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Drammi e (tanta) retorica

La retorica nazionale e europea sui giovani disoccupati: se le prospettive di vendita non si espandono, le imprese non hanno ragione di assumere personale, aldilà di un fisiologico turnover

Non so di cosa affogheremo prima, noi europei e noi italiani in particolare: di crisi o di retorica sulle possibilità di uscire dalla crisi. La retorica che viene usata dal governo e dalla Eurocrazia nasconde i problemi, e quindi anche le possibilità di porvi rimedio, sicché è opportuno aprire delle riflessioni.

Il premier Letta mostra sempre più di essere un campione di questo tipo di retorica. Ecco cosa dichiara tra una riunione a Parigi e un intervento all’assemblea del Coni (dove non manca di stigmatizzare i comportamenti della Nocerina calcistica): ”Dopo la conferenza di Berlino a luglio, la conferenza di Parigi oggi, e l’annuncio della terza a Roma, l’anno prossimo, è il segno che l’Europa ha finalmente messo la lotta alla disoccupazione giovanile al centro delle sue preoccupazioni … è una vittoria che consideriamo nostra …”.

Che c’entra il portare a Roma il prossimo vertice con la possibilità di fare qualcosa per i giovani? E poi, è davvero possibile fare qualcosa per i giovani come dicono gli esponenti europei in un quadro in cui non appare possibile fare qualcosa per la disoccupazione in generale a causa dell’eccesso di vincoli comunitari e delle pessime capacità diagnostiche della Germania?

La disoccupazione giovanile è solo un aspetto della disoccupazione senza aggettivi

Il punto è che la disoccupazione giovanile non è che un aspetto particolare della disoccupazione senza aggettivi; è il manifestarsi di una sorta di ingorgo all’ingresso nel mercato del lavoro dovuto a forme varie di eterogeneità dei lavoratori. Fare qualcosa per i giovani senza poter fare qualcosa per la disoccupazione totale implica redistribuire uno stock di posti di lavoro dato tra soggetti diversi: agevolarne alcuni significa necessariamente discriminarne altri.

Non ho dubbi sul fatto che la disoccupazione dei giovani sia un fatto gravissimo per il paese in termini di spreco del capitale umano, un capitale che non si completa se non sul lavoro e che si deteriora in assenza di esercizio. E soprattutto non ho dubbi sull’enormità del danno che si genera in termini di sofferenza, di caduta di fiducia e di speranza, in termini di riproduttività demografica; tutti elementi che possono ulteriormente generare derive politiche ancora più insensate di quelle correnti. E pur tuttavia non mi sento di dire – e dubito che altri se la sentano – come distribuire le opzioni di lavoro. E questo spiega almeno in parte perché governi ed eurocrati preferiscano non dire la verità.

D’altra parte se oggi in Europa non appare praticabile una politica per lo sviluppo a maggior ragione una riduzione generalizzata della durata del lavoro non appare politicamente praticabile. Anzi, la ricetta che viene raccomandata al fine di divenire più competitivi è che i lavoratori occupati lavorino di più a parità di remunerazioni. La situazione appare quindi con ben poche speranze, ove si pensi che tutte le ricette più autorevoli e credibili per uscire dalla crisi vanno in direzione opposta. Il recupero di competitività è cosa diversa dalla riduzione delle remunerazioni, richiede innovazioni e politiche dell’offerta, di cui quelle basate sul miglioramento del capitale umano sono il pilastro. Ma si tratta di politiche che richiedono tempo per essere attivate ed avere effetti, come tutte le spese di investimento. Ma l’idea di modulare le politiche dal punto di vista temporale è ricetta troppo complessa per gli affannati eurocrati.

Il mix di buone idee e di retorica del Ministro del lavoro

In questo senso l’unica buona idea mi sembra quella accennata dal nostro ministro del Lavoro, ma stranamente non molto enfatizzata né dai media né da Letta: ‘La crisi ha fatto perdere molto capitale umano: è su quello che serve uno sforzo speciale, altrimenti il potenziale di crescita resta basso. Mentre si è già convenuto che gli investimenti in infrastrutture fisiche siano esclusi dal computo del deficit, proporrei una riflessione sull’opportunità di fare la stessa cosa con gli investimenti in capitale umano.” Il ministro ha qui ragione da vendere perché il tener fuori dal vincolo le infrastrutture fisiche e non le spese per scuola e università discende solo da una mera dabbenaggine classificatoria, purtroppo consolidata, per cui le spese per conoscenza e cultura vengono considerate spese per consumi pubblici, e non per investimento.

