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Un ricordo di Valentino

Sono stati intellettuali e politici come Valentino Parlato ad avere portato avanti per diversi decenni, e pur tra mille difficoltà, un’idea di cambiamento radicale della società

Non posso dire di aver conosciuto molto bene Valentino Parlato, ma lo ho comunque incontrato diverse volte nel corso di alcuni decenni.

Non ricordo chi me lo aveva presentato, forse Eugenio Peggio. La situazione economica e finanziaria de Il Manifesto è stata, come è noto, sempre abbastanza precaria e le prime volte che egli ha chiesto di vedermi era per domandami una valutazione della situazione finanziaria del giornale e per chiedermi cosa, secondo me, si poteva fare.

In un’occasione in cui i conti erano particolarmente critici, gli suggerii, tra l’altro, di vendere l’immobile di proprietà, cosa che poi mi sembra fecero, non so se solo per il mio suggerimento o anche per quelli di qualcun altro, come appare plausibile. Ma naturalmente, dopo un periodo in cui le cose migliorarono, ritornarono poi le difficoltà.

Sui perché della eterna precarietà economica del giornale si può fare riferimento da una parte alla mancanza quasi totale di pubblicità da parte del mondo delle imprese (tra l’altro, la Confindustria aveva fatto girare la parola d’ordine “niente soldi al Manifesto”), ma dall’altra, plausibilmente, anche alla decisione politica di mantenere al lavoro nel giornale molte più persone di quanto fosse necessario.

Si può, a questo proposito, ricordare che anche le difficoltà dell’Unità, secondo quanto immagino, erano dovute alla decisione sempre politica di coprire tutto il territorio nazionale con la distribuzione quotidiana, ciò che comportava costi altissimi, oltre che quella di mantenere redazioni troppo allargate rispetto alle risorse disponibili. Ma comunque le casse del partito avevano una ben altra capienza di quelle del Manifesto.

Più in generale, quello del rapporto tra la sinistra e i conti è quasi sempre stato un problema non risolto (le ragioni storiche sono evidenti, anche se esse non assolvono del tutto dalle colpe), come, se vogliamo, è apparso chiaramente anche nell’ultimo periodo con l’andata al governo di diversi governi orientati a sinistra in America Latina. Certo, esso non era peraltro l’unico problema e forse neanche quello più importante, sia nel caso dell’Italia che del continente sudamericano, ma esso condizionava e condiziona tuttora in maniera rilevante la situazione.

Già Luigi XIV diceva l’intendance suivra, ma questa parola d’ordine non funzionò neanche ai suoi tempi e il Re Sole, anche per mancanza di denaro, nella seconda parte della sua vita perse pressoché tutte le guerre.

La necessità di soldi spinge poi anche ad atti in qualche modo imbarazzanti e si sa che Parlato raccolse delle risorse anche da qualche fonte bancaria su cui si potrebbe forse discutere (si trattava di un istituto che dava soldi ai rappresentati di tutte le forze in senso largo politiche), ma è importante ricordare, d’altro canto, che il giornale non si fece molto condizionare da tali finanziamenti.

Forse diversi anni dopo i nostri peraltro brevi incontri sul tema dei consigli finanziari, sempre su sua richiesta cercai di aiutare il giornale questa volta nella ricerca di un po’ di risorse pubblicitarie, che scarseggiavano come sempre; così in particolare presentai Valentino Parlato all’allora presidente di Unipol, Cinzio Zambelli, un uomo buono; qualcosa da quella parte mi sembra che sia poi arrivato nel corso del tempo. Ma certo non è con la pubblicità che il giornale si regge ancora oggi.

Ricordo anche che di nuovo l’Unità non era messa molto meglio su questo fronte e per lunghi periodi sulle sue pagine apparivano quasi soltanto la pubblicità di una cooperativa di Reggio Emilia ora fallita e quella di una piccola azienda di abbigliamento, anch’essa poi sostanzialmente liquidata. Ma l’assenza di finanziamenti da parte degli “imprenditori” non è certo motivo di vergogna, anzi.

