L’accordo, ancora non ratificato ma voluto dalla Commissione con il decisivo sì di Meloni e il no di altri paesi tra cui la Francia, sostenuto dai socialdemocratici europei e brasiliani, si rivela gravido di rischi per gli standard agroalimentari, per i piccoli e medi produttori e persino sul piano geopolitico.
L’accordo UE-Mercosur, approvato a maggioranza qualificata dai Paesi membri dell’Unione, rappresenta un precedente senza pari nella storia commerciale europea: è il primo trattato passato senza consenso unanime nel Consiglio Ue, ma con l’opposizione di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, e l’astensione del Belgio. L’intesa che vincolerà, dopo 25 anni di negoziati, il mercato comune europeo all’area di libero scambio condivisa da Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, viene presentata dai suoi contraenti, e dai partiti socialisti europei e brasiliani, come un’alternativa strategica imperdibile nella fase attuale. Al punto tale che la Commissione vorrebbe farlo approvare provvisoriamente addirittura prima che il Parlamento europeo lo ratifichi.
Decisivo il sostegno della presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni che ha assicurato, dopo un iniziale rigetto, il voto determinante all’accordo dopo aver ottenuto dalla Commissione europea maggiori garanzie e un anticipo di 45 miliardi di euro sui fondi PAC 2028 già stanziati, per sostenere, tra due anni, eventuali perdite straordinarie del settore agricolo. Spaccando con l’alleata di Governo, la Lega, che ha mantenuto una posizione contraria allineata con molte delle organizzazioni agricole, Meloni ha dichiarato di aver scelto “una linea di buon senso a sostegno dell’agricoltura europea portata avanti con determinazione”. Al suo fianco Ursula von der Leyen, che ha difeso l’intesa come “risposta europea a un mondo sempre più ostile e caratterizzato da tensioni commerciali, tariffarie e geopolitiche”, insistendo sulla necessità di consolidare la presenza dell’UE in America Latina. In continuità con la linea sviluppista assunta non da ieri, anche i democratici europei e italiani hanno difeso l’accordo come economicamente vantaggioso e geopoliticamente necessario. Tuttavia, la maggioranza dei corpi intermedi nel loro ideale bacino elettorale e culturale, organizzazioni sindacali, ambientaliste, di cooperazione, indigene e ecclesiali, in Europa come nel Mercosur, ha affermato e confermato dopo il voto la propria radicale contrarietà a questa ennesima liberalizzazione senza rete.
I benefici economici promessi dalla Commissione, come la riduzione di circa 4 miliardi di euro dei dazi sulle esportazioni UE e l’espansione prevista degli scambi commerciali fino a 111 miliardi di euro, rischiano di rimanere puramente teorici, e incommensurabili rispetto anche alle sole conseguenze economiche sui prezzi interni, la redditività delle imprese e l’occupazione in Europa.
Il cuore della opposizione si concentra sui prezzi alla produzione agroalimentare. L’apertura del mercato europeo a carne bovina, pollame, zucchero, riso ed etanolo dai Paesi Mercosur comporterà una pressione immediata sui prezzi interni, stimata in una diminuzione del 3-5% per le filiere più sensibili, con effetti più marcati sulle aziende di piccola e media dimensione, già fragili per i costi energetici e normativi. Per il lattiero-caseario e per i produttori di vini e prodotti Dop/Igp, l’espansione del mercato può comportare un aumento della concorrenza e una riduzione dei margini, pur offrendo opportunità di accesso per le imprese più grandi a nicchie di alta qualità. Soprattutto, si continua a erodere la capienza del mercato europeo, che è l’unico mercato di sbocco per i più piccoli, con prodotti a prezzo più basso. L’impatto occupazionale stimato, combinando effetti diretti e indiretti, potrebbe tradursi in una perdita di 100.000-120.000 posti di lavoro in Europa, con l’Italia particolarmente esposta a chiusura di aziende familiari e riduzione di occupazione rurale.
Coldiretti ha sottolineato che “chi vuole esportare in Europa deve rispettare gli stessi standard produttivi, ambientali e sanitari”, e l’intero settore ha respinto l’anticipo dei fondi PAC e il fondo di crisi da 6,3 miliardi, perché non affrontano le criticità strutturali legate all’apertura del mercato e alla competizione con prodotti sudamericani ottenuti con costi inferiori grazie a standard produttivi e ambientali meno rigorosi. Se l’Italia è tra i Paesi europei che, con 900 mila controlli doganali sulle merci all’ingresso nel 2025, è tra i meno permeabili, nel perimetro dell’Unione nel sono stati controllati almeno i documenti di appena 82 carichi in entrata ogni milione: lo 0,0082% del totale. E il trattato, ‘semplificando’ i controlli reciproci, li ridurrà ancora di più tra le due parti.