Dove purtroppo anche il ministro scivola nella retorica è quando si espone a quantificare gli effetti positivi delle politiche italiane in atto, il cui perno è la concessione di benefici alle imprese che accendono rapporti di lavoro a tempo indeterminato con giovani. Il ministro dice, ad esempio, che “a fine ottobre le domande sono risultate circa 14.000 (di cui 5.300 nelle regioni del Mezzogiorno), un valore che, se estrapolato ai prossimi 20 mesi di vigenza dell’incentivo, appare del tutto coerente con le circa 100.000 assunzioni complessivamente finanziabili con gli 800 milioni stanziati per il triennio 2013-2015”. Tuttavia egli non articola il dato dei 14000 distinguendo quante di queste domande si riferiscono a trasformazioni di precedenti rapporti di lavoro (precari, di apprendistato, di somministrazione, ecc.). Se l’avesse fatto avremmo una vaga idea della portata delle assunzioni che potrebbero essere addizionali. È chiaro infatti che non tutte le domande corrispondono a posti di lavoro che non sarebbero esistiti in assenza degli incentivi. Vi è sempre un assorbimento fisiologico di giovani per sostituire quelli che escono dal bacino occupazionale, ciò che fa sì che la maggioranza di giovani sia, fortunatamente, occupata.

Non è quindi opportuno parlare con sicurezza di occupazione addizionale, fermo restando che l’accensione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato costituisce un evento positivo sul piano della qualità e della produttività.

La retorica europea e lo schema di Youth Guarantee

La retorica nostrana, peraltro, è molto meno grave di quella eurocratica, che si gioca sullo schema europeo Garanzia Giovani. Questo schema prevede: “Gli Stati membri dovrebbero assicurare che, entro quattro mesi dal completamento del percorso scolastico o dall’inizio della disoccupazione, i giovani ricevano un’offerta qualitativamente buona di occupazione, proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio”. Gli strumenti previsti sono vari, dall’orientamento ai corsi di formazione agli stage a percorsi di alternanza. Linea guida esplicita è quella di far circolare le best practices a livello internazionale, da un lato attingendo dalle esperienze passate, dall’altro prevedendo uno scambio di informazioni sulle pratiche che nasceranno dal programma. I fondi sono riservati ai paesi nei quali il tasso di disoccupazione giovanile supera il 20%. La Commissione europea preme perché questi paesi predispongano i piani di utilizzazione entro la fine di quest’anno. Questo schema è forse il maggiore, e al contempo il più crudele e pericoloso esempio di retorica che si potesse immaginare.

Le azioni previste non vanno al di là di un modesto pacchetto di strumenti per gestire il passaggio scuola-lavoro. Di tali strumenti si parla in Europa da decenni. Esiste una struttura europea autonoma, il Cedefop, che li ha sempre studiati, cercando al contempo di fare attività di promozione e di benchmarking al fine di diffondere nel tempo le best practices, anche con qualche successo. Si tratta cioè di comportamenti che avrebbero dovuto divenire fisiologici e che non lo sono divenuti laddove, come in Italia, non vi è stata una sensibilità sufficiente. Si tratta in altri termini di uno dei tanti tasselli dei quali consta qualsiasi normale “politica dell’offerta”. Tasselli, tuttavia, che si costruiscono (o si importano e adattano) nel corso di molti anni e che invece ora la Commissione, nel panico, pretende siano messi a regime in pochi mesi.

Lo stesso discorso dell’assorbimento delle best practices –non privo di qualche fascino- viene in tal modo ridicolizzato. Bastino pochi esempi. Vi sono paesi europei che dagli anni 1970 agli anni 1990 hanno praticato, sperimentato, fatto evolvere sistemi di istruzione superiore tecnica, seguendo modelli diversi ma che hanno in comune la valorizzazione a livello di educazione superiore del patrimonio professionale accumulato nei licei tecnici, insieme al recupero di competenze universitarie. L’Italia si è astenuta dall’intraprendere un tale percorso, inventandosi, perfino tardivamente, i diplomi professionalizzanti interamente gestiti dalle università. Sostanzialmente un fiasco!