I due episodi sopra ricordati confermano pienamente quanto si è letto in questi giorni sul ruolo di Valentino nel giornale, che era appunto anche quello della persona che affrontava e risolveva i problemi delle emergenze finanziarie e di altro tipo. Probabilmente egli era il più qualificato per farlo, avendo una certa competenza economica; una volta, discutendo con lui, mi sono accorto che conosceva in una certa misura anche diverse questioni economico-aziendali, cosa molto rara per un politico e un giornalista di sinistra, avendo tra l’altro egli lavorato per qualche tempo, se ricordo bene, in una società internazionale di progettazione ed engineering.

In un’altra occasione, infine, probabilmente in occasione dell’ennesima ristrutturazione interna, mi chiese di entrare a far parte del consiglio di amministrazione del quotidiano. Ne parlammo alcune volte nel corso di qualche settimana; il mio nome gli era stato anche suggerito da un qualche personaggio della finanza milanese con cui manteneva rapporti abbastanza assidui e che conoscevo anch’io; egli stesso sembrava comunque molto convinto della scelta. Ma, stranamente, ad un certo punto egli sparì dalla mia vista e non mi parlò più della questione. Forse, avendoci il gruppo dirigente del giornale ripensato, era molto imbarazzato a dirmelo. O forse, allora come adesso, i rapporti interpersonali sono in genere a sinistra spesso piuttosto bruschi.

Comunque da allora non ci siamo, che io ricordi, più incontrati. Avendolo incrociato di recente alcune volte per strada o in qualche convegno non mi ha più riconosciuto ed io non ho osato disturbarlo.

Un errore che gli si può forse rimproverare per quanto riguarda le questioni finanziarie è la sua ammirazione per Cuccia, ammirazione che egli del resto condivideva con molti esponenti del partito, che in generale poi guardavano positivamente anche all’operato di un personaggio come Guido Carli. C’era, più in generale, a sinistra quasi una riverenza verso i protagonisti della finanza del nostro paese, cosa per me già allora discutibile.

Si trattava in realtà, con Cuccia e Carli, di due personaggi che, a mio parere, hanno contribuito in qualche modo, nel loro ambito, nel fare dell’economia italiana la cattiva cosa che oggi in buona parte essa è.

Così ad esempio Cuccia, con tutta la sua intelligenza e la sua cultura, ha portato avanti l’opera di salvare le grandi famiglie del capitalismo italiano, invece di aiutare a far crescere le imprese nel loro livello tecnologico e organizzativo, nonché nella conquista dei mercati mondiali. I risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Una volta Parlato mi sorprese con il giudizio che egli dava della figura di Sindona, giudizio che io accettavo con qualche riserva, ma che appariva di rilevante interesse. Secondo lui, il caso del banchiere siciliano era quello di una grande mente della finanza che era stata spinta verso il mondo del crimine dal fatto che l’establishment finanziario italiano, in effetti molto chiuso ed esclusivo, lo aveva totalmente respinto.

Questo è tutto quello che posso dire sui miei incontri con Valentino e sui suoi rapporti a me noti con il mondo della finanza.

Da tali incontri mi è comunque rimasto il ricordo di un uomo intelligente, molto equilibrato, aperto al dialogo e curioso di tutto, pur nella saldezza delle sue convinzioni; si tratta peraltro di caratteristiche già ricordate in questi giorni da molti commentatori che lo hanno conosciuto meglio di me.

Su di un piano più politico, va soprattutto ricordato che persone come lui e come tutto il gruppo storico del Manifesto hanno fatto parte di una vasta schiera di intellettuali e politici che hanno portato avanti per diversi decenni, pur tra mille difficoltà, un’idea di cambiamento radicale della società; purtroppo forse non sono riusciti a trasmettere tale idea in maniera diffusa, non certo per colpa loro ma per i limiti oggettivi della situazione, alle generazioni successive. Oggi ci troviamo così di fronte ad una crisi grave della sinistra, che, tra l’altro, pur in una situazione che sarebbe per molti versi favorevole, non riesce a decifrare correttamente i codici del nuovo che avanza, mentre le persone come Valentino Parlato che potrebbero aiutare a farlo sono piuttosto rare, almeno da noi.

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