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Pensioni, le riforme che Boeri non propone

Tutti dovrebbero essere assicurati presso con le stesse norme. E invece sopravvivono sistemi di categoria che quando andranno in deficit ne scaricheranno il peso sulla collettività. Ma nessuno se ne occupa

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È dal 1992 che le riforme della previdenza si succedono senza soluzione di continuità: praticamente nessun governo ha rinunciato a metterci le mani, vuoi con modifiche profonde, vuoi con “aggiustamenti” sempre tendenti allo stesso scopo, ossia ridurre il peso della spesa previdenziale. Oggi abbiamo uno dei sistemi più sostenibili che esistano, ma il prezzo è che le pensioni future saranno molto basse, per la maggior parte certamente insufficienti – anche per motivi legati ai mutamenti del mercato del lavoro – a garantire quell'”esistenza dignitosa” che pure la nostra Costituzione promette.

Tutti lo sanno, ma al momento non si vedono iniziative concrete per mettere riparo a questa preoccupante prospettiva. Ancora adesso di altre riforme si continua a parlare, ma semmai la tentazione è quella di togliere a “chi ha avuto troppo” e usare quei soldi per altre iniziative sociali. Ora, anche dando per scontato che quei soldi sarebbero usati bene (e proprio scontato non è), si è ormai appurato che mancano i dati per eventuali ricalcoli: e questi ricalcoli non si possono fare con dati stimati o presunti, né con il meccanismo ultimamente ipotizzato basato sulla differenza dei coefficienti di trasformazione al momento del pensionamento, perché un diritto maturato in base alle leggi non può essere leso sulla base di ipotesi. Qualunque giudice annullerebbe una iniziativa del genere, e d’altronde la Corte Costituzionale si è pronunciata più volte al riguardo.

Se mettiamo da parte il problema dell’insufficienza delle pensioni future (che è “il problema”: ma qui vogliamo parlare di altre questioni) si potrebbe pensare che ormai, dopo tanti interventi, siano rimasti da sistemare solo alcuni aspetti secondari, e che magari le proposte avanzate dal presidente dell’Inps, Tito Boeri (accolte o più o meno modificate) potrebbero risolverli. Invece non è così: nel sistema previdenziale ci sarebbe ancora da razionalizzare, e su aspetti fondamentali tanto dal punto di vista dell’equità che degli esiti finanziari. Aspetti niente affatto ignoti, il più importante dei quali era al centro delle ipotesi di riforma che nel decennio precedente al ’92 non erano riuscite ad arrivare all’approvazione parlamentare. Dopo di allora non se n’è più parlato, e ancora oggi non se ne parla. Il motivo è semplice: è assolutamente avversato da tutti i gruppi professionali, dai giornalisti agli avvocati ai notai e via dicendo, cioè a dire dai ceti dirigenti italiani che sono anche quelli che praticamente monopolizzano la rappresentanza parlamentare. Per spiegare di cosa si tratta è necessaria una premessa dedicata a chi non avesse particolari competenze in campo previdenziale.

Il miglior sistema per le pensioni

La prima legge sulla previdenza si deve al cancelliere tedesco Bismarck: veniva accolto il concetto che esistono rischi sociali che esulano dalle possibilità di controllo dell’individuo e provvedervi è dunque compito dello Stato; che, anche, obbliga il cittadino ad accantonare i fondi, cosa che altrimenti pochi farebbero, non tanto per spensieratezza, quanto perché gli inevitabili imprevisti nel corso della vita spingerebbero ad utilizzare una somma che restasse disponibile.

Naturalmente un sistema previdenziale può essere organizzato in vari modi. La forma migliore che si sia finora individuata, sia riguardo alla sicurezza che alla resa, è quella del sistema a ripartizione (su questa affermazione non tutti sono d’accordo, ma qui non vogliamo fare un dibattito teorico: è comunque il sistema che abbiamo in Italia, e di quello ci occupiamo). Il sistema a ripartizione mette al riparo da due grandi rischi fondamentali: non dipende dagli andamenti della finanza, e quindi non è danneggiato neanche da eventi catastrofici come per esempio una guerra, un crollo dei mercati, una drammatica inflazione; e mette al riparo dalle trasformazioni dell’economia, che fanno nascere nuovi lavori ma ne fanno sparire altri. In questo sistema, almeno in teoria, tutti i lavoratori attivi versano i loro contributi in un unico istituto, che con quei soldi provvede a pagare le pensioni di chi ha smesso di lavorare. Gli aspetti essenziali sono il numero di attivi rispetto ai pensionati e la durata dell’attività lavorativa rispetto al periodo di pensionamento (per questo se si vive di più bisogna innalzare l’età della pensione: altrimenti l’importo dei contributi richiesti agli attivi diventa troppo elevato). Un sistema che funziona in questo modo è capace di assorbire cambiamenti epocali. Come si diceva, ci sono occupazioni che scompaiono: in Italia a metà del secolo scorso gli addetti all’agricoltura costituivano quasi la metà degli occupati, oggi sono intorno al 5%; quando entrò in vigore il Trattato di Schengen una intera categoria, quella dei doganieri, fu abolita da un giorno all’altro. In entrambi i casi, sarebbe stato impossibile che i pensionati fossero pagati con i contributi dei lavoratori attivi della stessa categoria. Sono solo due esempi per far capire che il sistema deve essere universale, e non di categoria, altrimenti uno dei vantaggi fondamentali va a farsi friggere.

