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Occupazione, c’è qualcosa che non torna

I dati dell’Istat segnalano che l’occupazione cresce più del reddito. Significa che la produttività del lavoro, e quindi anche la competitività, sta scendendo pericolosamente

Svuotare il mare della disoccupazione reale, quasi 6 milioni di persone, con un secchio, forsanche non bucato, è una impresa titanica. Le politiche dell’offerta, più o meno, funzionano come quel secchio che vorrebbe svuotare il mare della disoccupazione secchiata dopo secchiata. I commentatori e politici giorno dopo giorno, con il loro secchio, svuotano il mare e sostengono che le cose stanno migliorando perché hanno cominciato a lavorare assieme. Nella centrifuga delle secchiate sono entrati anche gli ultimi dati occupazionali diffusi il 3 giugno scorso dall’Istat. La pubblicistica, inoltre, evita accuratamente di spiegare la differenza tra persone occupate e le unità di lavoro equivalente tempo pieno1. Potrebbe anche crescere il numero degli occupati, ma le ore complessivamente lavorate possono diminuire. Solo per fare un esempio: 2 part time – magari involontari – equivalgono ad una unità di lavoro equivalente. Un modo per dire che la statistica ha diverse sfaccettature, e l’utilizzo di alcune informazioni al posto di altre è, spesso, una scelta politica, non solo tecnica.

L’Istat comunica che ad aprile 2015 rispetto al mese precedente gli occupati salgono di 159mila unità, e ben di 261mila rispetto ad aprile dell’anno prima. Si tratta di incrementi consistenti: +0,7% il primo in un mese (ma il dato di marzo era davvero negativo) e +1,2% il secondo in un anno. Merito del jobs act dagli effetti esplosivi in meno di un mese che si somma al vantaggio decontributivo previsto da tre mesi per ben 8.000 euro annuali e 24.000 triennali, sempre che le imprese non licenzino prima della scadenza dell’incentivo i nuovi assunti a monetizzazione crescente pagando una manciata di euro per l’indennizzo previsto per recedere dal nuovo contratto2.

Ma c’è qualcosa, più di una in verità, che non torna in questi facili plausi, se non anche nei dati che richiederebbero di essere trattati con molto cautela.

Si può, e si deve, richiamare il rischio di una politica di assunzioni “drogate” dalla decontribuzione che costituisce un forte incentivo per le imprese a mettere a nuovo contratto lavoratori che grazie al jobs act possono essere licenziati presto ed a basso prezzo appena l’incentivo cessa, e comunque alla bisogna. Una sorta di incentivo alla rovescia, ovvero a licenziare facile, inducendo anche i lavoratori a riscuotere l’indennizzo al licenziamento perché esentasse se l’esito di una conciliazione tra le parti è concordato (altro incentivo a licenziare facile, pagato sempre dal contribuente).

Oppure sarebbe meglio non fidarsi di questi dati congiunturali dell’Istat, come non si fidavano di quelli precedenti di aprile e maggio del Ministero del Lavoro, perché ritenuti troppo “ballerini” in una fase di cambio di regime delle normative sul lavoro, ed invitano ad aspettare almeno un medio periodo per vedere come occupazione e disoccupazione si stabilizzano “a regime” a fronte sia dei vari decreti applicativi che sono ancora in itinere, sia della ripresa economica che si deve confermare nel secondo trimestre ed oltre del 2015.

Si deve anche fare notare che alcuni dati per un verso sorprendenti o perlomeno anomali, ma che forse più di tanto non lo sono. Infatti, nello stesso periodo del primo trimestre 2015 sono aumentate le posizioni lavorative con contratti alle dipendenze a termine, +3,5% su base annuale, quelle che il Jobs Act 2 del dicembre 2014 e relativi decreti applicativi intendeva trasformare via incentivo economico nel nuovo contratto a tutele crescenti. Forse qui si esplicano gli effetti annunciati dell’intervento schizofrenico rappresentato dal Jobs Act 1 (ex decreto Poletti della primavera 2014) che ha liberalizzato questa forma contrattuale, cancellando l’obbligo della causale per i primi tre anni di contratto è divenuta “l’usa e getta” dei rapporti di lavoro, a cui fanno concorrenza ormai solo i vouchers, altra forma in crescente diffusione e con scarsi controlli. Un aumento viene registrato pure per l’occupazione part time (0,7% su base annuale, con un +4,3% per quelli a termine), la cui quota già molto elevata in Italia continua a crescere, ed in più con una quota del part time involontario che la fa la parte del leone, salendo al 64,1% nel primo trimestre 2015 dal 62,7% del 2014 (stesso trimestre).

