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Le foreste al mercato di Poznan

Lobbisti forti e governi deboli: nulla di fatto alla Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Ci si affida al mercato dei crediti di carbonio

Si è conclusa con un nulla di fatto la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, svoltasi a Poznan dall’1 al 12 dicembre scorsi. Tra le questioni centrali quella della gestione delle foreste e del mantenimento della biodiversità che contengono, discussa nell’ambito del negoziato sulla riduzione delle emissioni derivate dal degrado delle foreste (REDD), e l’istituzione di un meccanismo per il finanziamento degli interventi di adattamento e mitigazione nei Paesi del Sud, che oggi soffrono gli impatti più severi del cambiamento climatico pur avendo contribuito in maniera solo marginale alla generazione delle emissioni globali.

La presenza a Poznan dell’amministrazione uscente degli Stati Uniti non ha facilitato un avanzamento del negoziato, auspicato soprattutto dai Paesi del Sud in vista dell’appuntamento di Copenaghen del 2009, in cui i governi dovranno chiudere un accordo vincolante sulla fase post- Kyoto. La disillusione dei G77 è stata ben espressa in apertura dell’incontro di alto livello dell’11 dicembre dall’Ambasciatore di Antigua e Barbuda, John Ashe, che rappresentava a Poznan il gruppo dei G77 e della Cina, il quale ha dichiarato “Siamo arrivati a Poznan con sei aspettative, incluso quelle di rendere operativi il fondo per l’adattamento e quello per gli Stati più poveri, di ottenere una prima risposta alla proposta dei G77 e della Cina sui capitoli finanziamenti e tecnologia, pieni di buoni propositi e pronti a negoziare in maniera trasparente. Nessuna di queste aspettative è stata soddisfatta”.Il ritardo dei governi europei nel definire la propria posizione per Poznan ha rallentato irreparabilmente il negoziato, lasciando libero il campo al settore privato, presente a Poznan con circa 1.500 lobbysti (su un totale di 8.000 delegati), in prima linea nel cercare di garantirsi profitti dal controllo dei territori sconfinati delle foreste del Sud del mondo; e alla Banca Mondiale, ideatrice del meccanismo di sviluppo pulito (CDM) che attraverso il mercato dei crediti di carbonio avrebbe dovuto contribuire alla riduzione delle emissioni globali consentendo ai governi di acquistare crediti derivati da investimenti in progetti a basse emissioni nelle realtà del Sud.L’istituzione finanziaria di Washington ha presentato a Poznan la propria iniziativa per le foreste e, tra grandi contestazioni dei popoli indigeni, delle comunità contadine e della società civile di tutto il mondo, ha operato sistematicamente per fare sì che la Forest Carbon Partnership Facility divenisse il meccanismo di riferimento per finanziare il capitolo REDD del negoziato. Un approccio «business as usual» che vuole far rientrare anche le foreste nel mare magnum del mercato dei crediti di carbonio, che fino ad oggi non ha saputo garantire i risultati attesi. Un meccanismo da cui hanno beneficiato finora solamente la Banca Mondiale, che guadagna laute commissioni sulla compravendita di crediti, e i grandi inquinatori privati. Dal 1999 ad oggi, infatti, tra il 75 e l’85 per cento del portafoglio di crediti di carbonio gestito dalla Banca Mondiale ha finanziato industrie nel settore chimico, del ferro, dell’acciaio e del carbone, perpetrando un modello di produzione energivoro ed estremamente inquinante, mentre meno del 10 per cento dei fondi a disposizione è stato investito in progetti di energie rinnovabili a diretto beneficio dei più poveri.

Applicare lo stesso meccanismo anche al delicato ambito della gestione delle foreste non può che aggravare la situazione del Pianeta, aggiungendo un ulteriore elemento di conflitto nella lotta globale per la gestione delle risorse. A Poznan è stata molto forte la protesta dei rappresentanti delle comunità indigene, escluse dal negoziato e dall’iniziativa della Banca Mondiale, disegnata senza nemmeno aver consultato quelle stesse popolazioni indigene che dalle foreste dipendono. Oltre 140 organizzazioni della società civile internazionale hanno presentato una dichiarazione che chiede ai governi di escludere la Banca Mondiale dai negoziati sul clima, inscenando fuori dal padiglione fieristico dove si svolgevano i negoziati una parodia della distruzione ambientale causata dagli investimenti nel carbone della Banca Mondiale. Nell’ultimo anno l’istituzione multilaterale di sviluppo più grande al mondo ha aumentato del 94 per cento il sostegno al settore estrattivo, e del 256 per cento i propri investimenti in grandi centrali a carbone nel Sud del mondo, confermando la propria incapacità di proporre soluzioni innovative per una transizione efficace verso un’economia a emissioni zero. Allo stesso tempo, i banchieri di Washington cercano di ottenere un ruolo centrale nella gestione dei finanziamenti globali per il cambiamento climatico, con l’istituzione di un pacchetto di fondi fiduciari sul clima che verranno per lo più utilizzati per sussidiare la costruzione di grandi centrali a carbone. Una contraddizione inaccettabile che deve essere affrontata se la comunità internazionale vuole portare a casa un risultato positivo dal negoziato a Copenaghen, a partire dall’istituzione di un meccanismo finanziario gestito dalla Conferenza delle Parti e finanziato secondo responsabilità uguali ma differenziate, gestito secondo principi di equità e trasparenza e che garantisca il finanziamento degli interventi contro il cambiamento climatico per i Paesi del Sud. Il tutto senza l’influenza della Banca Mondiale.

Nella foto:azione di protesta degli ambientalisti a Poznan. Per vedere il video dell’azione, clicca qui:

http://www.youtube.com/watch?v=YYrVTs6zFY4&feature=channel_page <http://www.youtube.com/watch?v=YYrVTs6zFY4&feature=channel_page>

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