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Risentiti e perdenti

Sfiducia e risentimento hanno superato il livello di guardia. Ma di fronte a un’emergenza democratica che fa presagire scenari xenofobi e autoritari, il Pd resta prigioniero dei deliri di onnipotenza del suo capo. E la sinistra è fragile e divisa

C’è qualcosa di terribile, e spaventoso, nelle circostanze che stiamo vivendo. Forse le più drammatiche da un secolo in qua. L’innegabile aria di famiglia tra fascismo e populismo non deve far dimenticare le diversità che separano l’un dall’altro. Fascismo e nazismo smantellarono il regime rappresentativo grazie alle milizie private che avevano costituito, sfruttando, con la tolleranza dello Stato, il know how violento che si era accumulato nelle trincee. A fornir loro la base decisiva di consenso fu il risentimento della classe media, frustrata dagli esiti del primo conflitto mondiale e timorosa di essere declassata dall’incedere dei partiti di massa.

Ciò malgrado, l’aria di famiglia rimane. Nella condizione attuale mancano le milizie private, ma sovrabbondano i motivi di risentimento, manipolando i quali, come dimostrano i casi recenti di Francia, Germania e Austria, i populisti stanno già trovando pacificamente quel successo elettorale che fascismo e nazismo ottennero con la violenza. Il cosiddetto populismo si sta infatti rivelando pienamente compatibile con le istituzioni rappresentative e democratiche, la cui adattabilità anche a forze politiche palesemente in contrasto con i principi cui esse s’ispirano non è mai stata considerata a sufficienza. Quanti scrissero le costituzioni del dopoguerra si premunirono affinché l’abuso del principio di maggioranza non aprisse la strada a un nuovo regime autoritario. Non immaginavano che valori e principi fascisti potessero aggiornarsi, essere smussati e convivere con le istituzioni da essi progettate. Il Brasile ha appena dimostrato come siano possibili colpi di Stato formalmente legali. Forse è venuto il tempo di smetterla di mitizzare la democrazia: che sarà pure il peggiore dei sistemi di governo, tranne tutti gli altri, ma è davvero molto scadente.

Lungo è il catalogo degli odierni motivi di risentimento, che si sovrappongono, s’intrecciano e si stanno pure coagulando elettoralmente: grazie ai populisti, ma pure grazie ai partiti convenzionali (come i popolari austriaci), i quali da un lato nella loro azione di governo, ossequiente alle regole europee, alimentano i motivi di risentimento, dall’altro fanno concorrenza ai populisti adottandone e adattandone alcune istanze e spesso anche lo stile. Alcune vene di risentimento sono antiche: con ogni probabilità non sono le più cospicue. Sono le nostalgie fasciste che resistono in qualche angolo delle società contemporanee. C’è il risentimento antifiscale di alcuni ceti, ravvivato dalla denigrazione simbolica cui l’azione dello Stato è sottoposta dal neoliberalismo. C’è il risentimento conservatore di alcuni ambienti che hanno mal digerito i progressi sul piano dei diritti civili dell’ultimo mezzo secolo: i tentativi di rimuovere le disuguaglianze di genere e il riconoscimento dei diritti Lgtb.

Più recente, e ben più insidioso, è il risentimento fondato sulle paure di declassamento delle classi medie, che stavolta non temono più la concorrenza della classe operaia, ma vedono invece aprirsi innanzi a sé, e ai propri figli, la china dell’impoverimento e della mala occupazione. Sono risentite le classi medie più fortunate di paesi come l’Austria, l’Olanda, la Svizzera, che intendono mantenere la loro condizione di privilegio, e quelle che in paesi come l’Italia e la Francia la loro condizione di privilegio ritengono in pericolo. Enorme è il risentimento che hanno suscitato le politiche di austerità: sono risentiti in special modo i ceti popolari, da tempo non più protetti dalle politiche di welfare e di piena occupazione, nonché orfani dell’azione di rappresentanza dei partiti di massa e dei sindacati e su cui l’austerità ha scaricato gran parte dei costi della grande crisi finanziaria.

