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Finanza e politica. La guerra del potere

Potere finanziario e potere politico sono sempre più interconnessi; anche in Italia dove i grandi fondi americani controllano pacchetti di aziende quali Eni, Enel e Leonardo, entrano nel risiko bancario Mps-Mediobanca, orientano fondi previdenziali e dunque drenano risorse dai lavoratori italiani verso gli Usa.

I tempi di reazione della finanza sono diventati supersonici ed eterei, non solo nella tecnica degli scambi guidata dagli algoritmi, che ha sostituito l’antica concitata contrattazione di Borsa. A ogni dichiarazione politica di una certa rilevanza corrisponde in tempo reale una reazione uguale e contraria degli scambi. Il riflesso della politica sul mercato finanziario non è una novità. C’è sempre stato un filo diretto tra banchieri, mercanti e governanti, almeno fin dai tempi dei Fugger, che finanziavano papi e re. Ma oggi sta succedendo qualcosa di nuovo. I mercati finanziari mondiali si adeguano sempre più velocemente ai cambiamenti politici, mentre i Ceo dei grandi player finanziari premono come non era mai successo per entrare essi stessi nelle stanze dei bottoni. E fanno politica. Dall’altra parte la politica scommette sulla finanza per ottenere un suo tornaconto strategico. 

Gli attacchi di Trump (e di Stroppa)

Ieri (26 febbraio) Donald Trump ha attaccato l’Europa senza usare mezzi termini (“È nata per danneggiare l’America”) e ha pronunciato la parolina magica dei dazi al 25% sui beni europei esportati negli Usa. Oggi la risposta dei mercati finanziari europei che hanno aperto in territorio negativo: tutti gli indici sono in flessione, mentre Trump incassa un ridimensionamento degli investimenti in sostenibilità ambientale. 

Nello stesso giorno il portavoce in Italia di Elon Musk, Andrea Stroppa, ha strigliato i parlamentari di Fratelli d’Italia per aver votato con le opposizioni sulla questione bollente di Starlink. All’uomo di Musk non sono piaciuti gli emendamenti del Pd all’articolo 25 del Ddl, sul tema della salvaguardia della sicurezza nazionale e della discussione sul ritorno industriale per il Sistema Italia. Così prima ancora che il ddl Spazio cominci il suo percorso nell’Aula della Camera (il 3 marzo), è arrivata la strigliata di Stroppa al partito della Meloni: vi opponente? Bene, non cercateci più. Minacce che replicano quelle del suo capo che si mostra sempre infastidito contro chiunque osi instillare qualche dubbio sulle sue trovate geniali e sulla sua corsa vincente.

Più in alto del Pil

Ma quelli di Trump e di Stroppa sono solo due esempi recenti di un processo che diventa sempre più evidente. Non sono gli unici. La politica ha bisogno della finanza e viceversa, anche se il percorso non è lineare e le contraddizioni possono diventare pesanti. In ogni caso gli esiti sugli assetti democratici e sul “normale” funzionamento del mercato capitalistico sono inquietanti. In questo contesto assumono una centralità economica e politica i grandi fondi finanziari che gestiscono quote enormi di risparmio privato delle famiglie e hanno ormai patrimoni che superano abbondantemente il Prodotto interno loro di interi Paesi. Questo potere finanziario si trasforma spesso direttamente in potere politico e strategico. I fondi e le banche sono essenziali alla politica, ma il processo è diventato biunivoco. In Italia il fenomeno è ancora poco studiato anche se le notizie di cronaca ci offrirebbero parecchi spunti per approfondire. Vediamone alcune recenti. 

