Contro gli sgomberi, la Rete dei gruppi di Teatro dell’Oppresso della Grecia, esprime solidarietà a Spin Time Labs di Roma. E ricorda l’importanza degli spazi autogestiti in Italia, che hanno plasmato pratiche artistiche e di teatro sociale dagli anni ’70 ad oggi e contribuiscono a formare cittadini non omologati.
La Rete dei Gruppi di Teatro dell’Oppresso della Grecia, composta da gruppi di tutta la Grecia, che utilizzano il Teatro dell’Oppresso come strumento di azione politica e sociale, esprime la propria solidarietà concreta a Spin Time Labs di Roma, di fronte all’imminente minaccia di sgombero.
Spin Time fa parte di una lunga catena storica di spazi sociali e abitativi autogestiti in Italia che, dagli anni Settanta a oggi, sono stati determinanti per la nascita e la diffusione del teatro sociale e del Teatro dell’Oppresso. Spazi come il Leoncavallo (1975–2025) a Milano e l’Askatasuna (1996–2026) a Torino hanno plasmato pratiche artistiche e modalità di vita collettiva, partecipazione politica e cittadinanza attiva.
Il teatro sociale dei centri urbani italiani occupa una posizione cruciale nella storia mondiale del teatro, non solo come tendenza artistica alternativa, ma come campo generativo di un nuovo paradigma della pratica teatrale, che ha influenzato profondamente molti paesi e si è intrecciato in modo creativo con il Teatro dell’Oppresso e il teatro popolare. Dalla fine degli anni Sessanta e soprattutto nel periodo 1970–1990, nel contesto delle lotte operaie, dei movimenti studenteschi, del femminismo e della contestazione delle istituzioni, il teatro in Italia è uscito dalle scene ufficiali e si è insediato in fabbriche, quartieri, centri sociali, occupazioni e spazi autogestiti. È lì che è nato il teatro sociale, non come “teatro per gruppi vulnerabili”, ma come teatro dentro la società e insieme alla società.
Gli spazi sociali occupati e autogestiti sono, di fatto, forme di welfare sociale, luoghi di riflessione politica, capaci di promuovere un approccio pedagogico e inclusivo alla comunità, sia attraverso l’accoglienza dei migranti sia garantendo spazi sicuri per le donne e gli uomini del quartiere.
Attraverso lo sgombero violento di questi spazi, non viene colpito lo spazio come infrastruttura materiale, ma lo spazio come Scuola. Viene preso di mira il cittadino creativo e attivo che nasce all’interno di questi luoghi – ed è questo il vero nodo in gioco, tanto in Italia quanto in Grecia.
I centri sociali autogestiti, le occupazioni storiche e gli spazi di teatro sociale e politico hanno funzionato come scuole informali di democrazia ed autonomia. In contrasto con il cittadino prodotto dalle finestre televisive dei talk show, dai meccanismi di partito o dalla contrapposizione partitica in Parlamento, in questi spazi si è formato un soggetto che non è stato educato a delegare, ma a partecipare; non a consumare cultura, ma a produrla; non a obbedire in silenzio, ma a co-costruire, dissentire, entrare in conflitto creativo e comporre.
Questa figura è percepita come una minaccia perché mette in discussione il modello dominante di governance e di organizzazione sociale, fondato sulla delega (a esperti, istituzioni, leadership), sulla depoliticizzazione della vita quotidiana, sulla frammentazione e l’individualizzazione, sul consumo passivo di arte, informazione e identità.
Il tipo di cittadino che nasce in questi spazi impara ad assumersi responsabilità, a portare avanti progetti collettivi, a gestire i conflitti senza che la comunità si disgreghi, a mettere il proprio “io” in negoziazione con il “noi”. Produce narrazione, concetti, memoria e immaginazione – elementi pericolosi per qualsiasi sistema che desideri cittadini prevedibili, silenziosi e gestibili.
In Grecia e in Italia, paesi con forti tradizioni di movimenti sociali ma anche con profonde ferite di autoritarismo, questa figura destabilizza. Non rientra facilmente né nella normalità statale né nel mercato. Non chiede permesso per esistere, né protezione per tacere. Rivendica spazio, tempo e parola.
Per questo vengono colpiti gli spazi come scuole di vita e di cittadinanza. Non perché violano la legge, ma perché ricordano che la politica non è delega, spettacolo o strategia individuale di sopravvivenza, bensì partecipazione, progetto collettivo di vita, di cultura e di cura sociale.
Attraverso molteplici azioni di teatro sociale e di Teatro dell’Oppresso, gruppi di cittadini, facilitatori e facilitatrici, artisti e artiste provenienti da diversi paesi – tra cui membri della Rete dei Gruppi di Teatro dell’Oppresso della Grecia – abbiamo cercato di contribuire alla costruzione di una cultura del dialogo. Il nostro obiettivo era la creazione di uno spazio realmente democratico e partecipativo, di una comunità teatrale che riflette, mette in discussione e si trasforma, attivando la saggezza collettiva e l’esperienza delle persone che la abitano e la attraversano.
La criminalizzazione di Spin Time si inserisce in una più ampia campagna di penalizzazione degli spazi sociali e abitativi, in Italia come in Grecia, in nome di una presunta “legalità neutra”. Ma la legalità, quando viene separata dalla giustizia sociale, si trasforma in uno strumento di repressione della solidarietà e della reciprocità.
Difendiamo Spin Time come spazio antifascista, aperto e inclusivo. La difesa di Spin Time è la difesa di un’altra idea di città: una città che non è governata solo dall’alto, ma costruita quotidianamente dal basso, attraverso comunità che si assumono la responsabilità della propria vita. La polis.
Dichiariamo il nostro sostegno alle persone di Spin Time e a tutte le collettività che lottano per il diritto alla città, all’autogestione e alla cultura. Senza spazi come questi non può esistere né il teatro sociale né un cittadino attivo, responsabile, creativo, libero e solidale.