Anche sul fronte ambientale e della sicurezza dei prodotti le criticità nei Paesi del Mercosur sono sempre più gravi. In Brasile, ad esempio, le recentissime leggi 15.190/2025 e 15.300/2025 hanno semplificato e indebolito le licenze ambientali per progetti “strategici” come trivellazioni petrolifere nella Foz do Amazonas, con incidenti confermati di fuoriuscita di fluidi di perforazione che hanno inquinato falde acquifere e campi. Lo Stato del Pará ha posticipato la tracciabilità obbligatoria del bestiame dal 2025 al 2030, prolungando il rischio sicurezza e qualità della carne esportata in Europa. Infine, l’avvenuta recente ritrattazione di studi scientifici sulla sicurezza del glifosato, pesticida utilizzato in quantità massicce nell’area del Mercosur, evidenzia ulteriori rischi per la salute pubblica e la qualità dei prodotti importati. Senza dimenticare che circa il 30% di erbicidi e pesticidi legali in quei Paesi da noi sono vietati da molti anni.
Per facilitare la firma del trattato, sul versante europeo, è stato concordato tra le parti il rinvio dell’applicazione della Direttiva europea Foreste (Eudr) per tracciare e colpire legname e derivati da deforestazione, ed è stato salutato positivamente l’indebolimento delle altre due leggi-quadro sulla Certificazione di sostenibilità (Corporate Sustainability Reporting Directive – Csrd) e sulla tracciabilità sociale delle filiere (Corporate Sustainability Due Diligence – Cs3d), che, nel quadro dell’operazione più generale delle cosiddette “semplificazioni” normative europee, ne stanno indebolendo gli standard di produzione e la loro effettiva verifica. Senza dimenticare che l’espansione dell’agribusiness nell’area amazzonica ne sta letteralmente soffocando gli abitanti, esposti, come ha dimostrato uno studio di Greenpeace Brazil, a un livello di emissioni e inquinamento dell’aria maggiore rispetto a quelli prodotti nelle grandi megalopoli del Sud.
Le organizzazioni della società civile ed ambientaliste europee, anche per queste ragioni, hanno criticato duramente l’accordo. Secondo Jean Blaylock della European Trade Justice Coalition “i leader europei stanno scegliendo di prioritizzare i profitti delle grandi imprese, a scapito di lavoratori e piccoli agricoltori, violando diritti indigeni e distruggendo la natura”.
Greenpeace e ClientEarth evidenziano aumenti prevedibili delle emissioni di gas serra e della deforestazione in Amazzonia, Cerrado e Pantanal, mettendo in contraddizione la narrativa climatica dei sostenitori del trattato. Le organizzazioni indigene denunciano che circa l’83% della biodiversità mondiale nelle aree amazzoniche e del Cerrado è minacciata dall’espansione agricola incentivata dal trattato, senza garanzie vincolanti sulla consultazione preventiva o sui diritti territoriali. Jan Königshausen della Society for Threatened Peoples ha sottolineato che l’accordo “esternalizza la distruzione ambientale e i conflitti sociali verso chi ha contribuito meno alle crisi, senza offrire protezioni reali”. I sindacati, tra cui Etuc e i coordinamenti del Cono Sur, confermano che il trattato non tutela adeguatamente i lavoratori e favorisce forme di dumping sociale: la pressione sui prezzi e la liberalizzazione possono ridurre salari e peggiorare condizioni di lavoro. I piccoli e medi produttori in Belgio, Francia, Polonia, Grecia, e anche in Italia, sono tornati a bloccare strade e città con i trattori, dimostrando che il dissenso sociale e politico non si è attenuato e che l’accordo rischia di generare tensioni durature. In un contesto in cui i cittadini reclamano maggiore tutela delle produzioni locali, dell’ambiente e dei diritti sociale, ciò che fa maggiore impressione a chi scrive è il sostegno compatto e senza sfumature dei socialdemocratici europei e nostrani a questo tipo di operazione. Sembrano voler rimuovere che alle elezioni europee del 2024 la partecipazione è stata poco più del 50 %, con quasi metà degli aventi diritto che non ha votato, segno di disillusione verso istituzioni percepite come lontane dalle preoccupazioni economiche e sociali della popolazione, soprattutto nei territori rurali.