Quanto alla formazione professionale secondaria basti pensare agli anni che ci sono voluti per gli adattamenti del modello tedesco di formazione duale nei paesi nordici e alla sperimentazione di tutto ciò che in Francia ha ruotato intorno alla impôt d’apprentissage. È forse per nascondere questo spessore problematico che nei documenti ufficiali si enfatizza l’esperienza finlandese e, in tono minore, quella austriaca, senza alcuna riflessione sulle specificità di questi paesi, a cominciare dal loro scarso peso demografico.

Intendiamoci. Le cose che vengono proposte nello schema rientrano in quelle che andrebbero fatte comunque (ed è meritorio cercare di farle anche in Italia), ma andrebbero fatte, con il tempo e le spese necessarie, come parti, complementari ad altre, di politiche strutturali che agiscono sulla capacità di produrre, vendere e innovare. È anche giusto che gli stati dove il tasso di disoccupazione giovanile è più alto mostrino ai giovani di non averli completamente lasciati a se stessi. Ma il problema è che lo schema è stato “pompato” come qualcosa che serve per alleviare il problema della disoccupazione giovanile.

Il grande inganno

Si assiste così ad un inganno sul piano analitico e, sul piano fattuale, ad una ennesima fonte di frustrazioni; a qualcosa che rischia di divenire una vera e propria crudeltà nei confronti dei giovani coinvolti, nella misura in cui li si illude che, partecipando allo schema, aumentano le loro probabilità di trovare lavoro rispetto a quanto sarebbe successo in assenza dello schema. Falso. I possibili miglioramenti sono inesistenti o di portata marginale, impari rispetto alle dimensioni del fenomeno.

Se le prospettive di vendita non si espandono le imprese non hanno infatti ragione di assumere personale, al di là di un fisiologico turnover. Soprattutto non hanno ragione di farlo solo perché un giovane è stato “curato” variamente dai servizi per l’impiego. La cosa è tanto evidente che l’Economist del 20 luglio, sostenendo che senza sbocchi adeguati le imprese non occupano, arrivava a titolare l’articolo sullo schema come “Guaranteed to fail”, evidenziando al contempo come fosse stato voluto dalla Signora Merkel (“When Angela Merkel declares something to be a priority in the euro zone, the region’s policy machinery steps up a gear”).

La grande illusione sulla possibilità di agire sulla disoccupazione giovanile nasce dal fatto che in vari documenti, sia pure in modo relativamente ambiguo, lo schema viene prospettato come capace di migliorare la situazione della disoccupazione giovanile. Il ragionamento seguito dagli Eurocrati è in ogni caso due volte contraddittorio. Da un lato, e senza alcun fondamento, si dà per scontata la capacità dello schema di generare occupazione addizionale. Dall’altro, al fine di riuscire a giustificare la misera spesa di sei miliardi di Euro in tre anni, si fa una stima dei costi della disoccupazione giovanile, costi che vengono valutati al 2011 nell’ordine di 153 miliardi di Euro l’anno, cioè dell’1,21% del PIL europeo. (http://ec.europa.eu/social/keyDocuments.jsp?policyArea=101&subCategory=1036&type=0&country=0&year=2012&advSearchKey=Staff+Working+Document+Youth+Guarantee&mode=advancedSubmit&langId=en ).

Il tutto ha indubbiamente qualcosa di grottesco. Si dà arbitrariamente per certo un effetto occupazionale positivo. Al contempo non si capisce perché, se il costo dell’inazione è dell’ordine di 150 miliardi l’anno e se davvero si pensa che lo schema sia in grado di far diminuire la disoccupazione giovanile, non sia stata stanziata una cifra dello stesso ordine di grandezza del danno dell’inazione. Anche se si tiene conto dei finanziamenti del Fondo sociale europeo e della BEI, che pare portino la disponibilità totale per un triennio a 43 miliardi, è chiaro si sta parlando di cifre che pesano per il 10% del danno stimato.

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