Aggiungiamo ancora il risentimento antipolitico e quello anti-migranti. I privilegi di cui il personale politico gode, le sue continue prove d’immoralità e la stigmatizzazione di quest’ultima, da parte di forze politiche che sfruttando i media ne hanno fatto il loro tema preminente, senza mai interrogarsi sulle cause, né tantomeno tentare di curarle, hanno reso questo risentimento vastissimo e anche profondamente radicato. Il risentimento più insidioso infine è quello che si appunta contro i disperati che in condizioni drammatiche attraversano il mare o si assiepano ai confini dei paesi più avanzati.

L’impatto dell’ultima ondata migratoria sulle società europee, anche le più esposte, è modesto. La condizione lavorativa, già pessima, non è peggiorata a causa degli immigrati. Le statistiche sulla criminalità non hanno subito oscillazioni apprezzabili. La pubblica assistenza non è stata più di tanto deviata verso i nuovi arrivati a scapito di altri. Né il paesaggio si è popolato di minareti. Ma la diffidenza verso l’estraneo è congenita. Soprattutto se esasperata dal terrorismo mediatico dei populisti, che, nel silenzio – è l’ipotesi più generosa – degli altri partiti, convoglia contro l’estraneo, e con proprio vantaggio, gli altri motivi di risentimento. In Usa, in Francia e in Germania questa deriva è apparsa evidente: il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di vasti strati sociali ha favorito i successi dell’estremismo di destra. Non è in realtà da escludere che una parte del consenso che i populisti raccolgono sia da intendere più come una testimonianza di sofferenza inascoltata, che non come una prova di razzismo. Lo dimostrerebbe il fatto che allorquando un’alternativa si è profilata in Inghilterra i populisti dell’Ukip sono usciti di scena. Solo che una simile alternativa non riesce a maturare da altre parti.

Cosa possano fare i populisti al governo non è un mistero insondabile. C’è da aspettarsi che in un paese di frontiera come l’Italia mettano in atto spietate, e criminali, politiche di respingimento. Ma le ricette populiste per trattare il disagio sociale sono fatte di rigorose politiche pro-market, magari condite con una dose di sovranismo improbabile. Il presidente Macron, singolare esempio di populisme caviar, o dell’establishment, ha dato una stretta alle politiche di accoglienza, ha ridotto le tutele del mondo del lavoro e promette di ridurre l’imposizione sui ceti abbienti. Un orientamento analogo aveva assunto la Lega nei suoi anni di governo, mettendoci di suo qualche misura di decentramento, invero assai poco funzionale. Nel caso americano, la politica di Trump si sta mostrando rischiosamente muscolare in politica estera, ma nulla sembra intenzionata a fare a beneficio dei ceti popolari che pure lo hanno votato, tranne che abbattere qualche tutela ambientale. La dice lunga sulla pretesa indigeribilità dei populisti il brillante andamento della borsa americana. L’esito di eventuali governi populisti promette pertanto di essere da un lato un clima inquietante di avvelenamento simbolico, a spese degli immigrati, dall’altro un ulteriore aggravamento delle condizioni dei ceti popolari e di quelli intermedi, che potrebbe a sua volta alimentare ulteriori rigurgiti razzisti e autoritari.