Noi vogliamo segnalare qualcosa di altrettanto preoccupante che si cela dietro questi dati, prendendoli per corretti. Una crescita dello 0,7% in un mese e dell’1,2% su base annuale dell’occupazione richiederebbe un sottostante dato di crescita del Pil che possa portare a ritenere che ciò che vien creato è “buona occupazione” perché dietro c’è “buona produttività” e magari anche, si fa per dire, “buone retribuzioni”. Ma nell’ultimo anno i dati non ci confortano su ciò, anzi. Ci aspettavamo un modello di “crescita senza lavoro” ed invece abbiamo il “lavoro senza crescita”. Infatti, a fronte di una dinamica occupazionale del +1,2% che l’Istat ha comunicato su base annuale, la crescita del Pil registrata sempre dall’Istat non si avvicina minimamente all’1% nel corso dell’ultimo anno, e neppure nell’ultimo trimestre oppure mese. A dire il vero la crescita si avvicina al +0,5%, quando invece l’occupazione fa segnare un +0,7% nell’ultimo mese. Per essere precisi, dal marzo 2014 al marzo 2015 il Pil è diminuito dello 0,29%, per cui è agevole fare un calcolo approssimativo della differenza tra questo dato (diminuzione del reddito) e quello precedente (crescita dell’occupazione), per avere una idea di quanto la produttività media del lavoro sia diminuita nel corso del periodo (circa -1,5%). Assumendo i dati forniti dall’Istat come corretti, c’è qualcosa che non torna nel nostro sistema produttivo. L’ultimo dato Istat sul Pil ha certo segnalato che su base trimestrale siamo usciti ad inizio 2015 dalla recessione tecnica, ma la crescita si è attestata nell’ordine di un misero +0,3% rispetto al trimestre precedente, e ad un +0,1% rispetto al trimestre dell’anno precedente, a cui si aggiunge la previsione acquisita per il 2015 nell’ordine di una crescita del +0,2%. Una cifra modesta se confrontata con il dato occupazionale. Per il 2015 lo stesso governo si tiene cauto, con una previsione di crescita dello 0,8%, rivista peraltro al rialzo, mentre le stesse istituzioni interazionali non si azzardano a fare previsioni migliori; nessuno va sopra l’1%.

Il dato occupazionale, incrociato con il dato sulla crescita del reddito, con le dovute cautele date dal fatto che non necessariamente il periodo temporale è identico in termini di mesi, segnala, o segnalerebbe per ragioni di cautela, ai commentatori che l’occupazione cresce più del reddito, e se ciò non appare infondato significa che la produttività del lavoro, e quindi, data la dinamica delle retribuzioni, anche la competitività, invece di crescere nel periodo scende pericolosamente. E se la crescita della produttività, di cui già l’Italia detiene da oltre due decenni la maglia nera tra i paesi industriali, non solo ristagna (crescita zero) ma addirittura decresce, non è opportuno farsi facili illusioni su “buona occupazione” e “buone retribuzioni” per il presente e l’immediato futuro. Quei dati occupazionali segnalano purtroppo, se presi come autentici – forse proprio perché son “drogati” dagli incentivi fiscali e dal contratto a monetizzazione crescente e facilità a licenziare – l’altra faccia della medaglia di questa presunta crescita quantitativa, ovvero il suo poverissimo contenuto qualitativo. Qualcosa di simile lo abbiamo già visto negli anni 2000. Le cosiddette riforme al margine del mercato del lavoro hanno fatto crescere in quel periodo l’occupazione e con essa il precariato, il lavoro a basse tutele e basse retribuzioni, ed a bassa produttività, nei servizi di mercato soprattutto, ma anche nell’industria manifatturiera. L’esito è stato come è noto un crollo di competitività dell’imprese italiane e delle remunerazioni del lavoro. Ora con il Jobs Act e l’incentivo decontributivo si intende sostituire quel lavoro precario con altro lavoro comunque a basse tutele con monetizzazione del diritto a licenziare. Purtroppo il rischio è che a pagare queste politiche di corto respiro non sia solo il singolo lavoratore, ma l’impresa stessa, ed il sistema produttivo, con lavoro di scarsa qualità e bassa produttività. Invece di investire in innovazione con politiche industriali più lungimiranti, il sistema rischia di non uscire dalla sua trappola della stagnazione.

Inoltre, la domanda di lavoro è incoerente con il livello quali-quantitativo dell’offerta di lavoro. Da un lato abbiamo giovani ben formati e preparati per sostenere il cambio di struttura necessario dell’industria italiana, dall’altra una industria che continua a competere a livello internazionale a margine delle politiche di costo. L’effetto di queste scelte politiche è la riduzione della quota italiana del commercio internazionale in termini percentuali non solo in ragione del ruolo dei Paesi emergenti; infatti la caduta è quasi interamente imputabile alla componente ad alta tecnologia. Mentre la componente ad alta tecnologia del commercio internazionale comincia a erodere quote del commercio complessivo, l’industria italiana e il governo Renzi vorrebbero far crescere il paese al margine dei prodotti a basso contenuto tecnologico.

Le politiche d’austerità sono intrinsecamente sbagliate, ma se il Paese deve crescere via esportazioni almeno adottiamo delle politiche meno assurde.

 

(La versione ridotta di questo articolo è uscita su “Il manifesto” del 4 giugno 2015)

 

1 L’unità di lavoro rappresenta la quantità di lavoro prestato nell’anno da un occupato a tempo pieno, oppure la quantità di lavoro equivalente prestata da lavoratori a tempo parziale o da lavoratori che svolgono un doppio lavoro. Questo concetto non è più legato alla singola persona fisica, ma risulta ragguagliato ad un numero di ore annue corrispondenti ad un’occupazione esercitata a tempo pieno, numero che può diversificarsi in funzione della differente attività lavorativa. Le unità di lavoro sono dunque utilizzate come unità di misura del volume di lavoro impiegato nella produzione dei beni e servizi rientranti nelle stime del Prodotto interno lordo in un determinato periodo di riferimento.

2 L’introduzione del Jobs Act solleva anche un altro e non banale problema. La statistica misura la variazione nel tempo, verso il basso o l’alto, di un bene o un servizio. La statistica dovrebbe anche misurare beni, servizi e lavoro omogenei. L’Istat modifica il paniere che misura l’inflazione, oppure soppesa la composizione del PIL o altre voci. La domanda che solleviamo è la seguente: possiamo usare lo stesso criterio di valutazione-misurazione dell’occupazione dopo l’introduzione del Jobs Act? La disponibilità o meno dell’art.18 non cambia in profondità la matrice giuridica del lavoro e quindi la natura economica? In altri termini siamo sicuri che l’occupazione del 2015 sia strutturalmente uguale all’occupazione del 2014?

 

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