesi non si riuscirà a combattere efficacemente il cambiamento climatico. Il Paese sembra poi aver raggiunto il picco delle emissioni nel 2025, in largo anticipo rispetto all’obiettivo precedentemente fissato del 2030. Anche quello di emissioni zero fissato ufficialmente al 2060, sarà presumibilmente raggiunto molto prima, tra il 2050 e il 2053.

Alla fine, comunque, Trump consegna il futuro dell’energia a livello mondiale alla Cina (Luce, 2025).

Le criptovalute e le stablecoin

L’Oxford English Dictionary definisce le criptovalute come sistemi di pagamento digitale che operano indipendentemente da un’autorità centrale e che impiegano tecniche crittografiche per controllare e verificare le transazioni. Se questo sistema si diffondesse largamente gli effetti sulla regolamentazione e stabilizzazione delle economie nazionali potrebbero essere devastanti. 

Le cripto non hanno valore in senso economico, non generano reddito, non sono legate ad alcun tipo di produzione, non pagano dividendi. Quello che le spinge in avanti non sono quindi i cash flow, ma le aspettative, in particolare quelle che in futuro qualcun altro compri tali titoli ad un prezzo maggiore di quello di oggi (Editorial, 2025). 

Le criptovalute minacciano lo stesso concetto di lotta al denaro sporco e alla criminalità. 

Le stablecoin sono degli strumenti digitali che offrono agli investitori la flessibilità delle criptovalute, ma che, al contrario delle stesse, non presentano apparentemente rischi di oscillazione di prezzo delle stesse, dal momento che sono legate ad un asset stabile, quale una valuta, dei depositi bancari, o un bene come l’oro. In realtà i rischi in proposito sono rilevanti.

Donald Trump Jr. afferma che lo sviluppo delle stablecoin aiuterà a rinforzare il dominio del dollaro nel mondo, attraendo tra l’altro flussi di investimento verso gli Stati Uniti, nonostante che sul piano politico il Paese stia perdendo qualche colpo (Walker, 2025). La famiglia Trump, del resto, ha lanciato nel 2025 una serie di iniziative di criptovalute attraverso le quali, sia pure tra alti e bassi, sembra sia riuscita a guadagnare diversi miliardi di dollari.

La tendenza statunitense sottesa a tali movimenti è quella ad una privatizzazione e deregolamentazione spinta della valuta e dei mercati finanziari. 

Molto diverso appare l’atteggiamento cinese (Zhu Lanxu, 2025), (Grossi, 2025). In un recente incontro sulla lotta alla speculazione sulle valute virtuali, la Banca Centrale di Pechino, preoccupata dalla crescita della stessa speculazione cripto in Cina e dalle mosse di Trump, avendo già lanciato lo yuan digitale pubblico, ha dichiarato che intensificherà una politica proibizionista sul trading e sulla speculazione su bitcoin e criptovalute. Tali strumenti infatti  non possono circolare in Cina, ne essere usati sul mercato. 

G20, COP30, aiuti all’Africa

Due recenti vertici molto importanti, il G20 di e il G30 in Sud Africa hanno visto l’assenza dei rappresentanti degli Stati Uniti; del resto Trump non ama le assemblee di tutti i tipi, preferendo di gran lunga i rapporti bilaterali, situazione in cui può più facilmente prevalere sull’avversario. Invece la Cina ha afferrato l’occasione per presentarsi come sostenitrice di un ordine multipolare, della cooperazione internazionale, dei trattati ambientali, guadagnandosi maggiore fiducia dei paesi del Sud del mondo (Noci, 2025).

Poco tempo prima, mentre gli Stati Uniti bloccavano gli aiuti ai paesi africani, la Cina aboliva tutti i dazi nei confronti delle merci provenienti dai Paesi di tale continente.

Le esportazioni cinesi resistono a Trump

E’ noto come Trump, estendendo azioni già avviate dalle precedenti presidenze, abbia attivato forti azioni verso tutti i paesi del mondo sul fronte del commercio, imponendo loro dazi più o meno elevati, avendo di mira in particolare la Cina, non solo come rivale geopolitico, ma come Paese che godeva anche di larghi surplus negli scambi reciproci.

Pechino è riuscito a parare la mossa di Trump: è vero che le sue esportazioni verso gli Stati Uniti si sono ridotte in misura significativa, ma sono invece aumentate quelle verso altre destinazioni, dai Paesi dell’Asean a quelli dell’UE, tanto che alla fine complessivamente le sue esportazioni hanno continuato a crescere. Così nel periodo gennaio-novembre 2025 il surplus della bilancia commerciale cinese aveva battuto ogni precedente record, raggiungendo i 1.080 miliardi di dollari (più che nell’intero 2024), con le esportazioni che erano cresciute nel periodo intorno al 6%. E le previsioni sono per un’ulteriore crescita nel 2026.

Cosa può produrre la Cina in casa

E’ anche noto che la teoria dei vantaggi comparati messa a suo tempo a punto da David Ricardo e che tanto successo ha avuto sino ai nostri giorni prevede che ogni paese opera gli scambi con gli altri sulla base dei vantaggi comparati che ognuno possiede. Così conveniva che il Portogallo si specializzasse nella produzione del vino e lo scambiasse con i tessuti dell’Inghilterra; in tale modo ambedue i paesi ne avrebbero tratto vantaggio.