È questo il futuro che si prospetta anche per l’Italia? I giornali ventilano la possibilità di una coalizione centrista, che associ Pd e Forza Italia. I precedenti lasciano pensare piuttosto che se il centrodestra, guidato da Berlusconi, riuscisse a ottenere anche un solo voto di maggioranza in parlamento, grazie a una legge elettorale che smaccatamente lo favorisce, lascerebbe il Pd con un palmo di naso: Berlusconi non è tipo da pagare i suoi debiti se proprio non è costretto. Al paese toccherebbe invece un disastroso ritorno alla condizione del 2011, che era segnata, oltre che dalla crisi del debito, da una profonda diffidenza internazionale verso i governanti del momento. Che l’atteggiamento dell’Unione e di molti governi nei confronti dell’Italia e dei paesi del Sud Europa sia stato vessatorio è indiscutibile. Che le misure introdotte abbiano solo tamponato la crisi, infliggendo una mazzata all’economia e alla coesione sociale, è certo: la crescita non riprende più di tanto e le disuguaglianze sono aumentate. Ciò non toglie che la diffidenza, invero tardiva, dei partners europei verso il governo di centrodestra guidato da Berlusconi fosse fondatissima. Adesso le summenzionate misure adottate dai governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni (condite negli ultimi due casi da molte mance elettorali e infiniti favori agli imprenditori) sono paradossalmente riuscite a riabilitare Berlusconi, frettolosamente dato per spacciato, e a sovreccitare tutti quei motivi di risentimento di cui prosperano i populisti. Tutto fa pensare che il successo dei populisti in altri paesi europei, e l’involuzione verso destra dei loro governi, ricreeranno, aggravandolo, il clima di diffidenza. È allarmistico parlare di una condizione emergenziale?

Quel che colpisce è come non sia alle viste alcun credibile tentativo di contrastare tale prospettiva. Con l’arroganza che gli è consueta Renzi ha imposto una legge elettorale non solo mediocre, ma che soprattutto avvantaggerà il centrodestra. Sarebbe elementare buon senso che le disperse componenti dell’ex-centrosinistra si ritrovassero e negoziassero un onesto compromesso. Se n’è ha accorto finanche Veltroni. Ma non è aria. A parte il rifiuto di Renzi di trattare con un po’ di rispetto le forze alla sua sinistra, è forse vero che il Pd, gran parte dei suoi quadri e probabilmente pure una quota dei suoi elettori, sono ormai divenuti più omogenei, sociologicamente e culturalmente, al centrodestra per negoziare alcunché: è sorprendente quanto poca attenzione tra i simpatizzanti del Pd si dedichi alla condizione del lavoro e alla povertà in Italia. Non bastasse, gli odi personali fanno aggio sui progetti politici.

A furia di coltivare il pensiero liberal e quello Third way, invece della cultura socialdemocratica e del solidarismo cattolico, il Pd è divenuto un partito di ventura, prigioniero dei deliri di onnipotenza del suo capo e di un mito della leadership salvatrice coltivato nella pubblica opinione ormai da decenni. Ove ve ne fosse stato bisogno la propensione al servilismo ha appena trovato due conferme nel ricorso al voto di fiducia per far passare la legge elettorale alla Camera e nella mozione contro il governatore di Bankitalia, che avrà anche le sue colpe, ma che è irresponsabile processare in questo modo. Pare non conti nemmeno il fatto che, passata la sbornia delle europee, Renzi abbia inanellato una disfatta appresso all’altra. Per contro il centrodestra offre le consuete prove di pragmatismo affaristico e si ricompone.

Se però il Pd si è condannato alla sconfitta, le forze alla sua sinistra non si decidono a rompere gli indugi. Il tempo stringe e la prossima partita elettorale promette tempesta. Forse però si potrebbero ridurre i danni proponendo agli elettori una forza politica unitaria, inequivocabilmente contrapposta alle politiche pro-market, sforzandosi di radicarla nel paese. Non tutto è media, né tradizionali né social. Si può parlare ai cittadini in molti modi, perfino faccia a faccia. Che sia chiaro: se niente accadrà e a sinistra resterà un buco nero, nessuno sarà senza colpa. Gravissime sono già quelle del Pd, ma lo saranno pure quelle della sinistra che non trova la forza di mettere a tacere le proprie differenze, dopotutto secondarie alla luce delle circostanze e indecifrabili per la gran parte dei loro potenziali elettori, per decidersi a far causa comune nell’interesse di un largo segmento della società italiana.

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