Dietro le quinte del risiko bancario

Nello scontro del risiko bancario in pieno svolgimento il governo Meloni – per sostenere l’operazione di Francesco Caltagirone con Monte dei Paschi di Siena nella scalata a Mediobanca – ha chiamato in soccorso il più grande fondo di risparmio gestito del mondo, l’americano BlackRock, che era stato precedentemente coinvolto nell’operazione Sace (anche se per ora l’accordo è stato smentito). I protagonisti del “rally Mediobanca” sono soprattutto gli investitori istituzionali. Dopo la presentazione dell’Ops (Offerta pubblica di scambio, che prevede in questo caso un concambio di 2,3 azioni Mps per ogni titolo di Mediobanca) il mercato ha ritenuto insufficiente l’offerta scommettendo su un rilancio. Nei giorni scorsi si era parlato perfino di un No del salotto buono della finanza italiana alle mire del governo e di Caltagirone. Non sappiamo come stanno davvero le cose, ma è certo che tutte queste operazioni politico-finanziarie hanno alla fine aperto il campo ai grandi fondi, sia quelli più speculativi, come gli hedge funds, sia a quelli che investono sui tempi lunghi e hanno in mano i portafogli di risparmio di milioni di cittadini americani ed europei. Nella partita Mediobanca e dintorni (si parla anche di Generali) tra i soggetti più attivi degli ultimi giorni ci sarebbero stati: Dimensional Fund Advisors, BlackRock, Vanguard e anche Jp Morgan. Sono in corso incontri ad alti livelli con i Ceo di queste Big. Capiremo probabilmente durante il mese di marzo come andranno le cose e chi uscirà vincitore dallo scontro. Ma è chiaro sin d’ora che i Big, in particolare le Big three della finanza americana, BlackRock, Vanguard e State Street, sono decisivi per molte delle partite aperte nel riassetto degli equilibri di potere in Occidente, come abbiamo verificato con le elezioni tedesche e con il coinvolgimento diretto nelle manovre politiche di un uomo d’affari come Elon Musk.

I padroni del mondo

Tirando le somme: possiamo dire che sono dunque loro, i fondi finanziari, i veri “padroni del mondo” come li ha definiti Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea all’Università di Pisa? Questi fondi che concentrano in poche mani la ricchezza mondiale (i loro 117 gestori controllano cinquantamila miliardi di dollari), sono diventati più importanti dei governi e dei parlamenti? Di questo tema si è discusso la scorsa settimana durante un incontro organizzato a Roma dal Circolo culturale Monte Sacro a proposito del libro di Volpi, “I padroni del mondo: come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024). A dialogare con Volpi, c’era il giornalista e sociologo Marco D’Eramo, che si occupa da anni di questi temi. Il suo lavoro più recente, Dominio, la guerra invisibile dei potenti contro i sudditi (Feltrinelli, 2023), è il racconto della costruzione della nuova egemonia della destra. Tra i due studiosi sono emerse valutazioni diverse sulla questione centrale del potere.

Le Big three

Secondo Alessandro Volpi non ci sono dubbi. I fondi finanziari, in particolare le Big three americane (BlackRock, Vanguard e State Street), sono diventati più forti degli Stati nazionali, e sono ormai decisivi nella tenuta delle monete e del debito pubblico. I grandi della finanza, attraverso un metodo rivoluzionario nel campo della gestione del risparmio dei cittadini, hanno assunto un peso determinante, che condiziona inevitabilmente anche le scelte politiche. Le Big della finanza americana hanno sfruttato abilmente la crisi finanziaria che, dopo la crisi del 2008, ha messo in ginocchio colossi bancari mondiali. BlackRock, in particolare, ha introdotto un metodo nuovo nella raccolta del risparmio, l’investimento “passivo”, che replica gli indici di Borsa attraverso l’uso di un particolare sistema di algoritmi (metodo Aladdin). 

Nella lampada di Aladdin

Questo sistema, sempre secondo Volpi, ha permesso una raccolta di soldi dei risparmiatori mai vista nella storia, perché i costi a carico dei cittadini-investitori sono ridotti rispetto a quelli richiesti dalle banche o da altri gestori finanziari. La grande quantità di soldi da investire è stata utilizzata per penetrare nelle economie nazionali, acquisendo quote azionarie delle principali società quotate in Borsa, e acquistando pacchetti consistenti di debito pubblico. In Italia, secondo lo studio di Volpi, i “cavalli di Troia” di questa penetrazione sono state le privatizzazioni. Così oggi le Big three americane sono presenti in tutti i campi dell’economia e di quello che una volta era lo Stato sociale. Dalla sanità alle banche, dalla società di gestione delle reti di comunicazione alle partecipate, alle multiutiliy. Basta dare uno sguardo al sito della Consob, la Commissione nazionale per le imprese e la Borsa, per verificare la presenza dei grandi fondi finanziari americani nelle principali aziende italiane – in Eni, Enel, Leonardo e nelle banche. Lo schema che vale per gli Stati Uniti, quello di una presenza capillare dei fondi nei pacchetti azionari delle principali società quotate, si replica anche qui da noi. Questo si traduce anche in potere politico?

