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Tisa, libertà di finanza

Crack 2.0/L’obiettivo principale dell’Ue è la deregulation dei servizi finanziari. Ma il governo Usa, dopo la crisi dei derivati, è più prudente

I grandi esportatori di servizi – il serbatoio in crescita di posti di lavoro dove si genera il 70% del Prodotto interno lordo globale – con in testa l’Europa e gli Stati Uniti, è da oltre 15 anni che premono sull’Organizzazione mondiale del commercio perché i confini dell’accordo generale che li regola attualmente (General Agreement on Trade in Services o Gats) venga forzato e i servizi vengano sempre più liberalizzati, a partire dagli investimenti. In quella sede, però, i paesi emergenti con alla guida Cina, India e Brasile hanno più volte fatto saltare il banco, dalla ministeriale di Seattle in poi, per impedirlo. Capitalismi di stato come quelli non possono sopportare, infatti, una sottrazione estrema della sovranità statale sulla gestione dei servizi come quella prefigurata dalle proposte di Europa e Stati Uniti.

Nonostante in pubblico, però, soprattutto l’Ue continui a professarsi convinta multilateralista, per aggirare l’ostacolo innanzitutto ha condiviso con gli Stati Uniti il negoziato transatlantico di liberalizzazione degli investimenti e del commercio, il famigerato Ttip, che sta conoscendo uno dei principali ostacoli proprio sui servizi finanziari. Principale obiettivo offensivo europeo, infatti, è un’ulteriore deregulation del settore, cosa che fa problema all’esecutivo Usa perché vista come la peste dall’opinione pubblica americana ancora scottata dalla bolla speculativa dei derivati che li ha trascinati nella crisi del 2009. L’Europa, poi, insieme a Stati Uniti e Australia nel marzo 2013 ha trascinato un super-negoziato per la liberalizzazione dei servizi fuori dalle mura del Wto e lo ha cominciato a trattare in stretto riserbo a Ginevra con al seguito altri 21 paesi strettamente integrati nei propri spazi di mercato: Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Corea, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Peru, Svizzera, Taipei, Turchia e Uruguay. Il Trade in Services Agreement (o Tisa) è, dunque, ad oggi il più segreto e controverso dei processi di liberalizzazione commerciale mai azzardato, per dimensione e modalità di negoziato, i cui pochi e allarmanti testi noti sono stati diffusi “a tradimento” da WikiLeaks, Bbc e dalle reti di ong attive sul commercio. Che oltre che un’operazione commerciale il Tisa vuole essere uno strumento geopolitico di pressione sui paesi emergenti, lo dimostra la loro esclusione attiva dal tavolo, e il fatto che la Cina, che pure ha chiesto da tempo di partecipare, sia stata lasciata alla finestra fino ad oggi. Dal poco che si sa, l’allarme lanciato da società civile e sindacati è più che doveroso. Il negoziato propone, infatti, una deregulation orizzontale dei servizi finanziari, che azzererebbe anche quelle poche misure anti-speculazione introdotte negli Usa dopo la crisi del 2007. Si introducono azioni specifiche per incrementare il commercio dei dati e delle informazioni via web, a danno della privacy e della parità di accesso alla rete. Si individua nei servizi sanitari un potenziale commerciale enorme da aprire alla concorrenza internazionale, come denunciato dalla federazione sindacale Public Services International e confermato dagli ultimi testi di cui è venuta in possesso di recente la Bbc. L’accordo, poi, nei suoi dettagli rimarrebbe segreto per ben cinque anni dopo la sua approvazione definitiva. La Commissione europea, per tranquillizzare l’opinione pubblica, ha convocato a fine febbraio un Dialogo con la società civile, cui abbiamo partecipato come associazione. “L’ultimo round negoziale dei primi di febbraio, ospitato dagli Stati Uniti, secondo quanto abbiamo appreso dalla Commissione stessa – spiega il presidente di Fairwatch Alberto Zoratti presente all’incontro – non ha visto progressi sostanziali dal punto di vista delle offerte da parte dei paesi partecipanti. Tra le questioni su cui l’Unione europea sta premendo ci sono l’accesso agli appalti pubblici e la liberalizzazione dei servizi finanziari e delle offerte professionali, ma dall’incontro non è emerso che cosa stiamo mettendo sul tavolo nel do ut des negoziale, e il rischio di una accelerazione della privatizzazione dei servizi pubblici non è esclusa esplicitamente, sebbene i sindacati europei lo abbiano chiesto da oltre un anno”. L’utilità di questi meeting? “Relativa – continua Zoratti – aldilà di informazioni generali e di alcuni chiarimenti, il gioco vero si fa altrove, dove hanno accesso solo alcuni, pochi, privilegiati. Che guarda caso sono proprio le lobby delle imprese”.

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