Dalla teoria alla pratica

La realtà italiana però è diversa. Quando si parla di pensioni si pensa automaticamente all’Inps, al massimo fino a poco fa all’Inpdap (quello dei dipendenti pubblici ora assorbito nell’Inps). Ma invece esistono moltissimi altri istituti, più d’una ventina, che con l’Inps non hanno niente a che fare (la legge stessa li definisce “esonerativi” o “sostitutivi”) e sono, appunto, di categoria, con norme diverse – generalmente più favorevoli – diverso carico contributivo e diversi sistemi di rivalutazione di quanto versato. Come è possibile? E’ possibile perché quando negli anni ’80 si discuteva della riforma, e uno dei punti fondamentali era “tutti nell’Inps”, ci fu una rivolta di tutte queste categorie, che rappresentano i gruppi di pressione più forti e influenti, e questa parte della riforma fu bloccata. Gestire un istituto previdenziale è un ricco affare, che distribuisce posti dirigenziali, stipendi e consulenze, e permette di mantenere per la categoria interessata condizioni più favorevoli. Nessuno vuole mollare l’osso se non è costretto.

Poi succede che qualcuno l’osso lo deve mollare. Il meccanismo dovrebbe essere ormai chiaro: un istituto previdenziale di categoria funziona finché mantiene un rapporto fra attivi e pensionati abbastanza favorevole da non dover aumentare troppo il peso dei contributi su chi lavora. Questo succede quando gli addetti di una certa professione aumentano, e quindi i nuovi entranti sono più dei pensionati. Ma anche quando non accadono sconvolgimenti come quello di cui si è detto per il settore agricolo, qualsiasi settore non cresce indefinitamente: tende inevitabilmente a stabilizzarsi, se va bene, o a ridurre i suoi addetti, se va male; tutto questo mentre la vita media continua ad aumentare e quindi le pensioni si pagano per più anni.

In queste condizioni, chi prima e chi poi, gli istituti di categoria sono destinati al fallimento. E allora che succede? I pensionati di quella categoria restano senza un soldo? Giammai. A quel punto si molla l’osso e si confluisce nell’Inps. E’ già successo con addetti ai trasporti pubblici (1996), ai dipendenti dell’Enel, delle aziende elettriche e di quelle telefoniche (2000), ai dirigenti di aziende industriali (2003), arrivati nella previdenza pubblica portando in dote un deficit cospicuo. Ma quelli che restano ancora fuori, come si diceva, sono più di una ventina: le varie categorie delle libere professioni, artisti e sportivi, giornalisti, militari, quelli degli organi costituzionali, eccetera. E anche quando entrano nell’Inps, come il Fondo Volo o il Fondo dipendenti degli enti creditizi soppressi, mantengono condizioni speciali, quindi si portano dietro pensioni più favorevoli maturate a minor costo. Di questo non si può dar la colpa ai singoli percettori, naturalmente, ma a chi permette che tutto questo continui sì.

Si può obiettare che quelle condizioni più favorevoli restano a carico dei Fondi di provenienza, tenuti a provvedere con il loro patrimonio (finché ce n’è). Ma non si terrebbe conto che quel patrimonio è stato accumulato grazie a una condizione esterna di vantaggio, ossia il favorevole rapporto – finché c’era – fra contributi versati e pensioni da pagare. Quindi la sostanza del problema non cambia.

Chi ci guadagna sta fuori dall’Inps

Insomma, chi ci guadagna sta fuori dall’Inps, mantenendo così vantaggi per chi gestisce (incarichi e prebende) e vantaggi normativi per la categoria: finché questa se lo può permettere, poi quando si arriva alla canna del gas confluiscono. Ma intanto hanno goduto di trattamenti preferenziali, e magari arrivano scaricando su tutti gli altri il loro deficit, come i dirigenti d’azienda. Ora, perché debba essere consentito di mantenere questo sistema, che contraddice uno dei principi fondamentali della previdenza a ripartizione, si può certo capire. Quello che non si capisce è perché tanti tecnici pensosi dei destini delle pensioni non abbiano mai più provato – e non provino tuttora – almeno a sollevare il problema.