Finanza “buona” e finanza speculativa

Marco D’Eramo, che ha studiato approfonditamente l’ascesa della destra americana, mette in guardia dalle eccessive semplificazioni. È vero che questi fondi hanno assunto una rilevanza finanziaria mondiale mai vista prima. Ma i loro gestori non avrebbero mire di controllo sulle società su cui hanno investito, e non è un caso che la partecipazione azionaria è minima, oscillando su percentuali quasi sempre al di sotto del 10%. I grandi fondi, e in particolare le tre Big di cui parla Volpi, sono anche strutturalmente molto diverse rispetto alla finanza speculativa vera e propria, quella appunto degli hedge funds e, oggi, dei bitcoin. I fondi speculativi, secondo D’Eramo – autore di un saggio sull’America di Trump pubblicato su “Limes” – non investono sui tempi lunghi, come fanno BlackRock, Vanguard e State Street; investono piuttosto su un’impresa per guadagnare sui rialzi di Borsa, e poi magari impongono ristrutturazioni selvagge (come nel caso di Kkr), che spolpano le aziende, determinando licenziamenti a catena, e così guadagnano ulteriormente dal crollo delle azioni. Insomma, speculazione pura. Ma allora che senso possiamo dare agli incontri recenti del governo italiano con i capi di BlackRock?

I lavoratori italiani finanziano Musk?

Se il dibattito sul ruolo effettivo della finanza nell’agone politico è ancora tutto aperto, sembra abbastanza chiara una tendenza che apre nuove contraddizioni nel campo del risparmio e in particolare in quello previdenziale. Secondo i dati della Covip, la Commissione di vigilanza dei fondi pensione, la gran parte degli investimenti dei fondi pensione dei lavoratori italiani emigrano verso la Borsa americana e i titoli di Stato statunitensi. Se venisse confermata questa tendenza, entrerebbe in crisi uno dei cardini delle riforme della previdenza complementare italiana, che prevedeva di utilizzare i soldi raccolti dal Tfr dei lavoratori per finanziare l’economia nazionale. Oggi siamo invece in una situazione paradossale. Da una parte, l’Italia e l’Europa intera si preparano a subire l’impatto dei dazi di Trump; dall’altra, i soldi risparmiati dai lavoratori per la pensione vanno a finanziare l’industria americana (in crisi profonda). Un paradosso: il lavoratore europeo, attraverso il suo fondo pensione, finanzia le azioni Tesla di Musk?

Il caso Apple

Insistiamo sulle notizie degli ultimi giorni. Apple, considerata da sempre una società dell’area dem americana, ha annunciato un investimento da oltre cinquecento miliardi di dollari negli Stati Uniti. Investimenti che vedranno la luce nel corso dei prossimi quattro anni, creando ventimila nuovi posti di lavoro. Apple ha deciso così di correggere il tiro. Questi soldi erano destinati a un mega-investimento in Messico. Poi, con la vittoria di Trump, la sterzata a favore della politica del tycoon che spinge per il rimpatrio delle produzioni industriali sul suolo nazionale. La notizia è interessante perché, da una parte, vediamo un colosso come Apple salire sul carro del vincitore (o comunque dare retta alle sue politiche), e, dall’altra, abbiamo un’ulteriore conferma che quella che era stata definita la “finanza democratica” dei fondi (contro la finanza più speculativa degli hedge funds e dei bitcoin) si accoda volentieri alla destra vincente, mettendo a disposizione le sue risorse. I principali investitori istituzionali di Apple sono infatti le Big three della finanza mondiale: Vanguard Group, BlackRock Inc. e State Street Corporation. 