Quasi più dei propri colleghi di centrodestra, i socialdemocratici rivendicano ragioni geopolitiche dipingendo l’accordo UEMercosur come una leva strategica per competere con la Cina e gli Stati Uniti sullo scacchiere globale. Ma sono proprio queste ragioni le più deboli e illusorie dell’intera operazione. La Cina è, infatti, attualmente, il principale partner commerciale del Mercosur, con una quota stimata di circa 26,7 % del commercio esterno del blocco nel 2023, oltre al legame politico cementato nei Brics col Brasile. Pechino mira a raggiungere 500 miliardi di dollari di scambi bilaterali entro il 2025, accompagnati da investimenti cinesi nella regione dell’ordine di 250 miliardi di dollari, ben superiore alla quota dell’Ue, che si attesta attorno al 16,8 % e degli Stati Uniti, che vantano circa 13,9 % del commercio del Mercosur, ma anche una presenza militare e strategica importante nell’area, a partire dal legame a doppio filo tra il presidente argentino Milei e il movimento Maga americano. In termini assoluti, il valore degli scambi tra UE e Mercosur nel 2024 ha superato i 111 miliardi di euro complessivi, di cui circa 55,2 miliardi di dollari in esportazioni europee verso il Mercosur, ma 56 miliardi di dollari in importazioni da esso. Questi numeri mostrano una relazione commerciale importante ma relativamente contenuta rispetto ai rapporti della Cina con l’area, dove l’Europa, pur essendo uno dei principali investitori esteri nel Mercosur con uno stock di circa 390 miliardi di dollari, non ha però tradotto questa presenza finanziaria in una parità di influenza rispetto a Pechino o, in larga misura, agli Stati Uniti.
L’idea che un accordo commerciale possa compensare questa disparità geopolitica ignora la natura strutturale dei vincoli economici: il reddito medio annuo nei Paesi Mercosur è relativamente basso, circa 10.000 dollari pro capite, e non indica una domanda sufficiente per sostituire in modo significativo i consumatori statunitensi o cinesi nei mercati di esportazione globali. In questo contesto, la firma dell’accordo rischia di triangolare l’accesso strategico dei grandi attori globali nel mercato europeo attraverso le proprie partecipazioni nelle economie del Mercosur, piuttosto che consolidare un vantaggio europeo: da un lato, gli Stati Uniti mantengono relazioni commerciali e tecnologiche stabili con importanti partner della regione, nonostante le oscillazioni di politica commerciale (come le imposizioni tariffarie statunitensi su alcune importazioni di prodotti agricoli brasiliani nel 2025); dall’altro, la Cina continua a rafforzare il suo ruolo come principale mercato di destinazione per molte esportazioni sudamericane, incluse materie prime e prodotti agricoli, riflettendo una presenza che supera quella dell’UE in termini di quota di scambi.
Inoltre, l’imporsi a livello globale di parlamenti e governi con orientamenti forti verso politiche neoliberali o negazioniste del clima si sta traducendo in tutto il mondo in standard di produzione e di rispetto dei diritti ambientali e sociali molto diversi da quelli che storicamente avremmo definito ‘europei’. Questo contesto mette in discussione la narrativa europea secondo cui l’accordo rafforzerebbe la capacità dell’UE di promuovere valori condivisi nell’area, anzi: sembra in misura crescente voler schiacciare sotto la realtà materiale della grande maggioranza delle merci in entrata nel mercato europeo, anche il ricordo della aspirazione a imporre una condizionalità ambientale e sociale alla circolazione di beni e investimenti nei nostri Paesi.
Le conseguenze di questa dinamica sono molteplici. Da un lato, l’accordo consegna alle grandi potenze economiche un accesso strategico ai mercati sudamericani attraverso l’intermediazione o la competizione con l’UE, senza che quest’ultima possa stabilire una posizione autonoma di influenza. Dall’altro, la liberalizzazione dei mercati rischia di indebolire la sovranità europea nella definizione delle proprie politiche agricole, sociali e ambientali, poiché l’apertura comporta vincoli a lungo termine che limitano la capacità di adottare misure protezionistiche o di sostenere standard elevati senza ripercussioni su altri segmenti dell’accordo.
In aggiunta, la procedura politica che ha portato all’approvazione dell’accordo — tramite maggioranza qualificata in Consiglio, senza consenso unanime — solleva preoccupazioni sulla legittimità democratica delle scelte di politica commerciale europee. Questo approccio riduce il ruolo dei Parlamenti nazionali e delle valutazioni democratiche su una materia di enorme impatto economico e sociale, creando un precedente per l’adozione di altri accordi strategici senza un pieno mandato politico condiviso. Tutti argomenti ai quali i socialdemocratici europei dovrebbero essere sensibili, ma che restano del tutto assenti sia dalle loro analisi, sia dal dibattito generale che oscilla tra l’eccitazione per dei presunti guadagni futuri all’emozione per vagheggiate comunanze ideali, consumate, in realtà, sulle macerie materiali di quegli antichi intenti.
Monica Di Sisto è responsabile dell’osservatorio italiano su clima e commercio Fairwatch