Quante previdenze?

Anche dentro l’Inps ci sono differenze di trattamento notevoli. Dentro l’istituto ci sono fondi e gestioni separate che mantengono ognuno, per il periodo precedente alla confluenza nell’Inps, tutte le eventuali normative più favorevoli . Ferrovieri, elettrici, telefonici e molti altri non hanno trattamenti uguali a quello del Fondo lavoratori dipendenti. Sono differenze che vengono dal passato, ma mostrano una capacità di sopravvivenza che sembra indistruttibile. Un esempio che riguarda i dipendenti pubblici: uno di loro che smetta di lavorare oggi si vede calcolata la parte di pensione fino al 1992 in base all’ultimo stipendio attuale (neanche la media degli ultimi 10 anni, proprio l’ultimo stipendio preso). Qualcuno ha calcolato che i regimi pensionistici diversi arrivano a 50. Insomma, l’ombra lunga dei trattamenti di categoria più favorevoli si allunga sul presente e continuerà ad avere affetti fino a che non sarà andato in pensione l’ultimo di coloro che era iscritto ad un’altra Cassa prima che questa confluisse nell’Inps. Anche per questo sarebbe urgente l’unificazione: ogni giorno che si continuano a consentire trattamenti più favorevole fuori dall’Inps sarà un giorno in più in cui questi privilegi avranno effetto anche dopo l’inevitabile confluenza, in un futuro più o meno lontano, degli altri regimi di categoria che andranno in passivo.

I versamenti che s’involano

Per maturare il diritto alla pensione è necessario versare contributi per un certo numero di anni, secondo le norme attuali almeno 20. E che succede se non ci si riesce, perché magari si è cominciato tardi, o si sono avute lunghe interruzioni ? C’è una sola alternativa: o si riesce ad arrivare comunque a 20 tramite versamenti volontari, oppure semplicemente non si prende nulla: tutti i contributi versati restano all’Inps. Ora, se una persona non lavora più e non prende ancora la pensione non è detto che ce la faccia a fare i versamenti volontari. In quel caso, il minimo dovrebbe essere la restituzione di quanto versato con la relativa rivalutazione maturata. I contributi sono un versamento a fronte di una prestazione futura, se la prestazione non viene erogata bisogna restituirli, altrimenti si trasformano in una tassazione indebita, e per la maggior parte dei casi a carico dei soggetti più deboli. Certo, per l’Inps sono soldi: ma di un’entrata del genere bisognerebbe vergognarsi. Per chi è interamente nel sistema contributivo, il requisito minimo scende da 20 anni a 5 quando sia raggiunta l’età pensionabile massima di 70 anni e 7 mesi. Perché questa regola non viene estesa anche a tutti gli altri?

C’è poco da inventare

I problemi di cui abbiamo parlato non esauriscono naturalmente ciò che si può fare per migliorare il sistema previdenziale. Solo un altro accenno. Ha senso che la previdenza obbligatoria garantisca assegni cospicui a chi ha avuto la fortuna di guadagnare bene? Certamente no: l’assicurazione pubblica ha il compito di garantire una vecchiaia dignitosa: chi guadagna molto e vuole precostituirsi un vitalizio più elevato può rivolgersi ai Fondi pensione privati, e a quel punto senza agevolazioni fiscali (che oggi invece ci sono per tutti), perché non ha senso aiutare i benestanti. Lo Stato deve garantire condizioni minime di sicurezza, il resto dovrebbe essere affare personale di ciascuno. Attualmente il tetto esiste per i lavoratori interamente contributivi, ma è decisamente elevato, 110.000 euro. Vuol dire un netto mensile (più la 13a) che si avvicina a 7.000 euro, un po’ troppo per fruire di garanzie a spese della collettività (nel senso del costo dell’agevolazione fiscale). Riducendolo forse non ci sarebbe un gran risparmio, ma sarebbe corretto dal punto di vista del principio.

Qui però entriamo in un discorso più complesso e non vogliamo aprire un altro fronte. I problemi descritti, invece, esistono da anni, tutti li conoscono e nonostante questo sono stranamente assenti dai dibattiti sulla materia. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che è un noto economista, ha avanzato diverse proposte su varie tematiche, ma finora di questo non si è occupato. Non sarebbe il caso di farlo?

(Un sentito ringraziamento a Sandro Gronchi, Maurizio Benetti, Roberto Pizzuti e Giuliano Cazzola che mi hanno aiutato a districarmi fra le mille trappole di normative complicatissime. Ciò non implica che condividano le tesi sostenute nell’articolo, anche se spero di sì).

Articolo ripreso da nuke.carloclericetti.it e pubblicato su Repubblica.it il 13 gennaio 2016

 

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