Un altro diktat di re Trump

Ovviamente il mondo non è in bianco e nero. Le sfumature, quelle che una volta si sarebbero chiamare le contraddizioni interne al capitalismo, sono molte. Dopo il board anche gli azionisti di Apple hanno votato contro la cancellazione dei programmi di diversità e inclusione imposta dagli ordini esecutivi firmati da Donald Trump. Secondo i documenti relativi all’assemblea il 97% dei soci Apple ha votato contro la mozione anti-DEI del gruppo conservatore National Center for Public Policy Research. Non si è fatta attendere la reazione del presidente Usa, che ha urlato come nel suo stile: “Apple dovrebbe eliminare le regole DEI”. Punto e basta. E il titolo Apple ha cominciato a viaggiare in ribasso.

2025, l’anno della bolla AI?

Un’altra contraddizione. Il 2025 è, secondo diversi osservatori, un anno cruciale per gli investimenti in AI, i sistemi di intelligenza artificiale. Ma crescono al tempo stesso i timori per il possibile scoppio di questa nuova bolla determinata dalla super valutazione dei titoli delle principali società. Molti esperti parlano del timore che la bolla AI scoppi nel 2025 a causa di preoccupazioni di diverso tipo: le difficoltà che gli scambi con la Cina possono affrontate nel caso assai probabile che la nuova amministrazione americana decida di elevare nuove tariffe sull’interscambio dei prodotti di alta tecnologia e che ciò provochi reazioni sugli approvvigionamenti di materie prime essenziali di cui la Cina è tra i massimi esportatori. A queste preoccupazioni di tipo geopolitico, si aggiungono poi quelle degli investitori che faticano a giustificare moltiplicatori elevatissimi (rapporto valore azionario/valore delle vendite) dell’ordine di 40 (Nvidia) o addirittura 70 (Palantir). Al tempo stesso gli investitori cominciano a temere che il lungo ciclo di crescita delle quotazioni sospinto dalle attese di redditività di AI, sia vicino alla fase di esaurimento.

L’Occidente balla, le Borse orientali brindano

Il 2024 è stato un anno molto positivo per le Borse statunitensi e per quelle europee (Piazza Affari compresa). Dopo il ritorno del tycoon alla Casa Bianca dall’andamento dei mercati finanziari si comincia invece a percepire qualche problema. Il quadro di tensione tra Usa ed Europa, l’incertezza sull’Ucraina e lo scandalo degli spot di Trump su “Gazaland” hanno ricadute anche sulle scelte economiche. Al quadro d’insieme si deve legare anche la scelta strategica del governo di Pechino di disinvestire progressivamente dagli Usa. La Cina non è più la proprietaria, come si diceva un tempo, del debito pubblico a stelle strisce. Sicuramente si trattava di un’esagerazione, ma la cosa certa è che ormai la Cina è uscita dalla lista dei compratori di titoli di debito americano. L’obiettivo, insieme agli altri paesi Brics, è quello di scommettere sulla fine del dollaro come moneta di riferimento internazionale. In questi giorni, mentre le Borse americane ed europee soffrono, la Cina affronta la settimana in modo “tonico”, come dicono gli esperti. Tutte le borse cinesi sono in crescita. Fiducia dei consumatori in calo negli Usa e inasprimento dei dazi sono i problemi che i mercati occidentali devono affrontare. A trainare i listini in Cina, c’è invece la promessa della città di Hong Kong di trasformarsi in un hub di intelligenza artificiale, stanziando 1 miliardo di dollari locali (sono quasi 130 milioni di dollari Usa) per la ricerca e lo sviluppo dell’AI. È evidente che tutto questo pesa anche sulle dinamiche politiche. Come pesa l’aumento della volatilità dei mercati sull’economia reale. Volatilità e instabilità che saranno ulteriormente aggravate dalla crescita di un altro attore: il bitcoin su cui Trump e destra mondiale scommettono apertamente.