Come sottolinea un testo recente apparso sul Financial Times (Harding, 2025) su questo fronte la Cina ha ora un problema molto rilevante.

Non si tratta solo del fatto che la Cina abbia un crescente surplus commerciale con il resto del mondo, quanto semmai della prospettiva che tendenzialmente sarà sempre più in grado di produrre anche le cose che al momento importa, come semiconduttori, software, aerei commerciali, macchinari avanzati per la produzione. Non si capisce quindi, quando – fra un certo non lunghissimo numero di anni – essa riuscirà a produrre praticamente tutto in casa (ha tutti i progetti in atto per farlo), cosa potrà importare per bilanciare almeno parzialmente le cose. A quel punto il commercio internazionale del Paese risulterebbe in teoria impossibile.

Per ottenere di riequilibrare in qualche modo le cose ci sarebbero comunque diverse mosse possibili. 

La Cina dovrebbe intanto potenziare fortemente il mercato interno, cosa che non è riuscito a fare in misura adeguata almeno sino ad oggi, mentre un blocco come quello dei Paesi dell’UE dovrebbe riuscire ad elevare il suo livello di competitività e trovare nuove fonti di creazione di valore, come gli Stati Uniti hanno fatto sino ad adesso con la loro industria tecnologica. Evento peraltro improbabile, che se non portato avanti, condurrebbe ad un progressivo protezionismo. Inoltre presumibilmente la Cina potrebbe continuare a importare dai Paesi vicini prodotti semilavorati: sarà inoltre obbligata in ogni caso ad importare le materie prime necessarie alle sue attività (anche se le attività di riciclaggio dei materiali potrebbero ridurre anche questa fonte), mentre potrebbe anche spingere sugli investimenti diretti all’estero e sull’apprezzamento dello yuan.

C’è un altro aspetto della questione che non va certo sottovalutato. I surplus commerciali della Cina stanno diventando già oggi, con le loro grandi dimensioni, insostenibili per il resto del mondo e tendono a produrre una spinta nei vari paesi a erigere delle barriere protezionistiche (Prasad, 2025). A questo punto sembra che la Cina debba trovare una soluzione che non può che andare di nuovo in direzione della crescita dei consumi interni, di una spinta a spingere gli investimenti diretti per sostituire la produzione in loco, alle esportazioni e di nuovo dell’apprezzamento dello yuan.

Conclusioni

Con il passare del tempo appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, con quest’ultimo Paese che sembra tra l’altro più pronto a incontrare le aspettative del pianeta in termini ambientali, tecnologici, finanziari, nonché di un ordine mondiale più equo, mentre gli Stati Uniti sembrano sempre più chiusi in una logica di stretta adesione a quelli che appaiono i suoi più stretti interessi senza curarsi molto delle conseguenze delle loro azioni per il resto del mondo. Alla fine, il risultato effettivo delle decisioni di Trump è quello di accelerare la presa della Cina in particolare sui paesi del Sud; come scrive qualcuno, il presidente americano sta consegnando alla Cina e alla Russia gli strumenti per accelerare la disintegrazione dell’Occidente (Luce, 2025).

Questo non significa che il sistema cinese non abbia problemi, che vanno dalla elevata disoccupazione giovanile, ai deboli consumi interni e ad un livello di esportazioni sempre più insostenibile per il resto del mondo, nonché infine ad un livello di indebitamento elevato pubblico e privato. Nonostante questo, il 2025 è stato molto favorevole al Paese asiatico e le possibili previsioni per il 2026 sembrano ancora positive. In particolare stiamo assistendo ad una vera esplosione che sembra inarrestabile dell’innovazione tecnologica del Paese in molti settori.

Articoli citati nel testo

-Doshi R., The moment China proved it was America’s equal, www.nytimes.com, 19 novembre 2025

Editorial, The Guardian view on crypto’s latest crash: it reveals who pays the price for a failing economy, www.theguardian.com, 18 novembre 2025

-Global Times, GT voice: What does Silicon Valley’s rising use of AI models developed in China mean ?,  www.globaltimes.cn,  1 dicembre 2025

-Grossi G., Cina: nuovo attacco a bitcoin, crypto e stablecoin…, www.cryptovaluta.it.,29 novembre 2025

-Harding R., China is making trade impossible, www.ft.com, 26 novembre 2025

-Luce E., China’s escalation dominance over Trump, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Metz C., Tan E., In the A.I. race, Chinese talent still drives American research, www.nytimes.com, 19 novembre 2025 

-Noci G., G20 e COP30, la Cina colma il vuoto degli Usa, Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2025

-Prasad E., China’s $1tn trade surplus is a problem for Beijing – and the world, www.ft.com, 14 dicembre 2026

-Sandlund W., Investors bet on Chinese companies powering global AI build-up, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Surman M., Open source could pop the AI bubble – and soon, www.ft.com, 17 dicembre 2025

-Thornhill J., The US may be running the wrong AI race, www.ft.com., 4 dicembre 2025 

-Walker O., Stablecoin surge will preserve US dollar dominance, says Donald Trump Jr., www.ft.com, 1 ottobre 2025

-Zhou Lanxu, China tightens crackdown on virtual currency speculation, www.chinadaily.com.cn., 25 novembre 2025